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L’Enel e i maya del Quichè

26 maggio 2011 Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 26 maggio 2011.
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Ne avevamo già parlato, ma forse vale la pena tornarci. Si tratta del progetto idroelettrico Palo Viejo, nella regione del Quichè, Guatemala settentrionale, un investimento da 185 milioni di dollari co-finanziato dalla banca Mondiale. I protagonisti sono i soliti: un’importante impresa multinazionale italiana, l’Enel Green Power (Egp); il governo guatemalteco, che ha approvato il progetto e lo sostiene con forza; le comunità indigene di origine maya della zona interessata. Ma nel quadro entrano altri due elementi, non da poco conto: la presenza delle forze armate nel territorio e il ruolo controverso dell’ambasciata d’Italia.
La presenza delle truppe dell’esercito guatemalteco in quella zona del Quichè è stata ampliamente documentata dalle comunità indigene e dalle organizzazioni della società civile solidali. È dal febbraio scorso che i militari guatemaltechi fanno il bello e cattivo tempo presso le comunità del municipio di San Juan Cotzal, dove è forte l’opposizione al progetto idroelettrico: centinaia di uomini in passamontagna che terrorizzano, irrompono, invadono, occupano (vedi terraterra del 29 marzo scorso). Forse è bene ricordare che questa regione è stata per oltre trent’anni teatro di scorribande dello stesso esercito, che ha seminato il terrore durante guerra civile che ha attraversato il paese. È evidente che la presenza armata di questi mesi ricorda troppo da vicino le «prassi» messe al bando dal Trattato di Pace firmato nel 1996. Tra l’altro, molta del’opposizione ruota attorno alla comunità maya ixil di San Felipe Chenla e alle terre che l’Enel ha acquisito da un proprietario terriero locale, Pedro Broll, che però aveva incamerato quelle terre proprio grazie alla guerra civile…
Sull’altro fronte, il ruolo giocato dall’attuale ambasciatore italiano nel paese, Mainardo Benardelli, è registrato almeno dal marzo scorso. In un comunicato diffuso dalle comunità maya si legge testualmente che il signor ambasciatore, assieme al signor Alain Wormser dell’Egp, «ha chiesto alle Autorità Ancestrali di presentarsi nei suoi uffici per far conoscere loro la situazione, tuttavia, mentre richiedevano questo dialogo, facevano pressione sul governo del Guatemala affinché il Presidente della Repubblica ordinasse la repressione» delle comunità. Altre testimonianze ci dicono inoltre di «visite personali» di Benardelli presso diversi protagonisti della protesta. In una di queste visite, l’ambasciatore avrebbe suggerito di non usare il termine «genocidio», ma piuttosto di sostenere l’esistenza di «difficoltà di comunicazione con le comunità o un disaccordo da parte di alcune persone».
In questo scenario, all’inizio di maggio le parti sembrano aver ripreso il dialogo, anche se gli indigeni denunciano di nuovo pressioni da parte dell’impresa e del governo. L’ultimo episodio in ordine di tempo è stato il furto dei timbri del «sindaco ausiliare indigeno» da apporre su presunti documenti di accettazione delle proposte dell’impresa, furto che diverse fonti attribuiscono a «lavoratori dell’Egp». Qualcuno continua dunque a giocare sporco, nonostante sia evidente che le comunità locali non stiano preparando la rivoluzione: vogliono solo essere consultate su un progetto che ha un impatto diretto sulla loro vita, secondo quanto disposto dall’articolo 6 Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, e poter cogestire le risorse naturali del proprio territorio (articolo 15). Nulla di più. C’è da chiedersi se l’Enel – ed i governi guatemalteco e italiano dietro a lei – abbia intenzione di rispettare questo diritto. Le comunità locali un compromesso han dimostrato di volerlo accettare – chiedendo, per esempio, che il 20 per cento delle entrate del progetto sia gestito autonomamente dalla comunità stesse. Egp dice che la sua missione è produrre energia pulita. E anche se è discutibile il fatto che l’energia idroelettrica sia realmente «ecologica», il problema è un altro: è pulita un’energia la cui produzione si macchia di sangue indigeno?

Messico, il reclamo di pace con giustizia e dignità

8 maggio 2011 2 commenti

Sin políticos

Quando l’insensatezza occupa la vita pubblica,

la poesia ha la ragione.

Dunque, facciamo parlare la poesia

perché tacciano gli insensati.

Un silenzio assordante. È così che si può riassumere la lunga marcia “per la pace con giustizia e dignità” che iniziata lo scorso 5 maggio a Cuernavaca (cento chilometri a sud di Città del Messico) si è conclusa questa domenica nella piazza centrale della capitale messicana. Silenzio, spiega Javier Sicilia, premio nazionale di poesia, giornalista e padre di Juan Francisco, assassinato dai sicari del narcotraffico il 28 marzo scorso; silenzio perché “il nostro dolore è così grande e così profondo, che non vi sono più parole per nominarlo”. Il giorno dopo la straordinaria manifestazione zapatista a San Cristobal de Las Casas in Chiapas, sono Città del Messico ed almeno altre venti città le protagoniste di questa giornata convocata da Javier Sicilia. Cominciata con la partecipazione di meno di mille persone, la marcia è terminata con l’arrivo di almeno 200 mila persone nello zocalo di Città del Messico. Una moltitudine che ha compreso padri e madri, figli e parenti delle oltre 40 mila vittime che la “guerra al narcotraffico” lanciata dall’attuale amministrazione federale messicana di Felipe Calderón; ma anche migliaia tra militanti delle più diverse organizzazioni sociali messicane, giovani, studenti, artisti, migranti, indigeni e molti altri.

Una manifestazione moltitudinaria nel vero senso del termine. Poche volte vi è occasione di vedere i contadini di Atenco, assieme ai migranti della carovana migrante (che ha risalito il Messico dalla frontiera sud “riappropriandosi” del treno merci che ogni giorno trasporta centinaia di migranti privi di documenti esponendoli ad ogni genere di violenza), assieme agli studenti riuniti nell’Assemblea dei Giovani in Emergenza Nazionale, assieme agli indigeni del Municipio Autonomo di San Juan Copala, assieme ai membri della Polizia Comunitaria della Montagna di Guerrero, assieme ai genitori del Movimento 5 Giugno , assieme alle famiglie di Ciudad Juarez, assieme ai parenti delle vittime del feminicidio, assieme ad artisti ed intellettuali di diversa provenienza, assieme alle anime democratiche della Chiesa cattolica, assieme e migliaia di persone non organizzate che però oggi – domenica, quando scriviamo – in piazza ci son volute andare. Le ragioni di questa manifestazione sono molte ed articolate. Ma forse è possibile riassumerle semplicemente raccontando quel silenzio degno che ha accompagnato per oltre quattro giorni la carovana. Un silenzio che si è rotto solo nelle piazze raggiunte dalla carovana. Un silenzio che ha ceduto la parola ai padri ed alle madri delle vittime. O che, in altre occasioni, è stato rotto dall’impossibilità di contenere rabbia e dolore.

Difficile raccogliere tutte queste storie, raccontare tanto vissuto. Eppure, il movimento che oggi è sceso in piazza si è dato pure quest’obiettivo, perché troppe volte assassinati, sequestrati, scomparsi, o le centinaia di corpi che in queste settimane affiorano nelle sempre più numerose fossi comuni diventano numeri. Numeri per riempire le tabelle che il governo offre in pasto alla stampa. Ma che in realtà nascondono vite e speranza stroncate. Sarebbero 40 mila i morti sinora (dal dicembre 2006) di questa “guerra al narcotraffico”. A questa cifra, si aggiungono almeno 10 mila orfani di guerra (secondo altre fonti, questi sarebbero 30 mila), 10 mila migranti sequestrati solo lo scorso anno,  e quasi mezzo milione di sfollati, ovvero gente che è scappata dal proprio quartiere, dalla propria città, dal proprio stato, dal Messico. Numeri che fanno orrore, ma che appunto non servono a descrivere la realtà, anche se il governo si ostina a chiamarli “vittime collaterali”.

Quel che è certo – e forse possiamo permetterci di segnalare come una prima vittoria del movimento – è il fatto che finalmente il tema della violenza e, soprattutto, dell’insicurezza è stato per il momento sottratto alla destra conservatrice che detiene il potere nel paese. E non parliamo solo della destra al potere. Parliamo soprattutto dei settori benestanti di questa ed altre città, che non si fanno mai vedere, che scompaiono ogni giorno dietro gli alti muri dei loro quartieri-bunker ma che davanti ai casi più tragici hanno a volte alzato la voce. Sono loro, quegli stessi settori che oggi negli anni scorsi si sono arricchiti pure chiudendo un occhio davanti agli affari del narcotraffico, che oggi accusano Javier Sicilia, ed il movimento che oggi è in piazza, di voler “far cadere il governo”. Forte di questo sostegno minoritario sul piano dei numeri, ma strategico sul piano del potere economico e politico, Calderón avverte i manifestanti: “Non dovete dire a noi di smettere con la violenza, ma ai delinquenti”. Rispondono i manifestanti: “Siete voi, classe politica, che avete la responsabilità di frenare la violenza”. È la classe politica messicana, “corrotta e collusa con la criminalità organizzata, che militarizza il tema della pubblica sicurezza, che ha trasformato il Messico in un campo di battaglia, che ha reso i cittadini ostaggi della violenza, che umilia le istituzioni repubblicane”.

Ma per fortuna, il reclamo della moltitudine che oggi è scesa in piazza non si rivolge solo alla classe politica. E neanche ai narcos che insanguinano il paese con “la complicità dei tre livelli di governo”. La società civile messicana s’interroga e si domanda dove e quando si è cominciata a perdere la dignità. E la risposta se la dà da sola, guardandosi in faccia, dialogando e lanciando una proposta articolata in sei punti, complessi e che dimostrano il lungo sforzo di mediazione “tra più di cento organizzazioni sociali”. La proposta si traduce in un documento che il movimento chiama Patto Nazionale. Un documento che – si comprende al leggerlo – riunisce anche le diverse anime di questo movimento. La proposta chiama in causa prima la società civile stessa, convocata a restituire la memoria a quei 40 mila morti e a fare uno sforzo di pressione perché quel 98 per cento di casi ancora irrisolti siano finalmente chiariti dalle autorità competenti. Si esige poi un cambiamento di visione della “pubblica sicurezza”, ovvero che questa non riceva più un punto di vista “militare” ma piuttosto cittadino. In questo senso, quando si parla di militarizzazione della pubblica sicurezza, è importante dire che non si tratta solo dei 90 mila soldati – e marines – dispiegati nelle strade messicane, ma anche il fatto che oltre 500 militari attualmente hanno la licenza di assumere ruoli di comando all’interno delle diverse polizie locali del paese.

Su questo punto, il movimento insiste che la nuova proposta di Legge di Sicurezza Nazionale – che, tra l’altro, darebbe facoltà al presidente di imporre lo stato d’eccezione e di utilizzare l’esercito contro ogni movimento che metta in pericolo la “stabilità dello Stato” – non deve essere approvata così com’è stata proposta, ma dev’essere oggetto di una discussione plurale. In questo senso, il movimento sta convocando ad un incontro nazionale tra tutte le esperienze di “giustizia autonoma” perché vi sia un confronto ed una proposta “dal basso”. Il Patto Nazionale propone poi di combattere a fondo la corruzione diffusa in seno ai partiti ed al sistema politico, restituendo autonomia al potere giudiziario – in Messico, esiste la figura del Procuratore Generale nominato dal presidente della repubblica – ed esige al Congresso nazionale di eliminare l’immunità parlamentare entro i prossimi sei mesi. Nel documento vi è anche l’esigenza di attaccare realmente la florida economia del narcotraffico e di stabilire politiche precise e verificabili in favore dei giovani che attualmente, in Messico, “hanno solo due prospettive di vita: entrare nelle file dell’esercito o fare il narco”. Infine. Il documento esige che si approvino le riforme necessarie che rendano “la democrazia messicana” una democrazia partecipativa, introducendo la figura delle candidature indipendenti, del referendum popolare – tuttora inesistente nel sistema politico messicano -, la revoca del mandato popolare per i governanti, tra le altre proposte. Il movimento, però, non si ferma alla proposta. Avverte il governo ed il Congresso federale: “Se non ci ascoltate, se farete di testa vostra, avremo solo un modo per obbligarvi: resistenza civile e pacifica”.

Scarica qui il discorso completo di Javier Sicilia in formato .pdf.

Alcuni link:

Marcha Nacional por la Paz

Cartina globale della Marcia

Red por la Paz y la Justicia

Enlace Zapatista

Migrantes en Wikileaks

30 aprile 2011 Lascia un commento
El presente artículo fue publicado en el periodico mexicano La Jornada el día 30 de abril de 2011.
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Lo dijimos en múltiples ocasiones: los rechazos en altamar, que el gobierno italiano realiza a costa de cientos de personas migrantes que cruzan en precarias embarcaciones el Mediterráneo con la esperanza –muchas veces frustrada– de alcanzar una vida más digna en Europa, son ilegales. Lo anterior es notorio para cualquier abogado del sector, pues se violan numerosas normativas internacionales, tanto en el ámbito marítimo como en el ámbito del derecho al asilo y al refugio. Sin embargo, el gobierno italiano sigue realizando estas acciones, gracias sobre todo a los acuerdos alcanzados con el régimen de Libia guiado por el coronel Kadafi.

De una u otra manera, el conservador y racista gobierno italiano –con el aval silencioso de sus socios europeos– ha siempre hecho caso omiso a las múltiples recomendaciones u observaciones procedentes de los órganos internacionales de los derechos humanos. Los casos italianos están siendo juzgados actualmente por la Corte Europea de los Derechos Humanos, tras la demanda que 24 ciudadanos de Eritrea y de Somalia presentaron en contra del gobierno de Italia, cuando éste los deportó a Libia en mayo de 2009.

La causa, cuyas sentencia final se espera para diciembre de este año, fue recientemente transferida a la llamada Gran Cámara de la Corte, un órgano compuesto por 17 jueces –en lugar de los siete del primer nivel–, ya que la Corte misma considera que el caso es muy delicado, pues en entredicho estaría toda la política europea de los rechazos, de la cual el caso italiano sería sólo una vertiente. Dicha política, estaría considerando la Corte, contradice frontalmente la Carta Europea de los Derechos de los Hombres, que prohíbe las expulsiones y deportaciones colectivas, reconoce el derecho al asilo y al refugio, y garantiza el derecho de apelación efectiva en caso de violación de garantías.

Desde el 4 de febrero de este año, las partes acusatorias tienen en sus manos un elemento más para justificar su condena a este aspecto de la política migratoria europea e italiana en particular. Este elemento es un cable diplomático revelado por el ya muy conocido sitio web Wikileaks. El cable, fechado el 5 de agosto de 2009 y firmado por el embajador de Estados Unidos en Libia, Gene Cretz, refiere el encuentro entre éste y el alto comisario para los Refugiados en Libia, el iraquí Mohamed Alwash. El representante del Alto Comisionado de las Naciones Unidas para los Refugiados en el país africano habló con el embajador de un episodio que en su momento levantó muchas protestas en Italia y entre las comunidades migrantes.

Era el primero de julio de 2009 cuando, a unas 120 millas al norte de Libia, en pleno Mediterráneo, la Armada italiana interceptó una embarcación con 89 pasajeros, de los cuales 75 procedían de Eritrea. Cuenta Alwash: Cuando el barco fue interceptado, tres representantes de los migrantes pidieron hablar con el comandante del barco italiano para informarle acerca de su estatus de refugiados, pues muchos tenían la constancia que nosotros les otorgamos en Libia. Pero el comandante fue intransigente, pues afirmó tener la orden estricta del gobierno italiano de regresar a los migrantes a Libia.

El comandante, entonces, ordena a todos los migrantes subir al navío italiano para llevarlos de vuelta. A este punto, cuenta Alwash, los migrantes –sobre todo los eritreos– se rehúsan a acatar la orden y los marinos utilizan la fuerza. Hubo enfrentamiento físicos entre migrantes e italianos que se concluyen con algunos africanos golpeados con palos de plástico y de metal. El saldo, dice el representante de la ONU, es de seis heridos. Algunos pasajeros filmaron con sus celulares lo que estaba sucediendo, por eso la tripulación italiana recogió todos los haberes personales de los migrantes: teléfonos, documentos y otros objetos que aún no fueron regresados, dice el cable.

Calmada la situación, el comandante italiano pide a Libia el envío de un barco para recoger a los migrantes. Las autoridades de Trípoli se niegan y es cuando los marinos italianos deciden dejar a los migrantes a bordo de una plataforma petrolífera italiana (de la empresa paraestatal ENI) posicionada frente a las costas libias. Sólo desde ahí los migrantes pudieron ser devueltos a Libia. Alwash cuenta que dos días después pudo visitar a los migrantes en el campo de Zawiyah y constatar que había una mujer embarazada necesitada de atención urgente. En otro campo, encontró a otros supérstites del episodio, de los cuales seis tenían puntos de sutura en la cabeza.

En otra parte del cable, el embajador refiere que Alwash intentó en más de una ocasión contactar con las autoridades italianas en Roma; sin embargo, éstas nunca le contestaron. El representante de la ONU confía al embajador que cree que el gobierno italiano hace intencionalmente obstruccionismo frente a la ONU. Todo lo anterior lleva a Alwash a pensar que el acuerdo de cooperación entre Italia y Libia para rechazar a los migrantes en el Mediterráneo está violando los derechos humanos de los migrantes y poniendo en peligro a los solicitantes de refugio.

Estas informaciones ya eran conocidas. Lo novedoso de este cable, sin embargo, reside justamente en que será ahora posible llevar como testigo en favor de la demanda que se discute en la Corte europea al propio embajador. Si no él personalmente, al menos sus confidencias al Departamento de Estado de Estados Unidos.

Estratégias sindicales ante el outsourcing en México

1 ottobre 2010 Lascia un commento

III Reunión, Lima, octubre 2010

ESTRATEGIAS SINDICALES ANTE EL

OUTSOURCING EN MEXICO

Matteo Dean,

CILAS, Centro de Investigación Laboral y Asesoría Sindical/México

La situación

Acerca del llamado Ousourcing (tercerización o subcontratación) en México mucho se habla y poco se sabe. Se habla mucho de ello a raíz del hecho concreto que es un fenómeno que la experiencia empírica de miles de trabajadoras y trabajadores lo padecen, en múltiples y cada vez más innovadoras formas; se sabe poco de ello porque hasta la fecha pocos son los sujetos – institucionales, sindicales y de la sociedad civil – que se han acercado al fenómeno con el justo equilibrio entre el espíritu investigativo y el interés en que un fenómeno productivo (y sus declinaciones en el ámbito laboral) no se convierta en el enésimo instrumento de explotación laboral.

Descarga el documento completo aquí o léelo en internet.

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Un día sin nosotros

9 febbraio 2010 Lascia un commento

El presente artículo fue publicado en el periodico mexicano La Jornada el día 6 de febrero de 2010
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El título no es un error. No llegué tarde a la cita histórica de ese primer día de mayo de 2006, en el que millones de migrantes en Estados Unidos protestaban y dejaban de trabajar. Fue aquel un hecho histórico. Y aunque esa movilización no haya conseguido precisamente lo que se proponía, en Europa ya se está gestando un día sin migrantes. La fecha marcada por el calendario de la protesta mestiza es el próximo primero de marzo.

La iniciativa, libremente inspirada en la manifestación estadunidense de hace cuatro años, toma impulso por la voluntad de una periodista de origen marroquí, Nadia Lamarkbi, quien tras abrir una página de Internet titulada 24 horas sin nosotros ha recibido miles de adhesiones y ha comenzado a coordinar las iniciativas en todo el país. Los ahora organizadores, mujeres y hombres de toda creencia, de todo corte político y de todo color de la piel, inmigrados, descendientes de inmigrados, ciudadanos conscientes de la esencial aportación de la inmigración, se declaran indignados por la criminalización de los migrantes. Explican que el primero de marzo de 2005 entró en vigor la nueva ley de inmigración, CESEDA por su acrónimo francés, o comúnmente llamado el código de los extranjeros. Y entonces, ¡cuál mejor fecha para convocar a un día sin migrantes! La invitación es explícita: Durante 24 horas dejemos de participar en la actividad económica de las empresas, en la administración pública, en las escuelas […].

Nacida en el entorno político y social francés, especialmente agobiado por las medidas represivas del gobierno de Nicolas Sarkozy (por ejemplo: Desalojo en La Jungla, La Jornada, 26 de septiembre de 2009), la propuesta ya rebasó las fronteras de aquel país y se está expandiendo en la Unión Europea (UE). En el Estado español y en Grecia en estas semanas se están constituyendo comités locales para promover la protesta. Sin embargo, particular relevancia tiene el lanzamiento de la iniciativa en Italia, de manera particular a raíz de los despreciables hechos de Rosarno, en el sur del país (La Jornada, 30 de enero de 2010). Tras ese ejemplar episodio de racismo tolerado por las autoridades, cuatro mujeres –tres de ellas extranjeras– han decidido lanzar la misma protesta en Italia.

Las demandas y las perspectivas son las mismas. Condenamos y rechazamos los estereotipos y los lenguajes discriminatorios; el racismo de cualquier tipo, de especial forma el institucional, que utiliza de manera instrumental el llamado a las raíces culturales y religiosas para justificar el rechazo y la exclusión, clama el manifiesto internacional suscrito ya por miles de personas y organizaciones en todo el viejo continente. El mismo escrito señala que ver en los migrantes una masa sin forma de parásitos o una cuenca sin fin de fuerza de trabajo barata representa posiciones inmorales, irracionales y contraproducentes. Añade: “La contraposición entre ‘nosotros’ y ‘ellos’, ‘autóctonos’ y ‘extranjeros’ está destinada a caer, dejando el lugar a la conciencia de que hoy estamos ‘juntos’, viejos y nuevos ciudadanos, encargados igualmente de construir el futuro”.

Y aunque el llamado a la protesta, a la huelga de los migrantes, está incomodando a más de un sindicato en Europa, el próximo primero de marzo se perfila como una gran ocasión para recomponer el movimiento migrante alrededor no sólo de los ejes temáticos del racismo, la discriminación, la exclusión, la explotación laboral; sino también –y sobre todo– alrededor del eje de la actual crisis económica. En este sentido, es importante entonces reconocer ciertas diferencias que desde ahora se están marcando con respecto al encuentro del primero de mayo de 2006 en Estados Unidos. Antes que nada, es necesario marcar la diferencia en la composición del trabajo migrante hoy, en Europa definitivamente muy diversificado. Es también evidente la falta, en la UE, de sujetos clásicos de representación social –ya sean partidos o sindicatos– capaces no sólo de llevar la voz de ese nuevo y complejo trabajo migrante, sino también de interceptarlo, entenderlo y mezclarlo, como debería ser, con el trabajo precario cual categoría incluyente de la anterior. Al propio tiempo, ese mismo trabajo resulta hoy el centro de la mayor crisis económica de décadas recientes, siendo los migrantes las primeras víctimas de eventuales despidos, recortes de personal y/o reajuste salarial. En este aspecto, el gobierno de la migración ya no se dedica a la tarea de controlar y absorber –de manera legal e ilegal, poco importa ahora– lo que era considerado algo útil, es decir la fuerza de trabajo migrante. Al contrario, hoy esa multitud de migrantes que viven en la UE son sujetos de sobra, sujetos que deben irse y quitar la molestia.

Así las cosas, el gobierno de la migración se convierte en una de las tantas maneras de controlar esta sociedad al borde de la desesperación, trazando límites, separando gente, marcando diferencias artificiales. Es por eso que hoy muchos son los europeos que bien pueden asimilarse, en condición y perspectiva, con el ciudadano migrantes. Hoy más que nunca está vigente la consigna: todos somos migrantes. Y si así fuera, la protesta del próximo primero de marzo bien puede convertirse en algo más que una movilización de ciudadanos migrantes: una protesta de éstos junto a los trabajadores precarios de toda Europa, es decir un día sin nosotros.

CILAS

9 dicembre 2006 Lascia un commento

Desde 2006, colaboro en el Centro de Investigación Laboral y Asesoria Sindical.
En él, realizo un trabajo de investigación acerca del fenómeno productivo que nosotros llamamos outsourcing, pero que en Ámerica Latina también se define tercerización o subcontratación.
En abril de 2007, se entregó el primer reporte.
En marzo de 2008, se entregó el segundo reporte.
En mayo de 2009, se publicó la nota “Outsourcing, miseria disfrazada de empleo
En mayo de 2009, se publicó el Cuaderno de Investigación 008 Outsourcing (tercerización), respuestas desde los trabajadores
En octubre de 2010 se publicó “Estratégias sindicales ante el outsourcing en México“, promovido por los Grupos de Trabajo de Autoreforma Sindical.

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