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Archive for the ‘sociedad y movimiento – español’ Category

Video: “Marcha por la Paz con Justicia y Dignidad” (15′ 04”)

17 maggio 2011 5 commenti

Mini-video en el que presentamos algunas voces desde la marcha que se realizó el 8 de mayo de 2011 en las calle de la Ciudad de México durante la marcha en contra de la violencia en México. Entre otros, habla San Juan Copala, Miguel Concha, Movimiento 5 de Junio, etcétera.

MatteoDean

Marisela Ortiz: "In Messico il ‘feminicidio’ non si è ancora arrestato"

3 marzo 2011 Lascia un commento
Il presente articolo è stato pubblicato sul portale italiano Tiscali.it il 3 marzo 2011.
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Ciudad Juárez, Messico, è oggi considerata una delle città più violente del pianeta. Assurta alla cronaca internazionale per l’ormai famigerato caso del feminicidio, Juárez – come la chiamano in Messico – è oggi uno degli scenari di maggiore scontro della cosiddetta “guerra al narcotraffico” lanciata dall’attuale amministrazione federale guidata dal presidente Felipe Calderón.
Essere donna a Juárez non è mai stato facile. Lo è ancora meno oggi, che nelle tremende statistiche di omicidi che riportano una media di 40 morti al giorno, la donna come genere tende a scomparire. Marisela Ortiz Rivera, maestra di scuola superiore, fondatrice ed attivista della organizzazione “Nuestra hijas de regreso a casa”, descrive molto bene questa situazione: “Oggi Juárez è narcotraffico. Si pensa che il feminicidio sia stato risolto. La violenza generalizzata ha posto un velo che nasconde la morte di donne”.
A febbraio si sono compiuti dieci anni dal tragico omicidio di Lilia Alejandra García Andrade, che spinse Marisela, sua professoressa, ad assumere un ruolo attivo in questa lunga lotta contro il feminicidio. Lilia Alejandra subì un sequestro ad inizio febbraio 2001. Il 14 dello stesso mese, il suo corpo venne ritrovato, in pieno centro città, oltraggiato. Marisela, sconvolta, accorse immediatamente dalla famiglia della ragazza di appena 17 anni. Sua madre, Norma, e sua sorella, Malú, la ricevettoro ed insieme cominciarono le ricerche, poi le denunce. Infine, venne la fondazione di “Nuestra hijas de regreso a casa”, organizzazione civile che si occupa, assieme a molti altri, di sostenere la lotta per la verità e “per cambiare la cultura di fondo che costituisce il contesto del feminicidio”.
Marisela racconta come è cambiata la sua vita nel febbraio 2001. “Quando hai una vita normale non ti puoi immaginare cosa succede se decidi di alzare la voce e difendere una causa. La mia vita e quella della mia famiglia è cambiata da quando ho deciso di difendere i diritti delle donne. Ho vissuto esperienze dure e difficili, le stesse che ci hanno aiutato a riaffermare questa missione, giorno dopo giorno”. Il pericolo cui si riferisce Marisela ha un nome ed un cognome: “Sin da subito abbiamo ricevuto intimidazioni, minacce ed ogni tipo di repressione da parte del governo statale di Chihuahua”. E spiega: “Lo Stato ha trasformato il caso del feminicidio da una questione sociale ad una questione altamente politica”.
La corruzione, dice Marisela, è il contorno sociale in cui si realizza il feminicidio ed in cui le attività sue e delle sue compagne sono represse. “È un gioco perverso. I funzionari pubblici sono immersi in un sistema che reprime e fa danno. Giocano un ruolo in favore della struttura di governo che non è solamente tollerante ma partecipante, attivo. Dietro al feminicidio c’è questa corruzione legata al potere, la stessa che ha tolto valore alla presenza femminile nella società”.
È difficile oggi in Messico dare i numeri del feminicidio. Ciononostante, praticamente tutte le organizzazioni sociali ed alcuni governi locali sono concordi nel sostenere che il fenomeno ormai è diffuso in tutto il Paese e oltrepassa la frontiera. Secondo i dati dell’Istituto Cittadino di Studio sull’Insicurezza (Icesi) il maggior numero di donne assassinate nel 2010 si troverebbe nel Estado de México, entità federale vicina alla capitale messicana. Altri dati offerti dall’Osservatorio Cittadino Nazionale contro il Feminicidio (Ocnf) parla di 459 casi in Messico per il 2009, di cui 89 nel Estado de Mexico e 71 in Chihuahua.
I numeri però non rendono giustizia alle donne, dice Marisela. “Sarebbe sufficiente un caso”, spiega la Ortiz che nel corso di questi anni ha dovuto per un periodo separarsi dalle figlie a causa di minacce ricevute, afferma: “Mi sento nel mirino. Patiamo questa situazione da tanti anni, ma ancor di più oggi che lo Stato permette questi casi in modo più sfacciato. Il governo attuale sta agendo in modo molto repressivo e non sta rispettando i diritti umani. Credo che sia colluso con la violenza esercitata contro di noi”.
Ma Marisela resiste. “Rimango a Juarez perché questo non è il momento di abbandonare una causa cosi importante. Ho preso molti impegni con tanta gente. E poi, questa è la mia terra, ho la mia casa e tutti i miei averi qui”. Con voce consapevole aggiunge: “Qui ho i miei vivi e i miei morti. Non vedo perché devo abbandonare tutto questo, piuttosto credo di dever rimanere qui per recuperare quello che avevamo prima”.
Tre poliziotti federali la scortano e l’accompagnano ovunque ormai da tre anni. “Continuo ad andare a scuola, da lunedì a venerdì. In questo periodo di tanta violenza è necessario mantenere un profilo più basso, non vogliamo provocare reazioni, metterci in pericolo, ed allora lavoriamo di più sull’aspetto sociale, come con il progetto La Esperanza”, che accompagna la formazione dei giovani della città.
La lotta, dunque, non è ancora conclusa. Insiste Marisela: “Dobbiamo creare una cultura diversa per un futuro migliore e chi meglio dei figli delle donne assassinate possono contribuire a ciò? Sappiamo che solo così, cambiando il contesto culturale, potremo un giorno scongiurare tutta questa violenza”. Infine, Marisela commenta: “Nonostante le molteplici minacce ricevute anche da gente armata, credo che tutta questa situazione abbia contribuito alla mia formazione. Ringrazio tutti i nostri nemici perché mi hanno aiutato ad essere una persona più forte. Se mi devo pentire di qualcosa, direi che mi pento di non aver cominciato prima ad organizzarmi, di aver tenuto gli occhi chiusi fino al caso di Lilia Alejandra”.

Gran Bretaña: la vida de un policía encubierto

18 febbraio 2011 Lascia un commento
El presente articulo fue publicado en el semanario mexicano Proceso, el día 18 de febrero de 2011.
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En enero de 2010, Mark Kennedy, un policía inglés de la Policía Metropolitana (MET, por sus siglas en inglés), renunció a la corporación tras pasar siete años encubierto entre las filas de los movimientos ambientalistas en Europa. La razón de su renuncia fue que pocos meses antes, en 2009, tras ser detenido junto con otros activistas, su identidad fue descubierta.
La participación activa de Kennedy en los movimientos sociales desató las protestas de amplios sectores del activismo ecologista y de distintos miembros del Parlamento de Inglaterra que cuestionaron los métodos que los policías encubiertos de Reino Unido utilizan en su trabajo. El caso fue revelado el pasado 9 de enero en un reportaje del periódico inglés The Guardian. Los documentos divulgados por el rotativo de Londres, aunados a las declaraciones del mismo policía infiltrado, apuntan a que Kennedy habría sobrepasado sus funciones.
De ser un “espía pasivo”, Kennedy habría utilizado todo medio a su alcance para colaborar, organizar e inclusive financiar las acciones de protesta en las que se encontró involucrado, pasando a ser un “agente provocador”. Kennedy abandonó al país y actualmente se encontraría “en algún lugar desconocido” en Estados Unidos de América, según reveló el mismo expolicía en entrevista con el periódico estadunidense The Mail on Sunday. En la entrevista concedida “desde algún  lugar seguro”, el policía inglés negó haberse convertido en un “provocador”, asegura que sus superiores en la MET estaban al tanto de todas sus actividades y admite tener miedo por su seguridad, pues ha recibido “amenazas de muerte”.

La revelación

El 13 de abril de 2009, unos 400 policías ingleses irrumpieron en una escuela de la ciudad de Nottingham, donde detuvieron de manera “preventiva” a 114 activistas ambientalistas ahí reunidos, acusándolos de “conspiración para realizar daño e incursión agravada”, por estar planeando la ocupación simbólica de la planta de generación eléctrica de Ratcliffe-on-Soar.
La protesta, que según la fiscalía inglesa (Crown Prosecution Service, CPS) los activistas estaban planeando, estabas planeada para llevarse a cabo durante la reunión del Grupo de los 20 (G20) que se llevó a cabo el 2 de abril de ese mismo año en Londres. Tras la detención, 26 activistas fueron enjuiciados. Veinte de ellos fueron condenados a principios de este año, mientras los restantes seis impugnaron la acusación, pues, afirmaron, “no estaban de acuerdo con la acción que se discutía en la reunión que se llevaba en le escuela”.
Tras la impugnación, el juicio siguió su curso. Fue hasta el pasado 7 de enero que la fiscalía renunció a la acusación debido a que el abogado de los activistas, Mike Schwarz, llevó frente al juez que llevaba el caso, John Milmo, una prueba fundamental. “Representé a 113 activistas detenidos”, dijo Schwarz, “el que faltaba era el policía encubierto Mark Kennedy”. Aunque el juez nunca lo admitió, el abogado está seguro que la cancelación del juicio y consecuente liberación de los seis activistas fue el resultado de que “aportamos pruebas de la presencia de Kennedy entre los activistas”. El abogado está seguro de ello, aunque hasta la fecha no ha tenido respuesta a sus preguntas:
“¿La prueba (acerca del involucramiento de Kennedy) fue mantenida secreta al juez? ¿Es apropiado que el acceso –y la decisión acerca de ello-– a las pruebas claves se encuentre en manos de la fiscalía cuya función primaria es garantizar las condenas?”. El abogado, al parecer, tuvo la razón. No sólo la CPS abandonó la acusación en contra de los seis defendidos por Schwarz, sino que el pasado 28 de enero instruyó a sus fiscales a revisar los casos de los veinte ya condenados. Aunado a lo anterior, Nick Hebert, ministro de Gobierno de la actual administración, tuvo que admitir la falta de control de las operaciones encubiertas y abogó para que se promueva el control judicial de las mismas.

Siete años encubierto

En 2003, cuando tenía 33 años de edad, Mark Kennedy fue asignado, en calidad de policía encubierto –y por un sueldo anual de 250 mil esterlinas inglesa–, a infiltrar las organizaciones sociales dedicadas a la protesta en el ámbito ambiental. Se dejó crecer el cabello, cubrió sus brazos con tatuajes, se perforó la piel con vistosos aretes y, tras asumir el alias de Mark Stone, se presentó entre grupos de ambientalistas presumiendo ser un escalador profesional. Desde ese momento, Kennedy fue ganando paulatinamente la confianza de los distintos grupos ambientalistas en Europa y participó en diversas protestas que recurrieron al continente.
Trabajó para los movimientos sociales “manejando automóviles rumbo a las acciones directas” y se ganó el apodo de Flash gracias a su reconocida “generosidad para conseguir dinero para el alquiler de transporte y el pago de fianzas”. Tras presenciar y participar en “docenas” de protestas en al menos 22 países, Kennedy fue descubierto. En julio de 2010, su “pareja sentimental” y activista ambientalista en Inglaterra encontró un pasaporte en el que, quien hasta ese momento conocía con el apellido Stone, tenía otro hombre: Mark Kennedy. La activista reunió a su grupo de trabajo y, juntos, convocaron a Kennedy. Lo confrontaron mostrándole los documentos encontrados.
El policía no tuvo más remedio que admitir su rol y “expresó remordimiento”, según afirmaron testigos del fatídico encuentro. Inmediatamente los activistas interrogaron al policía acerca de otros activistas que en pasado habían levantado “ciertas sospechas”. Kennedy admitió la existencia de más policías infiltrados. En particular señaló a un activista involucrado en la campaña de protesta en Leeds en contra de la planta termoeléctrica Drax en North Yorkshire, así como a una mujer de 30 años que desapareció repentinamente del movimiento en 2008.
Craig Logan, activista de 37 años presente en el “interrogatorio”, explicó que Kennedy habría revelado que “son muchos los policías que infiltran al movimiento social europeo”. Aunque Logan afirme que “Kennedy es un gran mentiroso y no podemos fiarnos de todo lo que dice”, en la grabación que se realizó del ríspido encuentro, el policía inglés afirma: “No soy el único, se lo apuesto. Es como un martillo que rompe a una nuez: se esparce en distintas direcciones y bueno… ¡caray!”

En su propia voz

Tras ser descubierto por los activistas ingleses, Mark Kennedy decidió dejar al país. Desde “algún lugar desconocido” de Estados Unidos de América, el ahora expolicía concedió una entrevista al periódico estadunidense The Mail on Sunday en la que cuenta su versión de los hechos y señala las responsabilidades de sus superiores Aún sin una acusación formal, Kennedy fue señalado por los activistas y por las múltiples declaraciones de las autoridades, como “un agente provocador” por haber “sobrepasado” los límites impuestos por los protocolos de operaciones encubiertas.
Kennedy, quien dejó la escuela cuando tenía 16 años, entró en las filas de la policía a los 21 años de edad. “Siempre respeté a la policía”, dijo, “le dediqué toda mi vida”. En efecto, Kennedy comenzó siendo parte del llamado “Anillo de Acero” que rodea la ciudad de Londres. En 1996, el joven policía entró a ser parte del equipo de agentes encubiertos que controlan las calles de la ciudad en contra de la venta al menudeo de drogas.
“Era un trabajo encubierto que adoraba”, dijo Kennedy. Tras años de esta actividad, fue asignado a la Policía Metropolitana en el año 2001. Sólo dos años más tarde, en 2003, como parte de la Unidad Nacional de Inteligencia para el Orden Público (NPOIU, por sus siglas en inglés), Kennedy asume el alias de Mark Stone. “Tuve que crear mi leyenda”, contó. “Era un escalador y alguna vez fui a Pakistan… así inventé que me involucré en importación de droga”. Kennedy conocía bien el ambiente de las drogas en Londres y no le costó meter el “rumor” que el tal Mark Stone fuera un “corriere de la droga”.
Ya con ese “historial”, el ahora Mark Stone se asomó al mundo del activismo diciendo: “tuve una vida mala y quería enmendarla”. Se fue haciendo de un pasaporte, una licencia de manejo, una cuenta bancaria y una carta de crédito, todos documentos falsos. Tras años de actividad encubierta, Kennedy admite haber sido “preso por una especie de Síndrome de Estocolmo”, aunque nunca perdió “la claridad” acerca de su trabajo”. Enviaba informes diariamente, aunque “comencé a sentir simpatía por las personas que frecuentaba pues hice verdaderas amistades en el ambiente (del activismo)”.
Una acusación recurrente fue la de haber mantenido relaciones sexuales con activistas de los grupos infiltrados, así como haber mantenido un rol activo tanto en la organización como en la realización de acciones de protesta. Si bien los estándares de operaciones encubiertas indican que “la actitud (del policía) debe ser pasiva y cubrir sólo a roles periféricos”, Kennedy habría trasgredido estas normas asumiendo “el protagonismo” en las acciones, pasando a ser un “agente provocador”. Por lo anterior, inclusive, distintos comentadores han señalado la posibilidad de que Kennedy se haya “convertido” al activismo.
En este contexto, el expolicía denuncia la “campaña de desprestigio” de la que, dice, es objeto. Niega, además, haberse “convertido” y señala, que en todo momento, sus jefes “estaban al tanto” de sus actividades “y las han aprobado todas”. Y añade: “No estornudé sin que ellos lo supieran, siento que me están sacrificando”. Aunado a esto, Kennedy dice que sus superiores habrían escondido pruebas y testimonios que exculparían a los veinte activistas condenados por el caso Ratcliffe-on-Soar. Ahora, afirma, “tengo miedo por mi vida y por la vida de mi familia”, pues según dice habría recibido “amenazas de muerte”.
“A la gente le gusta pensar a las cosas en los términos de blanco y negro, sin embargo el mundo de los policías encubiertos es gris y oscuro”, afirma. En contra de él, añade, “está sucediendo algo verdaderamente feo”. Acerca de las relaciones sentimentales del que se le acusa, Kennedy, quien fue abandonado por su esposa y los hijos de 10 y 12 años que tuvo con ella, afirma que mantuvo dos relaciones sentimentales durante sus siete años en calidad de policía encubierto.
“Una de esas dos relaciones fue seria, pues me enamoré”, admite Kennedy. “Estuve muy metido en el movimiento y me hice muy amigo de muchas personas. Ellos (los ambientalistas) se convirtieron en amigos míos, me apoyaron y me quisieron mucho”, agrega. Aunque rechaza que “los policías son los buenos y los activistas, lo malos; o viceversa, ya que ambos tienen cosas buenas y malas”, ahora se siente acusado injustamente y bajo peligro. Por eso, dice, “quiero hablar para que la policía sepa los errores que comete”. “Fui al centro de una operación muy sensible”, afirma, Kennedy, quien, además, revela que su oficial de referencia le dijo que “la información que proveía, en particular modo durante las protestas por el G8 en Escocia (en 2005), iba directamente al escritorio de Tony Blair”, el exprimer ministro inglés.

La despedida

Tras la detención del 13 de abril de 2009, Mark Kennedy tuvo que enfrentar a la justicia como cualquier otro activista, “pues si no, me hubieran descubierto”. Sin embargo, en septiembre de 2009, tras ser absuelto de los cargos, recibió un mensaje de texto al teléfono celular en el cual, en pocas líneas, lo sublevaban del encargo y le daban tres semanas para “despedirse” de su tarea. “Tuve que dejar la casa en donde vivía en Nottingham, deshacerme de los documentos falsos y nunca pude despedirme (de los activistas) de manera adecuada”, señala. Kennedy dice que contó a sus “amigos” que se sentía cansado y que viajaría para visitar a  un hermano en Estados Unidos: “Inclusive, ofrecí una dirección, un apartado postal, en Estados Unidos.” Sin embargo, se quedó en Inglaterra, en donde encontró trabajo en una empresa que se llama Global Open, firma privada de seguridad. Ya con su nuevo trabajo, Kennedy regresó con sus viejos “amigos”, los activistas ambientales.
“No le dije nada a la policía y regresé a ver a mis amigos que estaban muy preocupados por mi suerte”, dice Kennedy. “Quise salir (del grupo) en la manera más adecuada posible”, agrega. Rompió su relación sentimental aunque no a tiempo, pues su pareja sentimental encontró el pasaporte con su nombre. “En julio fuimos de vacaciones y ella descubrió mi nombre verdadero”, afirma. La pareja contó todo a los otros activistas y ellos “comenzaron a investigarme”. “Fue en ese momento cuando supe que todo se había acabado”.

El registro de su presencia

El 1 de mayo de 2004, durante la reunión de la Unión Europea en Dublín, un grupo de cerca de 500 activistas se desprendió de la manifestación de protesta que se estaba llevando a cabo y atacó frontalmente a los policías antimotines. El testimonio de los activistas presentes revelaron a la prensa inglesa que Kennedy “se encontraba en la cabeza del grupo, incitó a los manifestantes a unirse a ellos. Luego, vistió una máscara para taparse el rostro y se lanzó con los demás en contra de los policías”.
En consecuencia de estas revelaciones, Micheal Higgins, miembro del Partido Laborista irlandés, exigió al gobierno que pida al gobierno de Inglaterra una explicación acerca del rol de sus policías encubiertos en la república de Irlanda. “Este tipo de actividades es totalmente inaceptable”, dice. “Muchos de nosotros conocemos las consecuencias destructivas en términos de democracia de este tipo de operaciones que se llevan a cabo desde los años 70 en Irlanda del Norte.”
En 2005, Olafur Pall Sigurdsson, fundador de la organización Saving Iceland (SI), la primera red ambientalista de “acción directa”, recurrió Europa en búsqueda de “expertos” que le ayudarán en hacer crecer a la recién nacida organización. Tras enviar distintos correos electrónicos en los que exponía los problemas organizativos de SI y sus necesidades, su gira europea tuvo éxito. Habían pasado pocos meses cuando Sigurdsson pudo encontrarse con el activista inglés Mark Stone.
Según testimonios de los activistas islandeses recogidos por la prensa, “el policía encubierto jugó su parte a la perfección”. La confianza que Kennedy, alias Stone, inspiró en los inexpertos ambientalistas islandeses le permitió conseguir una larga lista de contactos en la red ecologista. Además, Kennedy habría tenido “un rol fundamental en la formación de los activistas islandeses”. “Se hizo indispensable, pues en los primeros años (de vida de SI) él fue una de las personas claves”. Además, en distintas acciones llevadas a cabo, “Kennedy hizo el portavoz de la organización y se tuvo un rol clave en la toma de decisiones”.
Kennedy inclusive fue señalado como el autor de un artículo que provocó un intenso debate en el país. El texto, firmado por el alias Mark Stone, fue producido días después de la protesta en la sede la presa Kárahnjúkar y acusaba a la policía islandesa de brutalidad e inclusive de “llevar a cabo acciones (represivas) potencialmente fatales para los activistas”. Decía la nota: “La incapacidad de la policía para entender la situación pudo tener consecuencia fatales y sin duda provocó actos de violencia por parte de los guardias de seguridad.”
Andrej Hunko, diputado alemán por el partido de izquierda Linke, denunció que Kennedy también estuvo involucrado en operaciones encubiertas en los grupos antirracistas alemanes. Ya en diciembre pasado, antes inclusive que en Inglaterra surgiera el escándalo acerca de las operaciones de Kennedy orquestadas por la MET, el diputado alemán tuvo acceso a las declaraciones de los activistas que habían interrogado a Kennedy.
Hunko inquirió, a su vez, al gobierno alemán durante todo el mes de diciembre sin recibir respuesta alguna.  El diputado alemán no sólo acusó a Kennedy de haber participado en diversas protestas en territorio alemán participando en el llamado “bloque negro”, sino también señaló que el policía inglés habría “incursionado de manera abusiva” en la vida privada de los activistas, ya que “tuvo relaciones sentimentales y sexuales”.
El gobierno alemán, denunció Hunko, no quiso aún responder a las acusaciones formuladas. Según las investigaciones del diputado alemán, Kennedy habría estado en Berlín en al menos tres ocasiones y fue un activo miembro de la red Dissident! que organizó las protestas en contra de la “reunión de los ocho” (G8) en Gleneasgles en julio de 2005.

Ciudad Juárez, la esperanza en el desierto

16 febbraio 2011 2 commenti
El presente artículo fue publicado en periodico español Diagonal el día 17 de febrero de 2011
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El 31 de enero, en Ciudad Juárez, cientos de personas se reunieron para recordar la masacre acontecida
hace un año y que provocó el asesinato de 16 estudiantes, en su mayoría menores de edad. En la madrugada de ese domingo del año 2010, un comando armado irrumpió en una fiesta en la colonia de Villas de Salvárcar y sin mayor explicación acribilló a los jóvenes que ahí estaban reunidos. El impacto de esa enésima masacre fue tremendo. No sólo por el evidente dolor provocado a los familiares de las víctimas y a la sociedad entera, sino sobre todo porque fue el principio de una larga serie de asesinatos que tuvo como objetivo a jóvenes estudiantes de esta y otras ciudades de México.
Para provocar que aumentara la tensión de aquellos días, sirvieron también las declaraciones del presidente de México, Felipe Calderón. Desde Japón, en donde se encontraba de viaje oficial, tuvo la osadía de declarar que la masacre no era otra cosa que un ajuste de cuentas entre bandas de pandilleros. La reacción no se hizo esperar y es quizás por esa reacción que hoy, en Ciudad Juárez, a pesar de la tremenda ola de violencia, la gente ya no tiene miedo. Las reacciones de la sociedad civil –que han comenzado por las mujeres-madres, hermanas e hijas de los asesinados– no dejaron de coincidir con cada injusticia perpetrada por la criminalidad organizada, pero sobre todo por la ineficiencia y las múltiples omisiones de las autoridades mexicanas que, aquí en Juárez, han substancialmente dejado en mano de los pistoleros y de los grandes capos del narco la gestión del territorio.

“La guerra al narcotráfico”

De esta forma, los periódicos mexicanos e internacionales pintan a Juárez como a la ciudad más violenta del planeta. Así la describen también las estadísticas acerca del número de personas asesinadas cada año, cada mes, cada día. Según datos oficiales, ofrecidos a principios de este año 2011 por el secretario técnico de Seguridad Nacional, Alejandro Poiré en la ciudad fronteriza de México habrían sido asesinados 2.377 personas en 2010. Dichas muertes serían parte de los más de 15.000 asesinatos relacionados con la llamada “guerra al narcotráfico” registrados el año pasado. De ese total asombroso y que muestra una aumento vertiginoso de muertes relacionadas con los carteles del narcotráfico en relación al año anterior –1.462 en 2009–, una tercera parte habría ocurrido en el Estado de Chihuahua, donde Ciudad Juárez se encuentra.
Y, sin embargo, estos datos no logran describir a plenitud la realidad de esta ciudad incrustada en el desierto y que hoy está completamente en mano de la criminalidad organizada. El escritor y periodista estadounidense Charles Bowden publicó recientemente un libro que describe con tremenda crudeza a la ciudad. El título: La ciudad del crimen. Bowden describe las frecuentes muertes en esta ciudad como
“un estilo de vida” y comenta que los habitantes de Ciudad Juárez, los juarenses, hoy no se ponen el problema de la muerte en sí, sino de lo que puede pasar antes de morir. Tortura, degollamientos, descuartizamientos, y todo tipo de injuria que se le puede hacer en un cuerpo humano son las huellas de estos asesinatos por mano, oficialmente, de los carteles de la droga que se pelean por unos de los territorios más codiciados por los negocios ilícitos promovidos por el ya débil Cartel de Juárez y su mayor contrincante, el malafamado capo Joaquín “El Chapo” Guzmán Loera.

Los ‘juventicidios’

De la misma manera, los datos oficiales tampoco logran describir a plenitud otras muertes que recorren
las calles acosadas de la ciudad. Éstos son los asesinatos de mujeres, los llamados feminicidios; las muertes de jóvenes –el llamado ‘juventicidio’– por mano, en este caso sí, de la delincuencia pero también por parte de las fuerzas del orden llamadas a garantizar la seguridad en el territorio. A esta lista se suman las muertes de migrantes anónimos en su recorrido final a Estados Unidos y, por último, los asesinatos de periodistas. Es igualmente difícil describir a otros “efectos colaterales” de tanta violencia, como son las, al menos, 15.000 viviendas abandonadas por ciudadanos que, frente a la muerte, optan por abandonar a la ciudad.
En cuatro años de gobierno –desde diciembre de 2006–, el Gobierno Federal mexicano ha logrado implementar cuatro programas especiales para la ciudad. El primero fue lanzado el 27 de marzo de 2008 cuando el Gobierno oficializó el Plan Conjunto Chihuahua que llevó al ejercito mexicano a ocupar las calles de esta y otras ciudades del Estado. El fracaso evidente de esta estrategia, impulsó que en enero de 2010 el Gobierno promoviera un segundo plan que utilizara la Policía Federal (PF) en Juárez. Sin embargo, la matanza de Villas de Salvárcar obligó al Gobierno a impulsar una “estrategia global” para la ciudad: “Todos somos Juárez”. El programa, fundamentado en operativos policíacos, junto a otros “programas sociales” de alto impacto, cumplió un año este mes de febrero y, según admiten las autoridades, fracasó.
Hoy, tras la muerte “por error” causada por mano de la PF que se encargaban de la labor de escolta del alcalde de la ciudad, el Gobierno lanza el enésimo plan de seguridad que prevé, entre otras cosas, “mantener al ejército en las calles de Ciudad Juárez”. No obstante, la confianza en la autoridad se perdió hace mucho. Eso sí queda la esperanza generada por la renovada voluntad de lucha y rescate que la ciudadanía está demostrando. Dos luchadoras sociales se han quedado en el camino: Josefina Reyes, asesinada el 3 de enero de 2010, y Susana Chávez, asesinada el 11 de enero. Sin embargo, ya lo dijimos: los juarenses han perdido el miedo y el futuro aparece cada vez más en sus manos.
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Los femincidios, no sólo ocurren en Juárez

Ciudad Juárez se ha vuelto tristemente famosa a partir de finales de los años ‘90 cuando los datos acerca del llamado feminicidio comenzaron a describir un patrón del fenómeno. Los carteles del narcotráfico, el patriarcado, los ritos satánicos, el tráfico de órganos, las películas snuff, los asesinos en serie, los ‘sexo turistas’ de la vecina ciudad estadounidense de El Paso, la maquiladora. Todos culpables según distintos análisis y puntos de vista.
Sin embargo, a pesar de la deficiencia de datos fidedignos, debida a la falta de voluntad política de los gobiernos locales de registrar el fenómeno, a su difícil tipificación y a la dificultad de “distinguir” las decenas de muertes que ocurren diariamente en el país, es posible afirmar que no sólo Juárez es teatro de este tremendo delito.
Según el Instituto Ciudadano de Estudios sobre la Inseguridad (ICESI) en más de 80 municipios del Estado de México, colindante con la Ciudad de México, la tasa de homicidios dolosos contra mujeres es superior a la media nacional y en Toluca –capital del Estado– los índices son superiores a los de Ciudad Juárez. Estas estadísticas desmiente la creencia de la posesión del récord de Juárez, además, se presentan los datos ofrecidos por el Observatorio Ciudadano Nacional contra el Feminicidio (OCNF), el cual reporta que en 2009, de los 459 feminicidios registrados, 89 habrían sucedidos en el Estado de México, seguido del norteño Chihuahua (71), el Distrito Federal (46) y el norteño Baja California (45).
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La ‘presencia’ del presidente Calderón en la ciudad

Tras las declaraciones, que quiso adjudicar la masacre de Villas de Salvárcar de enero de 2010 a un “pleito entre pandilleros”, el presidente mexicano Felipe Calderón visitó tres veces la ciudad fronteriza el año pasado para promover el plan que pomposamente llamó “Todos somos Juárez”. La visita que todos los mexicanos recordarán fue la primera. El 9 de febrero, diez días después de la matanza, Luz María Dávila –madre de dos de las víctimas– logró burlar al cerco de seguridad de la reunión y confrontó al presidente frente la mirada atónita de la platea complaciente. “Yo hoy no le puedo dar la mano y decirle que es bienvenido, pues no lo es”, le dijo. “Pónganse en mi lugar a ver que siento yo”, continuó. Calderón asintió y Luz María le espetó: “No diga ‘por supuesto’, y ¡haga algo por Juárez!”.

La Supervía: rompe y corrompe la vida en la Ciudad de México

1 febbraio 2011 Lascia un commento
El presente artículo fue publicado en el portál mexicano Desinformémonos el día 1 de febrero de 2010.
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Foto MD

Desde hace poco más de seis meses, en el poniente de la Ciudad de México se pelea la batalla contra la llamada Supervía Poniente, un proyecto promovido por el actual gobierno de “izquierda” de la megalópolis mexicana y que sería realizado – de llevarse acabo – por empresas privadas transnacionales, mismas que desde hace ya varios años han metido las manos en prácticamente todos los grandes proyectos encasillados en el rubro de “obra pública”.

Desde mediados del año 2010, la comunidad de la colonia La Malinche se organizó y construyó un plantón permanente en las zonas afectadas (expropiadas) para la gran obra. La comunidad local resiste el avance de las obras, consiguiendo no sólo la vasta solidaridad de la sociedad civil de la capital mexicana, sino también poniendo en entredicho las reales intenciones del gobierno local (Gobierno del Distrito Federal – GDF) guiado por Marcelo Ebrad Casaubón y logrando rescatar los lazos comunitarios que precisamente las autoridades del gobierno quisieron cortar.
En esta historia ya se ganó una parte pues “ganamos en el terreno de reconstruir la comunidad”, dicen quienes están presentes en el plantón. Una historia que hoy también significa un posible parteaguas en el futuro del Valle de México: “No se puede seguir viviendo así. Es necesario sentarnos todos a estudiar seriamente el Valle y planear de otra manera a la ciudad”, señalan los vecinos entrevistados.
La Supervía: “una ocurrencia” interesada
Fuente: http://prociudad-procontreras.blogspot.com/

Con al menos 20 millones de habitantes, de los cuales ocho viven en la llamada Zona Metropolitana del Valle de México (ZMVM), que comprende la capital mexicana y otros 60 municipios aledaños, la Ciudad de México es una de las regiones más densamente pobladas del planeta. Los reflejos de esta densidad de población son múltiples y no todos gratos: escasez de recursos naturales (sobre todo agua), contaminación en niveles excesivos, difícil acceso a los servicios (habitacionales, escolares, de salud, etcétera) y graves problemas de movilidad.

El llamado proyecto de la Supervía Poniente, según sus promotores, pretendería precisamente incidir en este último aspecto, pues su trazo original prevé conectar, a través de diez kilómetros (de los cuales la mitad serían de un peaje) de carretera de cuatro carriles, túneles y puentes, la zona sur-poniente de la ciudad (y su salida hacia el sur) y la zona de Santa Fe, moderno y rico “territorio-emporio” de la capital. Dicho proyecto, a su vez, sería parte del megaproyecto denominado Autopista Urbana Querétaro-Toluca-Cuernavaca (ciudades aledañas de la Ciudad de México), cuyo costo asciende a los 30 mil millones de pesos, con una longitud de casi 30 kilómetros de vialidad.
Uno de los mayores problemas, aunque no el único, es el fuerte impacto ambiental que la obra causaría en un territorio mayoritariamente catalogado por las autoridades federales mexicanas como “suelo de conservación”. Cristina Barros, miembro de la organización “ProCiudad-ProContreras” y vecina de las zonas afectadas, destaca los argumentos principales que sustentan la fuerte oposición al proyecto: “atenta contra la sustentabilidad del Valle de México, pues urbaniza y pasa por los suelos de conservación y de recarga de agua para todo el Valle”.
De acuerdo a la activista, la delegación Magdalena Contreras “presta servicios ambientales a toda la ciudad: limpia los vientos de la zona industrial de Ecatepec que se estrellan aquí, y los regresa a la ciudad. Es indescriptible el daño ambiental que provocaría la nueva carretera”, afirma, y calcula que sólo los costos ambientales que la Supervía causaría ascienden a cerca de dos mil 800 millones de pesos mexicanos.
Aunado a lo anterior, Barros señala que el proyecto está “plagado de irregularidades”. No se trata sólo de la falta de consulta a las comunidades afectadas, sino también que, por ejemplo, en el Plan de Gobierno 2007-2010 no aparece la Supervía. “Cuando el gobierno hizo ese programa, la Supervía no era una prioridad”, comenta la activistas. El Plan Verde de la Ciudad no lo contempla, como tampoco los planes de desarrollo de la Delegación Magdalena Contreras. Sólo el Plan de Tránsito de la Secretaría de Tránsito y Vialidad local (SETRAVI) lo menciona y lo hace apenas en 2008, con un año de retraso sobre las fechas del mismo plan.
Cristina Barros se refiere al gran debate que está causando el proyecto ya que de un lado se encuentra la comunidad local resistiendo y por el otro el gobierno local que, al menos en las últimas semanas, se juega la “reputación” de “gobierno democrático y de izquierda”, pero insiste en desconocer los argumentos de los vecinos e impone un proyecto millonario que pocos comprenden. La activista se pregunta: “¿Por qué tanta desesperada necesidad de realizarla? ¿Por qué tanta desesperación por un proyecto con tan elevados costos políticos, ambientales, sociales y financieros?”.
La razón parece sencilla, aunque articulada. A principio de los 90, Marcelo Ebrad participó activamente, junto al entonces regente de la Ciudad de México, Manuel Camacho Solís (hoy precario asesor del ex candidato presidencial Andrés Manuel López Obrador), en el proyecto que transformó el antiguo “basurero” localizado en Santa Fe en el “más importante centro en términos financieros y corporativos de México”. El proyecto otorgó un valor económico enorme al territorio. “Sin embargo, todo el proyecto (de Santa Fe) estaba fundamentado en un concepto urbanístico muy equivocado, pues hoy Santa Fe no tiene salida alguna”. Este problema – la falta de vía de comunicación – convirtió poco a poco Santa Fe en una zona en riesgo de perder el valor acumulado, pues hoy la zona “está literalmente asfixiada”.
“Ahora necesitan otra salida”, comenta Barros. La zona, en efecto, sigue siendo objeto de grandes proyectos inmobiliarios, en su mayoría promovidos por la empresa COPRI, de capital mexicano. Fuera de cualquier coincidencia, el mismo corporativo está actualmente asociado con la empresa española Obrascón Huarte Lain Concesiones (OHL) en la construcción de la Supervía. Tras conseguir una concesión por parte del GDF de 33 años de duración, el corporativo español se compromete a la construcción de la obra con una inversión de 389 millones de euros (equivalentes a más de seis mil millones de pesos mexicanos).
En cambio, el gobierno se compromete a regresar ese dinero en el lapso de la concesión y, mientras, permitirá a OHL el cobro del peaje. Es decir, según los opositores al proyecto, “se socializan los gastos y se privatizan las ganancias”. Si lo anterior fuera poco, Barros cuestiona el historial de la empresa OHL (quien controla el proyecto asociada a COPRI gracias a la creación, ex profeso, de la razón social “Controladora Vía Rápida Poetas S.A. de C.V.”), pues ésta tiene pésimos antecedentes en España: fraude y apoyo a campañas políticas a cambio de obra pública.
“Estaba a punto de quebrar en España y salió del problema tal y como lo hicieron otros – BBVA, por ejemplo – : viniendo a América Latina”. El esquema es el mismo de siempre, comenta la activista: “Obras muy costosas de peaje a cambio de favores”. Como ejemplos están también los proyectos del Arco Norte, en la ciudad de Puebla (al sur de la Ciudad de México) y el Puente Bicentenario en el Estado de México (en la área conurbada), entre otros. En suma, indica Cristina Barros, en este proyecto “están los intereses de los grandes consorcios inmobiliario. Los especuladores inmobiliarios han trazado el desarrollo de la Ciudad de México y hoy tienen la mira sobre el poniente de la ciudad: hay agua, limpieza del aire, calidad paisajística”.
“Los expropiados no son los únicos afectados”
Fuente OHL

Uno de los argumentos utilizados por parte del gobierno de la ciudad para debilitar la resistencia en contra del proyecto de la Supervía, fue señalar que la mayoría de los que protestan no han sido siquiera expropiados, lo que permite no incluirlos entre los afectados. Un argumento débil, dice Cristina Barros, que contradice además toda cultura de la izquierda política, no sólo en México.

“Los expropiados no son los únicos afectados, pues hay potenciales expropiados y potenciales expulsados”. En La Malinche, colonia de cerca de cinco mil habitantes y la principal afectada por las obras previstas en el proyecto, el 6 de abril de 2010 se presentaron los funcionarios del gobierno local acompañados por unos cuantos policías, sin que los esperaran. Aunque Ya se conocían los aspectos generales del proyecto Supervía, pero nadie esperaba sucedería ese día: Les presentaron los decretos de expropiación del primer polígono de los cinco previstos.
“El Frente Amplio contra la Supervía Poniente (FACSP) nace en 2008, cuando comienza a circular el asunto de la Supervía”, relata Barros. “Pequeños grupos con la experiencia de 1991 – cuando se logró rechazar otro proyecto vial, el de la Carretera Contadero-Luis Cabrera – nos comenzamos a mover. Nos unimos otra vez, realizamos juntas y todos los grupos decidimos unirnos en el Frente”. Cristina recuerda que ese 6 de abril la llamaron para comentarle de los decretos de expropiación entregados por funcionarios del GDF. “Nos movimos inmediatamente y nos organizamos”.
Tras unos meses de prórroga concedida para que “los niños terminaran el ciclo escolar”, los decretos se comenzaron a ejecutar a partir del mes de julio. Socorro Méndez, vecina de La Malinche recuerda que un día “nos avisan que se había metido una máquina rumbo a la loma (cerro)” que rodea las espaldas de la colonia. “Nos reunimos y decidimos sacar la máquina y tomamos la zona”. Así, el 26 de julio de 2010, se instala el plantón organizado por el FACSP.
Explican los vecinos de La Malinche, instalados 24 horas al día en el plantón, que desde un principio “la meta de las autoridades fue la de romper a la comunidad, lograr que los propios vecinos fueran en contra de los vecinos”. Para ello, abundan, aplicaron todo lo peor de los gobiernos autoritarios: ofrecieron prebendas; pintaron las casas a cambio de apoyo; ofrecieron dispensas, e incluso “repartieron dinero” (150 pesos por persona).
Socorro admite que “en parte lo han logrado”. De los expropiados en la primera ronda de decretos, el gobierno logró desalojar cerca de mil 500 vecinos, según cálculos de los miembros del plantón. “Se modificó de manera violenta el tejido social ya que era una colonia particularmente unida por la manera en que se conformó: la gente aquí se compró su tierra hace unos 40 años, construyó su propia casa, convivió e hizo esta colonia”.
“No es Beirut, es La Malinche”
Foto MD

El deterioro social se puede medir. Según los activistas que pasan día y noche a la espera de que el proyecto no avance “y el gobierno dé un paso atrás”, los daños sociales son representados por las “dolorosas historias de los expropiados, por el miedo que los aleja de la lucha”. Se puede también ver con los ojos del visitante al plantón: las calles son abandonas, pues ya no hay actividades significativas. Las casas aún habitadas se alternan a los dos lados de la vía adoquinada con las casas ya expropiadas y llenas de boquetes “causados para hacerlas inservibles y para dar el golpe sicológico: aquí ya no se puede hacer nada”.

Las casas aún de pie pero ya abandonadas parecen haber sido objeto de un bombardeo. Entre los hoyos causados por mano de los obreros al servicio del gobierno, se entrevé la Loma de Tarango, el cerro que sería objeto de las perforaciones para los túneles. “Ahí jugábamos nosotros cuando éramos niños y hoy nuestros hijos”, comentan los vecinos. Lugar de paseo, de recreo, de juego, de esparcimiento, la Loma se está convirtiendo en un montículo cubierto del fino polvo blanco levantando por las obras de perforación del suelo que ya se realizan. “Aún no excavan, apenas son los estudios de mecánicas de suelo… Ni esos tenía el proyecto que presentaron”, dice un vecino para remarcar el elevado número de irregularidades de este proyecto.
De un lado una colonia, aún muy viva, hay gente viviendo la cotidianidad, en la escuela y el mercado. Al fondo de La Malinche, la calle aparece cerrada: ahí está el plantón. Luego, pocas calles conducen al muro que apenas el primero de enero pasado, tras un muy discutible operativo policíaco llevado a cabo en la madrugada de año nuevo, las autoridades elevaron para separar la zona objeto de los primeros trabajo del plantón. Decenas de policías antimotines (granaderos) resguardan a los casi cien trabajadores que comen, ríen y laboran completamente aislados de la vida de la comunidad de La Malinche. Los escombros aparecen de un lado y otro, pues al parecer los trabajadores echan del lado del plantón las sobras de su trabajo. Un vecino mira el panorama y bromea: “Esto que ves – dice al reportero – no es Beirut, es La Malinche”.
Ya se ganó la hermandad
Foto MD

“Llegaron el primero de enero de este año, a las seis de la mañana”, cuenta Socorro Méndez quien no deja de indignarse por el abuso cometido en contra de los vecinos de La Malinche. Mientras la resistencia obligaba a Marcelo Ebrad a prometer públicamente el diálogo con el FACSP, sus policías invadían las calles de la colonia e instalaban un muro divisorio entre los vecinos afectados y los trabajadores. Días más tarde, el 5 de enero, cuando el Frente protestaba en las calles del centro de la Ciudad de México, trabajadores enviados por el gobierno derribaron techo y muros de algunas casas aún en poseso del plantón. La reacción fue inmediata, tuvieron que abandonar la marcha muchos vecinos y defender “su patrimonio”.

Estela es una señora que no participa activamente al plantón pero, dice, “lo apoyo”. Camina estas calles violentadas en días pasados por los policías del GDF. “Queremos reconocer con nuestros pasos estas calles. Vivo del otro lado de ese muro”, comenta y levanta el dedo índice señalando el abuso. “Se siente tristeza porque toda la vida pasamos por aquí y de pronto…”, se le cortan las palabras. Su hija camina con ella: “Este era nuestro paso. Conocíamos a todos. Ahora, hay que conocer los vecinos por el otro lado. Los que estaban aquí ya se fueron. Y los que quedan, ya no los vemos pues ya no pasamos por aquí”.
La tristeza se fuga rápidamente cuando nos unimos a la gente en el plantón. “Cuando comenzaron las expropiaciones decíamos ‘bueno, aún pasamos’. Pero ahora, mire el muro que levantaron, qué tan alto está… no sea que nos vayamos a robar un policía y nos acusen de secuestro. Cada uno defiende sus ideales, lo que cree justo. Por eso estamos aquí. Los no expropiados vamos a serlo. Por eso hay que apoyar”, comenta Socorro. De los 336,626,524 metros cuadros que, según el decreto de expropiación, serán ocupados por la obra, apenas se ocuparon tres mil. “La lucha apenas comienza”.
“Tengo tres razones para estar aquí”, dice Socorro Méndez. “Se llaman Iván, Marisela, Angélica, mis tres hijos”. Aunque el gobierno los acusa de no ser los afectados directos, Socorro comenta que “el gobierno puede decir lo que quiera, pero lo ambiental no tiene remedio y yo me preocupo por el futuro de mis hijos. Se van a echar 60 mil árboles… Sin agua, sin aire…¿qué vamos a hacer?”. Y añade: “No tenemos derecho de hacer eso: el gobierno y nosotros si nos dejáramos”.
Socorro Méndez llega al plantón a las diez de la mañana y se va a la medianoche. Todo el día al frente: “Hacemos varias actividades: cocinamos, tejemos, charlamos, leemos libros… Es mi segunda casa este espacio. A veces nos ofrecen eventos: música, cineclub y tenemos visitas solidarias de muchos lugares del Valle”. Cristina Barros confirma la solidaridad que el plantón recibe todos los días: “Muchísimas organizaciones se acercaron al Frente. Como 50. Cada una en lo que puede, con sus capacidades”. En el plantón participan activamente cerca de cincuenta vecinos. “Nuestros maridos se tienen que ir a trabajar y tenemos que atender a las cosas de la casa”, explica Socorro. Saca la mano del bolsillo y enseña un teléfono celular: “Estamos conectados con mucha gente y avisamos de todo lo que pasa, listos para cualquier emergencia”.
Según Socorro Méndez, el espacio comunitario que se ha creado es muy bonito. “Con el pretexto del plantón recuperamos el gusto de estar juntos, compartir las fiestas y el quehacer cotidiano”. Mirando al futuro, Socorro Méndez se pregunta: “Los que estamos aquí, decimos: el día que esto se termine, ¿qué va a pasar?”. Comenta que aún siendo vecinos, antes de comenzar la resistencia, no todos se conocían. Ahora es al revés: “Todos nos ayudamos, todos nos conocemos, nos reunimos para resolver los problemas que alguien pueda tener, hay mucho compañerismo”. Finalmente, emocionada, Socorro Méndez admite que “con toda esta experiencia, lo malo y lo bueno, hemos reído y llorado, hemos tenido estrés y miedo. Todo esto yo no lo cambiaría”.
Perspectivas y derechos humanos 
A finales de noviembre de 2010, sobre todo tras la emisión de las “medidas cautelares” emitidas en el curso del 2010 por parte de la Comisión de Derechos Humanos del Distrito Federal (CDHDF), se formó la llamada Comisión Civil de Acompañamiento(CCA), conformada por diversas personalidades de la sociedad civil mexicana y con el objetivo de acercar las partes – FACSP y GDF – para sentar las bases de un diálogo posible.
Manuel Fuentes Muñiz es presidente de la Asociación Nacional de Abogados Democráticos (ANAD) e integrante de la CCA. En las últimas semanas la CCA ha tratado de mediar entre las partes construyendo un posible formato de diálogo. Pero la realidad parece decir otra cosa: la obra, aunque lentamente, sigue su curso y el GDF no parece querer dar un paso atrás. Según Fuentes, el GDF afirma querer conseguir resultados concretos del diálogo con el Frente, sin embargo, cada parte está firme es su posición.
“La Supervía va porque va”, afirma el GDF, mientras el Frente está firme en su negativa al proyecto. Fuentes Muñiz admite el cada vez más difícil rol de la CCA y señala que, termine como termine, el GDF va a pagar un elevado precio político. Dicho precio podría elevarse aún más, tras la emisión, el 20 de enero pasado, de las “recomendaciones” por parte de la CDHDF dirigidas a Marcelo Ebrad y a los titulares de las dos Delegaciones políticas involucradas en el proyecto (Magdalena Contreras y Álvaro Obregón) que, en caso de ser aceptadas por el GDF, obligarían a las autoridades a “parar las obras” hasta cumplir con los compromisos fijados por la Comisón.
Dichas recomendaciones, fruto de las quejas presentadas por los vecinos que dieron origen a una investigación independiente de la misma Comisión, abordan el tema desde el punto de vista de la violación a los derechos humanos de los opositores a la obra y dividen sus comentarios en seis rubros distintos: derecho a una vivienda adecuada, derecho a un medioambiente sano, derecho al agua, derecho a la información, derechos políticos y derecho a la seguridad jurídica.
En particular, la CDHDF recomienda al GDF ordenar “la suspensión de la obra hasta que se lleve a cabo una consulta pública, a fin de garantizar una participación amplia y plural en la que se recojan y consideren las preocupaciones, opiniones y propuestas de las personas afectadas”. Asimismo, afirma la Comisión, es necesario que “se valoren distintas alternativas de movilidad sustentable en el sur-poniente de la Ciudad de México”.
Actualmente, uno de los argumentos más señalados por parte de las autoridades para negar la posibilidad de cancelar el proyecto es el compromiso económico contraído con las empresas constructoras, mismas que estarían facultadas a cobrar hasta 36 millones de pesos en caso de no realizarse la Supervía. Cristina Barros, aún reconociendo el compromiso, afirma que “hay la posibilidad de dar paso atrás. Ellos (el gobierno) dicen que tienen compromiso con la empresa, pero la verdad es que el título de concesión (de la obra) es criminal para las finanzas de la ciudad”. Lo anterior porque los costos de parar la obra serían menores a los costos de la obra sumados a los costos ambientales provocados.
No obstante, Cristina Barros afirma que actualmente el diálogo con el GDF no es el principal eje de lucha del FACSP. “De ellos quisimos conocer el proyecto; mostrarles los datos que indican que el proyecto es inútil. Hoy por hoy, lo único que queremos es evidenciar los problemas. Nuestro eje es hacer conciencia, difundir las recomendaciones de la Comisión, unirnos a las organizaciones, esperar que el GDF recapacite. Seguir trabajando en la defensa de la cuenca de México, pues sin ella no vamos a vivir”.
Y acerca del Valle de México comenta: “No se puede seguir viviendo así. Es necesario sentarnos todos a estudiar seriamente el Valle y planear de otra manera a la ciudad. Necesitamos datos reales para la sustentabilidad de la ciudad, no ocurrencias”. Entre las que Barros define como “ocurrencias” señala la línea 3 del Metrobús – también objeto de oposición vecinal en las semanas pasadas – que pasa por encima de una línea del metro. Al respecto, la activista pregunta: “¿Por qué duplicas el transporte público? Hay soluciones a la movilidad mucho más eficaces”.
Por ejemplo: “¿Por qué tenemos que desplazarnos por tantos kilómetros? ¿Transportar los combustibles por tantos kilómetros? ¿La comida?”. Las horas perdidas en desplazarse en la Ciudad de México se traducen en pérdida de tiempo de vida, de salud, de energía… Tenemos que ser más comunitarios”, señala Cristina Barros. Según ella, la única manera en que es posible “sacar adelante la vida de una ciudad como esta es tener un tejido social fuerte, acogedor” . Y prueba de esto es que “las delegaciones más seguras del Valle son las que tienen más pueblos originarios, pues hay mayor solidaridad y fortaleza social”.

Más información en:
:: Ciudadanos por Contreras
:: ProCiudad-Procontreras
:: Concesiones de OHL en el mundo
:: Recomendación de la Comisión de Derechos Humanos del DF (CDHDF)

Ley migratoria en México

29 gennaio 2011 Lascia un commento
El presente artículo fue publicado en el periodico mexicano La Jornada el día 29 de enero de 2011.
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El 9 de diciembre de 2010, los seis legisladores (dos del PAN, dos del PRI y dos del PRD) que integran la llamada Mesa de Trabajo en Materia Migratoria del Senado de la República, conformada en octubre pasado y en la cual participa también la Secretaría de Gobernación por conducto del Instituto Nacional de Migración (INM), presentaron una propuesta de ley que abre la puerta no sólo a unas reformas y derogaciones de distintas leyes nacionales que tocan el tema migratorio, sino que plantea la formulación ex novo de una norma en la materia en México.
La cuestión no es poca cosa. Hasta la fecha, el tema migratorio es tocado de manera transversal en distintas normas nacionales mexicanas; sin embargo, falta un texto único en la materia. Desde este punto de vista es sumamente apreciable que de manera unitaria, los tres mayores partidos políticos mexicanos se pongan de acuerdo y soliciten a los poderes legislativos la aprobación de un marco legal ad hoc.
Por otro lado es preciso señalar que era ya imposible para los legisladores postergar una reglamentación a un fenómeno que hasta hace pocos meses sólo se miraba desde el enfoque de la migración de salida. La tragedia (los 72 indocumentados ejecutados en agosto pasado y las cifras horripilantes acerca del secuestro de migrantes, presentadas por organizaciones sociales) orilló a los legisladores a reflexionar sobre las medidas necesarias para atender también otro aspectos del fenómeno: el tránsito, el destino y el retorno.
Ya revisando la propuesta mencionada –compuesta por 164 artículos– es urgente abrir un debate serio, amplio y responsable entre las partes involucradas. Tenemos aquí una primera seria falla, pues la llamada Mesa de Trabajo Migratoria excluyó desde un principio a la sociedad civil mexicana más atenta al tema. Es urgente, por el contrario, incluir a quienes hoy trabajan el tema no desde la posición legislativa ni regulatorio/represiva, sino desde la posición de la comprensión y análisis del fenómeno y, sobre todo, desde el punto de vista de la solidaridad. Si la nueva ley pretende frenar, acotar e impedir los abusos de todo tipo que desde el crimen organizado y hasta las autoridades se pueden cometer en contra de los migrantes, es indispensable recurrir a la acumulación de experiencias y saberes de la sociedad civil organizada.
En este sentido, queremos aquí recoger algunas inquietudes de orden general –el espacio no da mucho más– que comienzan a expresarse en el mundo de la sociedad civil. Antes que todo, la sensación general es que si bien en la exposición de principios y los primeros cinco títulos de la propuesta de ley, todo parece dirigirse hacia un modelo garantista –aun con sus excepciones– de los derechos humanos (por cierto, una terminología que casi nunca se utiliza en el proyecto de ley), el resto de la propuesta no sólo contradice cuanto dice anteriormente, sino parece ratificar las prácticas más comunes y abusivas ejercidas en México.
En general, la propuesta de ley asienta algunos principios muy válidos que reconocen los derechos –también llamados garantías– de los ciudadanos migrantes en México. Aunque se cometan errores garrafales y peligrosos, como es, por ejemplo, no distinguir entre trata, tráfico y secuestro de migrantes, o en otro casos, no hacer suficiente énfasis en que los solicitantes de asilo y refugio son definitivamente una categoría que requiere especial protección, en general los primeros títulos de la propuesta son extremadamente garantistas y parecerían, de por sí, abrir las puertas a un respeto integral a los derechos humanos de los migrantes.
No obstante, la propuesta también pretende introducir algunos de los mecanismos más nefastos de las legislaciones que se tomaron de referencia (sobre todo la europea y la estadunidense). Por ejemplo: la visión principalmente económica del fenómeno; la introducción del sistema de cuotas de entrada, en el que el gobierno fija topes al número de posibles ingresos legales al país tras consulta con las autoridades laborales; la introducción del sistema de puntos para la adquisición de la naturalización antes de los tiempos naturales establecidos (cuatro años); la introducción de medidas que tienden hacia la externalización del control migratorio (controles impuestos a las empresas de transporte); la posibilidad de expulsión para los migrantes sujetos a proceso penal, y en general la delegación que se le otorga al INM con respecto a una amplia serie de decisiones acerca de la suerte de la persona migrante, excluyendo la posibilidad de un control judicial sobre el proceso de deportación, expulsión, detención (aseguramiento, le dicen), verificación y control migratorio, etcétera.
Si bien los señalados sólo son algunos puntos críticos de la propuesta de ley, creemos indispensable que la aprobación de esta novedosa normativa deba de ser objeto de un debate amplio e informado en el que participen necesariamente las organizaciones de la sociedad involucradas en el tema migratorio. No es posible avanzar en la materia sin los aportes de quienes, todos los días, se vuelcan en la defensa y el reconocimiento de los derechos de quienes –obligados o no– deciden migrar.

Argentina: el trabajo esclavo

14 gennaio 2011 Lascia un commento
El presente articulo fue publicado en el semanario mexicano Proceso, el día 15 de enero de 2011.
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BUENOS AIRES., 20 de enero (apro).- En esta ciudad existen alrededor de 5 mil talleres textiles, de los cuales unos 3 mil trabajan de manera clandestina. Según organizaciones de la sociedad civil argentina, las personas que trabajan en ellos simbolizan el “trabajo esclavo”, el cual, afirman, “infesta a la ciudad y al país entero”.
Estiman que 30 mil migrantes bolivianos trabajan en este sector, el cual produce alrededor de 2 mil millones de dólares anuales y cuyos productos no sólo se destinan al mercado local de ropa barata, sino también para surtir a las grandes marcas internacionales del vestido, como Puma, Adidas, Fila y Lecop-Arena.
Muchos ciudadanos bolivianos que eran explotados laboralmente han creado, con apoyo de organizaciones argentinas, sus propias cooperativas y logran comercializar sus propias marcas en el país y en el exterior.
Un ejemplo: la cooperativa La Alameda, que actualmente maneja la marca argentina Mundo Alameda y comparte la marca global No Chains (No Cadenas) con la organización de Tailandia Dignity Returns (Retorno a la Dignidad).
Gracias al esfuerzo de La Alameda y sus aliados, el sector textil en Argentina comenzó a “formalizar” las relaciones laborales. “Actualmente una quinta parte del mercado laboral en este sector, es blanco (formal)”, afirma Gustavo Vera, presidente de La Alameda.
La Alameda se fundó “para que tuviéramos una razón jurídica que nos permitiera seguir las causas penales en contra de los dueños de los talleres”, añade.
Pero la experiencia de La Alameda se está trasladando a otros sectores donde existe el “trabajo esclavo”, como el agrícola e, incluso, el sexual.
La Alameda
Tras la crisis económica y política que golpeó Argentina a finales de 2001, surgieron cientos de asambleas populares como respuesta “a la ausencia del Estado en los barrios pobres de Buenos Aires”.
En una asamblea de la zona de La Avellaneda, en el poniente de la ciudad, surgió La Alameda.
Vera recuerda que, tras las primeras semanas de protesta, comenzaron a reunirse con los demás barrios “y se empezó a hablar sobre cómo enfrentar a los problemas que cada uno tenía”.
Sostiene que no sólo se discutía sobre las protestas en las calles, sino cómo resolver los problemas de todos los días.
“Se tocaban los temas de los ahorros, pero también el problema del hambre, la desocupación y se organizaron las ollas populares, los trueques y las compras comunitarias.
“Aquí la carestía llegó prepotente –comenta Vera–. La miseria conquistó al barrio y comenzamos a hacer una olla popular que funcionaba con las aportaciones de todos los vecinos.”
Señala que al principio esa “olla popular” tenía un sentido simbólico de protesta; pero, en la medida que la situación se fue agravando, se convirtió en un servicio. “Llegamos a un momento en que ya no dábamos abasto de tanta gente necesitada que acudía con nosotros”, comenta Vera.
Dice que después de unos meses, el gobierno metropolitano buscó “absorber nuestro trabajo”. Pero, señala, la asamblea supo mantenerse independiente. Y se hizo de un espacio: “Recuperamos un local abandonado en el barrio, un ex bar que se llamaba La Alameda”.
Ya con ese espacio, la asamblea comenzó a ofrecer no sólo la “olla popular” sino también servicios de compra comunitaria, consultorio médico y programas para niños. Poco a poco “La Alameda se convirtió también en un lugar de encuentro para la comunidades migrantes, la boliviana, sobre todo”, que organizó eventos culturales.
Según Vera, “esto permitió que se fuera generando un clima de confianza entre extranjeros y argentinos, ya que por lo regular los habitantes de Buenos Aires desconfían de los migrantes”.
Actualmente en La Alameda conviven tanto el Centro Comunitario –que mantiene el comedor popular y los talleres para le gente del barrio–, como la Cooperativa La Alameda, formada por trabajadores que dejaron los talleres clandestinos.
Además, en La Alameda trabaja la fundación homónima que se dedica a la investigación, la denuncia y el seguimiento de causas penales en contra de la explotación laboral, tanto en el sector textil como agrícola y sexual.
Clandestinos
No existen en Argentina estadísticas fiables que abarquen todo el espectro del trabajo informal. No obstante, organizaciones civiles independientes calculan que en todo el país habría, al menos, 4 millones de trabajadores sin contrato de trabajo y sin protección social. De esta cifra, medio millón trabajaría en la capital del país y la mitad de éstos lo hacen en el sector textil, sobre todo en los “talleres clandestinos”.
José Luis es ciudadano de Bolivia. Desde hace cuatro años vive en la capital argentina: “Los primeros dos años y medio trabajé en negro (informal) en un taller textil”, dice en entrevista con Apro.
Cuenta que fue contratado en su ciudad natal, El Alto, cerca de La Paz. Le ofrecieron empleo y prestarle dinero para el pago del transporte, la comida y un techo. El acuerdo implicaba que estos últimos gastos los devolvería al patrón una vez que hubiera trabajado. “Me hice muchas ilusiones”,  pero éstas “se vinieron abajo cuando llegué aquí (a Buenos Aires)”, comenta.
El patrón los encerró en un edificio en el centro de la ciudad. Abajo, explica José Luis, se encontraba el taller, arriba unos cuartos de dos por tres metros donde dormán cuatro o más migrantes. Además, había un baño para decenas de personas. Afirma que las condiciones de la vivienda eran insalubres y no podían atender a los niños que acompañaban a los migrantes.
María, boliviana de 42 años cuyos dos hijos menores la acompañan, cuenta que trabajaban de 7 de la mañana hasta la 1 o 2 de la madrugada del día siguiente. Explica que ella trabajó seis meses gratis para reponer el préstamo que el mismo patrón le hizo para solventar los gastos del viaje. “El patrón nunca nos dejaba salir del taller, pues nos amenazaba y asustaba”, comenta.
Según los trabajadores bolivianos, los patrones los amenazan con denunciarlo con las autoridades migratorias para que los deporten. Además, “los patrones nos asustan mucho, diciéndonos que afuera (del taller clandestino) la sociedad nos tratará mal, que habría agresiones y peligros”, señala María.
Ella admite que durante mucho tiempo tuvo miedo y no se atrevía a salir ni durante el periodo de tiempo en que tenía permiso: dos horas a la semana.
A pesar de esta situación, José Luis, María y muchos más trabajadores costureros logran “liberarse” del trabajo en los talleres clandestinos. Admiten que la situación económica, estando afuera del taller, no ha mejorado mucho, pues “hay mucho racismo hacia los bolivianos, los alquileres de las casas son altísimos y nos discriminan”.
Explican que, tras años de migración boliviana, la comunidad de su país en Argentina ha crecido mucho y hoy existen bolivianos dueños de talleres textiles que “aplican a sus trabajadores el mismo trato que recibieron cuando llegaron”.
“Alianza global”
Mundo Alameda es la marca que la cooperativa homónima produce. Su difusión alcanza los mayores mercados textiles de la ciudad, en particular el Mercado Social Solidario, situado en el central barrio de Palermo y recuperado por decenas de cooperativas con experiencia similar.
En 2008, la cooperativa situada en la Avellaneda conoció la experiencia de la organización tailandesa Dignity Returns. De ese encuentro, surgió la marca global No Chains que fue presentada el pasado mes de junio tanto en Argentina como en el país asiático.
Vera cuenta la historia de esta “alianza global”:
“Cuando comenzamos a meternos con lo que llamamos trabajo esclavo tuvimos que ver cómo íbamos a hacer una organización gremial en un submundo en el que había, y hay, mucha explotación y mucha opresión; y en donde se mezclan los temas penales, el de derechos humanos y los laborales.”
Tras una intensa búsqueda, descubrieron la experiencia de Tailandia: “Ya con ese contacto, fuimos invitados a Bangkok para hablar de las experiencias argentinas de recuperación de fábricas y de las cooperativas.”
De ese encuentro, continúa Vera, “nos convencimos de que era necesario producir una marca global que simbolizara lo contrario del trabajo esclavo. Pensamos que era necesaria también una base productiva al tiempo que se lanzaban las campañas en contra del trabajo esclavo, una base productiva que trascendiera la mera denuncia y que produjera una alternativa real y concreta”.
Junto con la “alternativa real”, La Alameda sigue con su campaña en contra del trabajo esclavo en Argentina. 
“Tuvimos la suerte de que uno de los primeros talleres que interceptamos estaba produciendo ropa para la princesa de Holanda, así que se creó un gran escándalo”, cuenta Vera, quien sostiene que durante estos años lograron “asestar algunos golpes fuertes a muchas marcas”.
En efecto, hoy la Fundación La Alameda ha presentado denuncias ante la justicia federal argentina en contra de 103 marcas.
Sin embargo, señala, “la batalla aún está lejos de ser ganada”, pues no sólo siguen existiendo miles de talleres textiles clandestinos, sino también en otros rubros. “Ahora comienza a venir gente de otras ramas de la economía que ve los resultados que logramos. Por ejemplo, estamos metidos en el sector agrícola denunciando la explotación infantil”.