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Da Ciudad Juarez con amore

5 febbraio 2010 Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul sito italiano Global Project il 5 febbraio 2010
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Domenica scorsa, 31 gennaio, all’alba in una strada di Ciudad Juarez, un gruppo di una ventina di persone, pesantemente armato, ha fatto irruzione in una casa privata dove si stava svolgendo una festa tra adolescenti. Un compleanno, il pretesto della riunione. Il gruppo armato, giunto sul posto a bordo di una decina di Suv neri, ha immediatamente separato uomini e donne, ovvero ragazzi e ragazzine. Le donne son state cacciate – “Via da qui!”, han gridato loro. I ragazzi e un paio di adulti son stati fatti mettere in fila contro il muro nel cortile. E di lì, una mitragliata e la fine: 16 morti e diversi feriti, quasi tutti adolescenti. La strage.
E lo scandalo. Com’è possibile, ci si domanda, che in una delle città più militarizzate del paese, alla frontiera con gli Stati Uniti, dove è appena conclusa l’operazione che ha visto migliaia di soldati schierati contro il narco; dove solo qualche settimana fa il governo ha dichiarato il cambiamento di strategia ed ha schierato nuovamente la Polizia Federale (PF); dove vi è il fiore all’occhiello dell’industria maquiladora che, crisi a parte, continua ad attirare investimenti stranieri; insomma: com’è possibile che in un posto così vi possa essere da una parte tanta disponibilità di violenza; dall’altra, tanta agibilità per i gruppi armati – tutti o quasi inevitabilmente al servizio del temuto Cartello di Juarez? Non vi sono risposte a questa domanda, eccetto quelle ovvie. Vi sono però alcuni commenti da fare, così, in ordine sparso. Perché un ordine diverso, in Messico, è comunque difficile da descrivere.

Sparsa, caotica, così è la ormai famigerata ‘guerra al narco’ di Felipe Calderon. La strage di adolescenti accaduta domenica scorsa è solo l’ennesima dimostrazione di forza, capacità di fuoco ed impunità di cui godono sicari e gruppi armati al servizio dei diversi cartelli della droga in Messico. Non è né più grave – perché son adolescenti – né più crudele. È solo una mattanza in più, dopo tante altre, ed altre ancora, che ad inizio febbraio han portato il conto totale delle vittime – quelle che sarebbero vincolate al narco – ad oltre 18mila in poco più di tre anni di governo.
Dicevamo, la strage di giovani non è più grave di altre. Gli adolescenti e i giovani, in Messico, son stati coinvolti dal narco ben prima di domenica scorsa. Non solo perché da qualche tempo, il narco effettivamente ha cominciato a prenderli di mira – a farne un obiettivo militare – in un modo tale da far credere ai più acuti osservatori che vi sarebbe in corso un sorta di ‘pulizia sociale’ in Messico; ma anche perché son i giovani oggi le vecchie e le nuove leve del narco: vuoi in qualità di spacciatori al dettaglio, o di giovani – e minorenni – trasportatori di droga, o giovani ed esaltati sicari, o fervidi consumatori, o semplicemente perché, a questo punto, un lavoro vale l’altro. E così, nonostante tutto, anche questa strage risulta nella normalità di una vita tutta violenza e zero prospettive. Altro che generazione no future da periferia urbana europea. Qui il no future deriva dalla realtà di un gioco in cui un giorno ci sei, e magari sei un leone, e il giorno dopo sei una macchia di sangue sull’asfalto e litri di lacrime attorno a te.
Perché l’altro risultato di tanta violenza a Juarez è effettivamente il fatto che oggi si crede che vi siano almeno 10mila – non cento, diecimila! – minorenni abbandonati a se stessi perché han perso i genitori in questa guerra o perché son stati abbandonati. I più fortunati, invece, han potuto emigrare con la loro famiglia: 60mila famiglie avrebbero, nel corso degli ultimi tre anni, cambiato la propria residenza oltre confine, a El Paso. Fortunati loro, si potrebbe dire.

La guerra contro il narco è fallimentare. Questa l’idea generalizzata che oggi più che mai è condivisa da tutti, compresi molti settori vicini al presidente. E dunque? Non si sa. L’impressione che lo stesso presidente sia ad un vicolo cieco diventa credibile. Dagli Stati Uniti giungono sostegni, tanto in termini dichiarativi come in termini sostanziali – il pacifista Obama, come parte del pacchetto di spesa recentemente presentato al Congresso, ha chiesto diversi milioni di dollari in più per quello che molti chiamano già Plan Merida 2. Ma la realtà di un paese in ginocchio è ormai evidente a tutti. Che vi fossero o meno accordi tra governo e cartelli, ormai poco importa. Le forze in campo sono troppo diseguali, troppo favorevoli ai cartelli. Ed allora?

Non si sa. Recentemente, molti think thank statunitensi ed alcuni messicani esprimono elogi verso il modello colombiano: militarizzazione, scontro diretto, nessuno sconto, nuovo negoziato ed intervento diretto degli Stati Uniti. Ecco, ed allora se così fosse, ci sarebbero due problemi: uno, l’intervento diretto sarebbe molto, ma molto complicato, date le condizioni sociali e la tradizione messicana – anche di governo – ostile all’intervento straniero diretto; l’altro, la necessità di un uomo forte, un nome, una personalità che riesca a resistere agli accordi congiunturali, che riesca ad imporre la propria linea (ed i propri interessi) ed ad assumerne le conseguenze. Felipe Calderon non è Alvaro Uribe.
Sia come sia, dal punto di vista nostro, entrambe le possibilità – ovvero che la situazione rimanga quel che è o che si passi definitivamente al modello colombiano – sarebbero a dir poco nefaste. In entrambi i casi, movimenti sociali, realtà autorganizzate, esperienze di autonomia dal basso sarebbero comunque stritolate non tanto dalla forza politica degli schieramenti in campo, ma dalla forza militare che si sta dispiegando nel paese.
Per ora, vie d’uscita è difficile vederne. Non tanto perché non vi siano le condizioni perché scoppi una ribellione generalizzata, definitiva, che metta per una volta all’angolo questa classe politica e ponga le basi di qualcosa di diverso; non perché non vi sia la disponibilità umana, persone, esseri umani, donne e uomini oggi disposti a sognare, costruire e quindi porre le basi di quel qualcosa di diverso. Ma forse, solo perché il fattore narco pochi lo prendono in considerazione. In seno ai movimenti, almeno nel dibattito più o meno pubblico, si parla pochissimo dei cartelli della droga. Solo si pensa – con certa logica – che stanno più di là che di qua; che son amici comunque del governo e/o del capitale; che fanno del male alla società. Nessuno, sinora, pone il problema di come gestire, confrontarsi e risolvere il problema del narco dal basso.

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Assemblando Donne

31 gennaio 2010 1 commento

Il testo che segue è stato scritto per il libro “Ciudad Juarez. La violenza sulle donne in America Latina, l’impunità, la resistenza delle Madri“, FrancoAngeli Edizioni, Italia, gennaio 2010.
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Assemblando donne

I

Il 14 febbraio 2001, dopo aver terminato il turno in fabbrica, Lilia Alejandra García Andrade lascia il posto di lavoro. Anche oggi il faticoso turno nella maquila – la fabbrica d’assemblaggio – è finito. Torno a casa a riposare. Come ogni giorno imbocca la strada del ritorno. Non c’è niente da temere, è giorno e c’è un sacco di gente in giro. Nei giorni scorsi, nei mesi passati, negli anni trascorsi sono già centinaia le ragazze scomparse. Alcune le hanno ritrovate, certo. Però morte. Altre non le troveranno mai. Ma perché proprio a me dovrebbe capitare? All’improvviso un macchina nera, vetri oscurati, si avvicina. Da dietro, il suv si accosta al marciapiede sul quale Alejandra, giovane di 17 anni, lavoratrice presso una delle tante fabbriche di assemblaggio della zona, cammina. Dall’automobile scendono diversi uomini, la sorprendono e la caricano a forza sul mezzo. Ci metterà diverso tempo la camionetta ad allontanarsi dalla zona. Diversi testimoni racconteranno che l’automobile tipo suburban, l’automobile preferita dalla polizia statale, rimarrà diverso tempo parcheggiata e tutti riveleranno che si potevano udire con chiarezza le grida della giovane. La stavano violentando. Qualcuno chiama la polizia, ma questa arriverà un’ora dopo. E sì che si era in pieno centro. Poco male, peccato che quando arriva la pattuglia della municipale, la macchina nera non c’è più. E Alejandra? Scomparsa.

Una settimana dopo, il 21 febbraio, il corpo di Alejandra fu ritrovato, assassinato. Con evidenti segni di tortura, violenza sessuale e con parte del corpo – il seno sinistro – mutilato. Il corpo giaceva davanti ad un centro commerciale, in uno spazio lasciato all’abbandono, tra l’erba l’incolta e i rifiuti della società di consumo. Le mani legate dietro alla schiena, la camicetta aperta, i pantaloni aperti a lasciare intravedere il sesso violato della giovane. La coincidenza è macabra: davanti al Centro Commerciale “Saint Valantine”, in calle San Valentín è ritrovato il corpo di una giovane sequestrata il 14 di febbraio. La polizia non arriverà mai a scoprire gli o l’assassino di Alejandra. O forse non vorrà mai rivelare l’identità dei colpevoli. Così come succede da quasi dieci anni a questa parte.

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Cd. Juarez: vita, morte e sfruttamento alla frontiera

13 febbraio 2007 Lascia un commento

Ciudad Juarez si presenta con le molteplici facce della classica cittá di frontiera. Ma con alcune peculiaritá che fanno di questa macchia urbana in mezzo al deserto tra Messico e Stati Uniti uno sperimento unico di convivenza impossibile, di traffici e sfruttamenti, di divertimenti spensierati e consumo di stupefacenti, di precarietá ed apparenti grandi ricchezze, di corruzione e violenza.

La costruzione della cittá é la prima cosa che colpisce lo sguardo dell’osservatore che visita per la prima volta la cittá. Una collina a oriente, alta, sul cui fianco domina una scritta bianca enorme: “La Bibbia é la veritá, leggila”. Una scritta che si puó osservare da ogni dove e che trasmette una sincera sensazione di persecuzione. Poi peró uno riesce ad abbassare la vista sulle strade e vede un centro cittadino un po’ disorganizzato, ma decentemente delineato attorno ai negozi che vendono un po’ di tutto ed attorno ai numerosi locali e bar per il divertimento notturno –americano, soprattutto. Luci e colori nel centro. Tutt’attorno distese chilometriche di strade sabbiose o fangose, secondo la stagione che ti tocca, che in maniera disordinata ti conducono da un quartiere ad un altro. Quartieri residenziali, privi di servizi, delle enormi ed estese bidonville alla messicana. Lo smog non manca, l’aria diventa all’improvviso irrespirabile, mentre l’acqua non la puoi mai bere da un rubinetto. É l’inquinamento di questa cittá che sta provocando giá seri problemi anche oltre frontiera, a El Paso. E poi mancano scuole, ospedali, servizi essenziali di tutti i tipi, spazi per la cultura. Insomma, un deserto sociale nel deserto ambientale.

Ciudad Juarez, la cittá del divertimento, del tutto si puó, tanto qui, la polizia non esiste o, meglio detto, é una delle tante bande armate che circolano facendo il bello e il cattivo tempo. Per cui, all’occhio! Sempre e comunque. Perché questa cittá se é famosa all’estero, lo é, almeno negli ultimi dieci anni, per il chiamato feminicidio, termine coniato proprio a Ciudad Juarez, a partire dalla costatazione che qui, le donne muoiono con estrema facilitá e sempre, o quasi, in circostanze simili. Donne giovani, molte volte minorenni ; povere, magari provenienti da fuori, migranti; lavoratrici in fabbrica ; abitanti dei quartieri periferci. E poi il ritrovamento dei corpi : abbandonati, quasi sempre con violenza sessuale, in luoghi desertici o periferici, in posizioni quasi rituali, con sfregi regolari, insomma, un modello, che ha fatto del feminicidio a Ciudad Juarez un caso nazionale e internazionale. Traffico di organi? Rituali satanici? Maschilismo all’estrema risorsa? Iniziazioni in seno al narco? Tante ipotesi, tutte vere ma insufficienti a spiegare come mai qui nessuno ha mai pagato per tanta efferatezza, per tanta violenza. Quindi forse un solo vero colpevole: l’impunitá che regna in questa cittá. Qui puoi fare quello che vuoi e nessuno ti dirá mai niente.

Eccetto, forse, i signori locali, ma questo é un altro discorso. Perché dobbiamo parlare dei signori della droga, riunuti attorno all’organizzazione che prende il nome dalla stessa cittá: il Cartel de Juarez. Un invenzione nordamericana, tanto per cambiare, ma che oggi gestisce un potere economico e, perché no, politico immenso. All’inizio degli anni ’80, l’allora governo De La Madrid (il governo che, tra l’altro, ha introdotto le politiche neoliberiste in Messico) aveva bisogno di un contropotere forte da opporre ai cartelli della droga che si stavano sviluppando autonomamente in Messico e Sudamerica. Allo stesso tempo, gli USA esigevano droga, proprio mentre Reagan sferrava la war on drugs. Fu cosí che il governo messicano mise uno dei suoi uomini piú fidati, ex agente della Dirección Nacional de Seguridad (DNS), la polizia politica messicana, a capo di un nuovo gruppo, incaricato di trasferire droga dalla Colombia agli Stati Uniti. Guajardo si chiamava questo personaggio che nel 1993 morí assassinato per mano di un altro uomo del governo, o quanto meno amico dell’allora presidente Salinas de Gortari: Vicente Carrillo Fuentes, il famosissimo señor de los cielos. Giusto sei mesi prima dell’entrata in vigore del Trattato di Libero Commercio tra Messico, USA e Canada. Un caso? Comunque sia, da allora il Cartel de Juarez comanda, a suon di soldi e violenza. E continua a farlo, se é vero che, sino ad ora, é l’unico gruppo che ancora non é stato attaccato dalle forze federali presenti in forze in tutto il paese per la propagandata campagna contro la delinquenza organizzata lanciata dal nuovo governo di felipe Calderon.

Ma quel che forse maggiormente caratterizza questa cittá di frontiera é la presenza della chiamata industria maquiladora. Attualmente questo sistema produttivo conta 36 chiamati parchi industriali in tutta la cittá, per un totale di oltre 400 fabbriche di decine di multinazionali diverse. Presenti soprattutto imprese americane, ma anche europee ed italiane. La presenza della maquiladora é ormai una constante da quasi cinquant’anni. E si vede. La cittá che negli anni ’60 contava poco piú di duecentomila abitanti, é cresciuta attorno alle esigenze di questa industria famelica, che ha mangiato territorio e diritti alla gente di Ciudad Juarez. Oggi, un milione e mezzo di abitanti popolano la cittá sorta irregolarmente attorno ai parchi industriali, di cui almeno 380.000 lavorano negli stabilimenti in centro e periferia della cittá. Il lavoro delle maquiladoras é terribile: nove ore al giorno piú straordinari (obbligatori) per 200 euro al mese circa. Ma come riesce un modello produttivo come questo a imporsi? Innanzittuo possiamo inquadrare il fenomeno all’interno del processo di dislocazione produttiva promosso negli Stati Uniti, prima, e in Europa, dopo. Ma sicuramente, in Messico vi sono due condizioni che hanno favorito lo stabilirsi di quest’industria: la prima, il costo bassissimo della mano d’opera locale; la seconda, peculiare, la complicitá sindacale. Il sindacalismo in Messico é storicamente controllato dal governo. Basti dire che l’incarico di segretario generale dev’essere ratificato dal governo federale per poter essere legalmente esercitato. Dall’altro lato esiste il fenomeno del chiamato sindacalismo bianco o di protezione, meccanismo per il quale le grandi confederazioni sindacali, corrotte e corporative, firmano il contratto collettivo prima con l’impresa, alle condizioni che questa detta, e poi cominciano le assunzioni. In molti, troppi, casi il lavoratore deve accettare le condizioni predeterminate pena la perdita del lavoro. Comunque sia, solo il 30% dei lavoratori oggi é sindicalizzato e qualsiasi altro tentativo di organizzazione é frenato, se non proprio represso, all’interno delle fabbriche. E di motivi per organizzarsi ce ne sono, anche troppi, a cominciare dal basso salario, certo, ma anche per gli abusi e le violenze, verbali e non, cui sono sottoposti i lavoratori, la presenza di droga nella linea di produzione, il ricatto continuo del licenziamento facile, l’assoluta mancanza di norme per la sicurezza sul lavoro. Due aspetti sono da evidenziare. Il primo, che la maggior parte della forza lavoro all’interno della maquiladora é femminile. Oggi le proporzioni tendono a ridimensionarsi, ma sino al 2000, almeno il 70% degli operai in fabbrica erano donne, molte delle quali minorenni. Il secondo, la qualitá migrante del lavoratore. Quasi tutti coloro che oggi sudano sulla linea di produzione della maquiladora sono gente di fuori, provenienti dalle regioni piú povere del paese, per le quali, nonostante il basso salario, il solo fatto di averlo garantito a fine mese, costituisce un immenso salto di qualitá nello stile di vita. Insomma, l’illusione fatta realtá, anche se la realtá é un inferno.

Ciudad Juarez oggi é il paradigma latinoamericano del neofordismo: la separazione netta, indicata da una rete e dal filo spinato, tra lavoro immateriale, a nord, e lavoro materiale, a sud. Le fabbriche esistono e gli operai pure, sfruttati per un salario da fame. Eppure la ricchezza se ne va, appena pochi chilometri piú a nord. Le regole di convivenza di questa enorme massa uniforme sono decise autonomamente. L’assenza di poltiche governative efficaci a far vivere con dignitá gli abitanti di questo pezzo di deserto apre la possibilitá ai potenti in turno di stabilire le regole: il capetto sulla linea di produzione, il narcotrafficante in cittá, le bande delgi esclusi in periferia. In mezzo, migliaia di persone che vivono alla giornata, nella speranza di non essere licenziati il giorno seguente, di non essere sequestrate ed assassinate. Ieri questa era la terra di eroi del taglio di Pancho Villa, oggi non rimane altro che idolatrare i capi del narcotraffico e cercare di emularli.

Pianeta Dimenticato

3 dicembre 2006 1 commento

Di seguito troverete le date delle trasmissioni del programma Pianeta Dimenticato di Radio 1 Rai alle quali ho partecipato.
I file audio cui mandano i link qui sotto si ascoltano con Real Player o, meglio ancora, con VLC.

  • 2 gennaio 2009: “Candidata al Nobel per la pace nel 2006, e parlamentare Dona María Del Rosario Ibarra 81 anni, e’ una indomabile attivista per la difesa dei diritti umani. Presidente della commissione nazionale dei diritti umani del senato messicano, nel’agosto ha fondato il fronte nazionale contro la repressione, al quale partecipano moltissime associazioni civili tra cui il comitato Eureka per la difesa dei prigionieri, perseguitati, desaparecidos ed esiliati politici”. [scarica il file]
  • 26 novembre 2008: “Funzionano e stanno per essere estesi a tutte le aree metropolitane, in Bolivia, i programmi di sostegno sociale all’emigrazione interna”. [scarica il file]
  • 13 novembre 2008: “In Messico proliferano i sindacati fantoccio, vere e proprie bande criminali, che impongono ai dipendenti delle fabbriche il racket della protezione e li costringono ad accettare condizioni di lavoro capestro”. [scarica il file]
  • 14 ottobre 2008: “Per arginare la grave emergenza del narcotraffico e il continuo flusso dei clandestini, Washington e il governo messicano hanno messo a punto un complesso piano di controllo investigativo”. [scarica il file]
  • 16 maggio 2008: “In Colombia i paramilitari hanno scatenato una violenta offensiva al confine col Venezuela”. [scarica il file]
  • 2 maggio 2008: “In Messico si susseguono gli omicidi dei giornalisti che denunciano la corruzione e gli intrecci fra narcos, politica e finanza”. [scarica il file]
  • 22 aprile 2008: “Controlli armati, 1250 km di barriere, il Rio Bravo e il deserto non riescono ad arginare la valanga di clandestini che si riversa dal Messico negli Stati Uniti”. [scarica il file]
  • 28 marzo 2008: “In Ecuador lo sfruttamento petrolifero avviato da una multinazionale brasiliana minaccia l’equilibrio ecologico del Parco Nazionale del Yasunì, ai confini col Perù, riserva di biosfera dell’UNESCO e area di insediamento di varie tribù Indios”. [scarica il file]
  • 21 marzo 2008: “Nonostante la priorità più volte assicurata dal Governo alla lotta contro il traffico di droga, i narcotrafficanti messicani stanno soppiantando i cartelli colombiani e gestiscono una crescente percentuale delle spedizioni di cocaina negli Stati Uniti”. [scarica il file]
  • 12 febbraio 2008: “In Messico un’inchiesta giornalistica denuncia l’attività di un gruppo di potere denominato El Yunque, un’organizzazione segreta che mescola ritualità e precisi interessi politici”. [scarica il file]
  • 31 gennaio 2008: “Incontro internazionale a Caracol de la Garrucha per sottolineare il ruolo delle combattenti nella guerriglia zapatista in corso nel Chiapas”. [scarica il file]
  • 18 gennaio 2008: “Negli stati messicani di Tabasco e Chiapas una serie di frane e di inondazioni ha fatto scattare pesanti denunce nei confornti delle industrie idroelettriche della zona“. [scarica il file]
  • 14 dicembre 2007: “A dieci anni dalla strage di Acteal in Messico i familiari delle vittime reclamano ancora verità e giustizia per uno dei più gravi massacri della guerra civile in Chiapas”. [scarica il file]
  • 4 dicembre 2007 : “Ciudad Juarez, Messico: da 14 anni alla frontiera fra Messico e Stati Uniti vengono uccise centinaia, forse migliaia di donne, senza che siano stati mai individuati assassini e moventi. Una strage misteriosa sulla quale nessuno vuole far luce per non ostacolare i molti traffici della zona, denunciano le associazioni femministe”. [scarica il file]

Assasinate alla frontiera

8 marzo 2004 Lascia un commento

Morire a Ciudad Juarez

Il 14 febbraio 2001, dopo aver terminato il turno in fabbrica, Lilia Alejandra Garcia Andrade lascia il posto di lavoro. Anche oggi il faticoso turno nella maquila è finito. Torno a casa a riposare. Come ogni giorno imbocca la strada del ritorno. Non c’è niente da temere, è giorno e c’è un sacco di gente in giro. Nei giorni scorsi, nei mesi passati, negli anni trascorsi sono già centinaia le ragazze scomparse. Alcune le hanno ritrovate, certo. Però morte. Altre non le troveranno mai. Ma perché proprio a me dovrebbe capitare?
All’improvviso una camionetta nera, vetri oscurati, si avvicina. Da dietro, la camionetta si accosta al marciapiede sul quale Alejandra, giovane di 17 anni, lavoratrice presso una delle tante fabbriche di assemblaggio della zona, cammina. Dalla camionetta scendono diversi uomini, la sorprendono e la caricano con forza sul mezzo. Ci metterà diverso tempo la camionetta ad allontanarsi dalla zona. Diversi testimoni racconteranno che l’automobile tipo suburban, l’automobile preferita dalla polizia statale, rimarrà diverso tempo parcheggiata e tutti riveleranno che si poteva udire con chiarezza le grida della giovane. La stavano violentando. Qualcuno chiama la polizia, ma questa arriverà un’ora dopo. E sì che si era in pieno centro. Poco male, peccato che quando arriva la pattuglia della municipale, la camionetta nera non c’è più. E Alejandra? Scomparsa.
Una settimana dopo, il 21 febbraio, il corpo di Alejandra fu ritrovato, assassinato. Con evidenti segni di tortura, violenza sessuale e con parte del corpo – il seno sinistro – mutilato, il corpo giaceva davanti ad un centro commerciale, in uno spazio lasciato all’abbandono, tra l’erba l’incolta e i rifiuti della società di consumo. Le mani legate dietro alla schiena, la camicetta aperta, i pantaloni aperti a lasciare intravedere il sesso violato della giovane. La coincidenza è macabra: davanti al Centro Commerciale “Saint Valantine”, in via San Valentino, è ritrovato il corpo di una giovane sequestrata il 14 di febbraio. La polizia non arriverà mai a scoprire gli o l’assassino di Alejandra. O forse non vorrà mai rivelare l’identità dei colpevoli. Così come succede da quasi dieci anni a questa parte.

Le “assassinate di Juarez”

Dal 1993, si cominciarono a registrare sempre più casi di donne, giovani e povere, sequestrate e poi ritrovate morte. Sono le ormai tragicamente famose “morte di Juarez”, anche se le sempre più numerose organizzazioni civili insistono affinché vengano chiamate piuttosto le “assassinate di Juarez”. Un caso terribile di morte e impunità che ha reso famosa la città alla frontiera con gli USA. Un caso che rappresenta, secondo i più, l’evento giudiziario più tragico degli ultimi vent’anni. Secondo i dati diffusi da Amnesty International, che recentemente ha rinnovato il proprio studio presentato nell’estate del 2003 – il migliore, secondo alcuni -, le donne scomparse sarebbero più di quattromila e le ritrovate uccise sarebbero già 327. I dati discordano con altri studi presentati da diverse organizzazioni, come la Commisione Nazionale per i Diritti Umani (CNDH), la Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH) e altre. Ed è che è difficile riassumere i dati: in molti casi, infatti, la solitudine o la mancanza di strumenti ha impedito a familiari e amici di denunciare la scomparsa delle persone. In altri casi, si è potuto ritrovare solo cumuli di ossa, mischiati, fatto per il quale ancora non è possibile identificare tutte le vittime incontrate. Certo è che l’omicidio di donne a Juarez è sempre esistito, ma a partire dal ’93 ha cominciato a rappresentare una similitudine di particolari che rende inquietante l’intera vicenda. Le assassinate sono donne; povere; immigrate da altri stati della Repubblica – espulse per mancanza di lavoro dal luogo di origine; giovani, tra i dieci e i trent’anni d’età; mediamente alte; capelli neri e lunghi; studentesse o lavoratrici dell’industria maquiladora; tutte ritrovate in zone abbandonate, ma centriche della città; tutte ritrovate con evidenti segni di tortura e violenza sessuale – non necessariamente stupro; in molti casi, le vittime avevano abusato di droghe – non si sa se volontariamente o meno; uccise quasi tutte per strangolamento o traumi cranici; tutte a Juarez.
A questo punto a molti è sorta una domanda: come è possibile che le donne assassinate rappresentino caratteristiche così simili tra loro? Tra tante donne uccise, è plausibile che chi le uccida si metta a vigilarle per settimane e settimane per scoprire i particolari della loro vita che ne fanno un obbiettivo così appetibile, come il fatto di essere immigrate e povere, per esempio? A questa domanda rispondono le dichiarazioni di diverse organizzazioni che denunciano le stesse fabbriche, così come le scuole di informatica o di inglese – diffusissime a Juarez – e locali notturni per aver ceduto i propri schedari – non esiste alcuna legge che protegga la privacy – o per aver permesso a qualcuno di permanere in zona per vigilare. E’ nota, per esempio, l’esistenza di cataloghi, con tanto di foto e curriculum, delle giovani ragazze che lavorano in fabbrica. Una terribile tecnica: l’assassino o gli assassini scelgono le proprie vittime da un catalogo.
E perché vengono uccise? Riti satanici dei narcotrafficanti? Snuff movies? Traffico di organi? La domanda infinita si ripete e sembra non trovare risposta. Quel che è certo è che dopo undici anni dal primo omicidio – il 6 maggio del 1993 -, il caso continua ad essere irrisolto. Quattromila donne scomparse. Quasi un decimo ritrovate assassinate e fatte a pezzi. La stessa cifra di persone arrestate: una decina sentenziate, la maggior parte in attesa di giudizio, tutte si sono dichiarate vittime di tortura da parte delle forse dell’ordine. Pochissimi hanno confessato. E la autorità? Due governatori – del PAN (Partito di Azione Nazionale) e PRI (Partito Rivoluzionario Istituzionale) -, cinque procuratori statali, sette subprocuratori e sette investigatori speciali federali, centinaia di agenti municipali, statali e federali, FBI, una Commissione Speciale del Congresso della Unione: questi coloro che hanno dichiarato in undici anni di voler risolvere il problema. Nessun risultato. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare o, forse, l’affare.

Alla frontiera, Ciudad Juarez

Siamo a Ciudad Juarez, Chihuahua, città alla frontiera con gli Stati Uniti. Dall’altra parte del ponte internazionale, El Paso, Texas, lo stato governato sino a poco tempo fa da Geoge W. Bush. Quando Benito Juarez, l’indigeno che si fece presidente e sconfisse Massimiliano d’Austria, scappava si rifugiò a Paso al Norte, ultimo avamposto messicano prima degli Stati Uniti. La cittadina, collocata in mezzo al deserto, era povera e vuota. Da allora, quando il presidente eletto ritorno sulla sua strada, Paso al Norte perse il suo nome anonimo per diventare Ciudad Juarez. Nel nome, la cittadina cercava dignità e importanza, ma solo un secolo dopo la cittadina povera e dimenticata di allora cominciò a diventare quel polo attrattivo che è ora. Nel 1969, come conseguenza del “programma nazionale di industrializzazione della frontiera”, Ciudad Juarez rappresentava la prima città in Messico per presenza di fabbriche assemblatrici, maquiladoras, in Messico. Nel giro di un paio di decadi, al principio degli anni ’90, la popolazione era più che raddoppiata, raggiungendo quasi i due milioni di abitanti. Più della metà della popolazione juarense oggi è femminile. Si calcola che su una popolazione di 1800mila persone più di un milione sono donne. Tutte molto giovani, provengono dagli angoli più poveri del paese: Guerrero, Oaxaca, Chiapas e altre zone rurali, dove il futuro come donna non esiste. Per questa ragione, attratti dai salari “alti” delle maquiladoras – in media un dollaro e mezzo al giorno -, le donne e gli uomini senza futuro scappano dalla loro realtà e giungono in quello che credono essere se non il paradiso in terra almeno una porta per arrivarci. Quando arriveranno scopriranno che gli uomini dovranno provare ad andare oltre, verso gli Stati Uniti, perché in fabbrica costano troppo. Le donne, al contrario, con salari più bassi e con meno propensione alla protesta sindacale, saranno accettate, ma pagheranno il prezzo di essere donne. La città rappresenta l’icona dello sviluppo promesso ai “paesi in via di sviluppo” dal sistema produttivo postfordista neoliberale: un centro, chiamato zona dorada, piccolo e ricco di alberghi, locali, bar e quant’altro serva per divertire e trovare sfogo per tutti coloro, nordamericani soprattutto, che se lo possono permettere; un centro cittadino verticale, con i suoi edifici che rispecchiano l’intorno. Attorno, una città orizzontale, che mescola centri commerciali, maquiladoras e case e/o baracche costruite con i rifiuti o con materiali di recupero. A nord, oltre il ponte internazionale che conduce a El Paso, una lunga rete divide il Messico dagli USA. Verso sud, verso est e verso ovest, il panorama si ripete. L’espansione irregolare e sregolata distesa verso le colline e il deserto che circonda la città. Come molte città messicane, Juarez si presenta come l’alternativa tra la moltitudine, il riposo di cose obsolete, l’asfalto irregolare, le strade impolverate, i terreni abbandonati e destinati a essere ricettacolo di rifiuti di ogni genere e l’industria d’avanguardia, l’efficienza delle macchine, il sistema moderno di telecomunicazione, i servizi da primo mondo, ma non per tutti. Lo scenario ideale per la musica “nor-tec”, la mescola di suoni digitali ed di echi latini. A differenza di molte città messicane, nelle quali il centro urbano domina il resto della città, il centro urbano è dominato dalla periferia. Si vedono migliaia di persone e costruzioni in cerca di inventare il proprio futuro all’interno dell’attrazione permanente della violenza quotidiana, del tempio cattolico o protestante, dell’industria, le automobili, i bar, la tossicodipendenza, la criminalità di ogni genere, l’inclemenza del clima, i contrasti sociali. Come dice Sergio Gonzalez Rodriguez, le gente di Juarez “cerca la sopravvivenza. Come nel lavoro: l’imperativo è resistere ad ogni costo; la gente lotta e cerca la maniera di tirare avanti. Il muscolo e il temperamento come forma di una astuzia che si rinnova ogni giorno”. In mezzo a questo, Juarez soffre la più classica delle conseguenze della sua scelta industriale: inquinamento industriale enorme, quantità di automobili da media europea e uso o abuso di telefonia cellulare; scarsità di risorse e servizi; aumento vertiginoso della popolazione.
A partire dagli anni ’60, Juarez si converte poco a poco nella città delle maquiladoras. Di automobili e di elettronica, soprattutto. A fine anni ’90, prima che quest’industria entrasse in crisi per il prezzo “troppo alto” della manodopera, il protagonismo di questo sistema produttivo era già irreversibile.
Il risultato, secondo Alfredo Limas Hernandez, autore di “La costruzione di cittadinanza”, è che l’industria maquiladora ormai maquila anche la società: tutto prende forma attorno alla fabbriche. Oltre la forma urbana che si accomoda attorno alle esigenze produttive, le relazioni sociali si modificano in termini di competizione tra persone e tra uomini e donne. Il corpo delle persone diventa l’ultimo luogo di sfruttamento, soprattutto quello della donna. Finalmente, lo spazio pubblico si riduce a servire la produzione togliendo prerogative a qualsiasi tipo di governo locale. Per questa ragione, Juarez è diventata una città che non è più tale: meno del 50% delle strade è asfaltata; l’illuminazione pubblica copre un terzo del territorio; manca qualsiasi tipo di piano regolatore, così che la città assume uno sviluppo completamente casuale, o meglio detto, a tutta funzione della produzione dell’industria assemblatrice. Al contrario, a beneficio delle statistiche economiche, Juarez, dove la maggior parte dei lavoratori e lavoratrici appena sanno leggere e scrivere, rappresenta l’avanguardia dei dati occupazionali: negli anni novanta, la città registrava il più basso indice di disoccupazione di tutto il paese. Cosa da far invidia al più combattivo dei sindacati. Questi dati però contrastano con il [m1] salario destinato a questo esercito di lavoratori. E’ per questo, che ai giovani illusi e accecati dai colori e dalle promesse della modernità resta il destino dell’esclusione dalla promessa tecnologica, di benessere e di un futuro degno. A questo panorama si contrappone la promessa di un arricchimento facile e rapido offerto dalla criminalità organizzata. Droga, furti, piccoli traffici. Juarez, infatti, registra anche il maggior consumo di stupefacenti nel paese. Solo nel centro, secondo dati forniti dalle autorità in base a recenti arresti, si consumano dieci chili di cocaina alla settimana. L’esclusione cui è condannata buona parte della giovane popolazione e l’illusione continuamente coltivata che i giovani rappresentano il futuro, un futuro di ricchezza e benessere, ha creato la frustrazione necessaria che conduce ad un uso sproporzionato di droga in tutto il territorio, un territorio in mano ai narcotrafficantes. Si contano, solo in Juarez, almeno seimila picaderos. I picaderos sono case private nelle quali, nel migliore dei casi, trovi ogni tipo di droga, dalla marijuana a crac. Nel peggiore dei casi, questi posti sono delle finestrelle che si aprono sulla strada; attraverso queste finestrelle, abbastanza grandi da accogliere il braccio di una persona, il venditore ti inietta la dose della sostanza prescelta. Non sai mai cosa ti iniettano esattamente. A volte, se non fosse indispensabile riflettere sulle ragioni che conducono centinaia di giovani e meno a abusare di stupefacenti, viene da pensare che da queste parti la vita non valga niente.

Ciudad Juarez, territorio dei narcotrafficantes

Come molte altre città, piccole e grandi della frontiera nord del Messico, anche Juarez è territorio di traffici più o meno leciti. Dalle macchine rubate agli apparati elettronici, dal traffico di persone al traffico di droga. Quest’ultimo in particolare rappresenta un’icona irrinunciabile dell’economia e della cultura locale che si riflette anche nella musica – il famoso narcocorrido, ora proibito dal Governo – e in generale nel mondo dell’intrattenimento. E come criticare la gente che assume in maniera naturale l’esistenza di un traffico così speculativo e così fatale per tante persone? Come biasimare i giovani e meno giovani che al banco di un locale qualsiasi parlano e raccontano le storie, le avventure, dei più famosi narcotraficantes? In effetti è difficile. Vuoi per il timore che i grandi capi incutono in città, vuoi perché questi, gente povera che si è fatta ricca hanno saputo farsi rispettare e amare dalla gente. E’ sufficiente girare nei paesetti più periferici: quante scuole, cliniche, chiese e case sono state costruite con i soldi dei narcos? E il governo?
Sergio Gonzalez Rodriguez in una intervista che ci ha concesso, ci racconta come il traffico di droga sia stato organizzato in Messico. Autore di “Huesos en el desierto” (2002 – ed. Anagramma), uno dei migliori libri sul tema delle assassinate a Juarez, Gonzalez Rodriguez è inoltre opinionista del Reforma, maggiore quotidiano della capitale del paese. Di fronte ad un caffè, Sergio sospira, alza lo sguardo e mi fissa negli occhi. “Vuoi veramente conoscere questa storia?”. Lo domanda con sincerità. Prima che pubblicasse il suo libro, un testo d’accusa verso i poteri forti che governano Ciudad Juarez e il Messico, nel 1999 Sergio è vittima di un assalto. All’apparenza gli assaltanti volevano soldi. Però in pochi minuti, la vittima si rende conto che è ben altro ciò che vogliono. “Stai attento”, gli dicono, “sei nella lista”. A Sergio era chiaro il messaggio. Stava investigando ed aveva già pubblicato articoli nei quali non risparmiava i nomi dei responsabili. Gente seduta in alto e vicina, molto vicina, agli uomini più potenti del paese. Dopo quell’episodio che lo condusse all’ospedale, ve ne furono altri, simili. L’unica salvezza, dice Sergio, è stata quella di continuare pubblicare.
– Racconta! – gli dico.
– Nel 1947 – comincia Gonzalez Rodriguez – , il governo nordamericano desiderava avere una controparte simile alla CIA in Messico. Nasce così la DFS (Direzione Federale di Sicurezza), emanazione del Ministero degli Interni. Sin dall’inizio, la DFS ha propri infiltrati all’interno del mondo del traffico di droga. La logica è che è meglio controllare il fenomeno, piuttosto che perderlo di vista. All’inizio degli anni ’80 il governo decide la svolta economica ed inizia così la tappa neoliberista, tuttora in atto. E’ allora che si decide l’organizzazione di una rete di traffico di droga a livello nazionale. Si dice che se oggi dovesse sparire il narcotraffico dal continente, l’economia gringa perderebbe un 7 per cento, quella messicana un 60! Ma torniamo a noi: sotto il comando di Gutierrez Barrios – comandante della DFS e responsabile diretto degli anni bui della “guerra sporca” degli anni ’70 -, doveva essere il 1983, che a Guadalajara si concretizza una riunione che vedrà riunirsi attorno ad un tavolo tutti i maggiori narcotrafficantes messicani, oltre ai vertici della DFS. E’ ovvio che le decisioni che in quella sede si presero dovettero in qualche maniera essere accordate con il governo USA.
– Ovvero?
– Be’ – continua Sergio -, la droga da sempre ha rappresentato uno strumento di controllo sociale. Inoltre gli USA vivevano gli anni del dopo guerra del Vietnam…non sai quanta gente era fuori di testa. La CIA espresse al governo messicano il desiderio di avere in maniera costante e organizzata una certa quantità di droga. E così, il governo messicano decise di riunire tutti i protagonisti del traffico di droga nel paese. Non pensare che prima non vi fosse traffico di droga. Quello che ora necessitavano era maggior controllo, niente di più. E’ così che nacquero i carteles. Quello di Tijuana, quello del Golfo e il più importante di tutti: il Cartel de Juarez. Alla guida di quest’ultimo, il governo decise di metterci un proprio uomo, di origine diversa dal narcotraffico: l’ex comandante del DFS, Rafael Aguilar Guajardo.
– Perché un uomo del governo a Juarez?
– Perché al governo interessava mantenere il controllo sul Cartel de Juarez. Tutti gli altri capi provenivano dal mondo del narcotraffico. C’era bisogno di un uomo di fiducia. Il Cartel de Juarez, si sa, ha partecipato a tutte le operazioni di droga del governo USA. Pensa allo scandalo Irancontra. E inoltre collabora con le grandi famiglie nordamericane: il riciclaggio di soldi provenienti da attività illecite erano “puliti” grazie alla famiglia Bush, non è un segreto.
– Il Cartel de Juarez è conosciuto per” el senor de los cielos”, Amado Carrillo Fuentes…
– El senor de los cielos perché prima che il sistema radar messicano fosse quello che è adesso, trasportava la droga direttamente dalla Colombia con aerei con le insegne della compagnia aerea nazionale messicana. Ti immagini? Carrillo Fuentes entra in scena nel 1993 esattamente. E chi governava allora?
– Carlos Salinas de Gortari! [presidente messicano tra il 1988 e il 1994, promotore principale del NAFTA, l’accordo di libero commercio del nord America, e, forse, l’uomo più potente in Messico, n.d.r.]
– Infatti. Quando Salinas prende il potere, decide due azioni importanti: la prima, modernizzare il sistema di sicurezza, renderlo più “democratico” e per fare questo dovrà mettere da parte la vecchia guardia dei servizi; la seconda, raggiungere un nuovo accordo con la rete di narcotrafficantes. Così giunge al potere Carrillo Fuentes, come risultato di un nuovo accordo.
[…]
– E Carrillo Fuentes?
– […] Solo qualche anno dopo, Amado Carrillo Fuentes, sotto la pressione di moltissima gente, presidente incluso, che gli chiedono soldi e protezione, decide di scomparire dalla scena. Nel ’97 scrive una lettera alla PGR (Procura Generale della Repubblica, n.d.r.) chiedendo protezione e offrendo tutti i soldi (miliardi di dollari) investiti in Messico. In luglio dello stesso anno, un uomo, completamente sfigurato, appare morto in un ospedale principale di Città del Messico. La versione ufficiale è che quello era Amado Carrillo Fuentes morto per una crisi di rigetto in seguito ad una operazione chirurgica che gli aveva cambiato i connotati. Si dice che ora viva in Cile.
– Come entra in gioco questo complesso sistema di traffico di droga con gli omicidi a Ciudad Juarez?
– Le donne non sono le sole che muoiono a Juarez. Ogni giorno muore qualcuno per regolamento di conti e cose di questo genere. Nel 1997, quando esce di scena Amado, si scatena una guerra che lascerà sul campo migliaia di persone nel giro di sei mesi.
– Certo che la coincidenza di date è sorprendente: nel ’93 si comincia a registrare una casistica di donne uccise e nello stesso anno Amado prende il potere del Cartel.
– Infatti. Un poliziotto ha ipotizzato che il cartel temesse la svolta imposta dal NAFTA (North American Free Trade Agreement) e per questo abbia cominciato ad uccidere donne delle maquiladoras per creare un clima di insicurezza non adatto all’apertura della frontiera. Forse è vero. Non lo so. E’ certo però che esiste un gruppo di persone, tutte affiliate ai gruppi di potere politico, mafioso ed economico, che pagano sicari e sequestratori perché siano procurate giovani donne per feste e quant’altro: snuffmovies, riti, cosiddetti narcosatanici, ecc.. Tutti lo sanno: la famiglia Dominguez ha rapito Alejandra Garcia Andrade per “regalarla” a uno dei figli, Valentin. Nelle feste dei narco i padroni di casa invitano tutti: uomini politici, capi della polizia, grandi uomini d’impresa. Il sacrificio di donne rappresenta così un patto di silenzio tra signori, tra gentiluomini. Chi li organizza sa che nessuno parlerà mai.

Ed è vero, nessuno parla. Nessuno sa niente. Eppure tantissimi sono gli indizi, se non le prove, che molte persone sanno. E’ un gioco di specchi multipli, dove tutti osservano. A chi parla lo si zittisce, vuoi con la minaccia di qualche dossier o con una pallottola. Questa è la ragione occulta dell’impunità imperante a Juarez: tutti sono coinvolti in qualche misura. Questa ipotesi sarebbe confermata da più voci che parlano del coinvolgimento di importanti imprenditori messicani e nordamericani che pagherebbero alcuni sicari perché si procurino giovani donne per la realizzazione di feste e riti.

Complicità e connivenza, il ruolo del governo

La prima autorevole accusa di complicità tra autorità e assassini fu pubblicata da Sergio Gonzalez Rodriguez in un articolo sul Reforma. In questo articolo, che all’epoca della pubblicazione (1999) fece scandalo, Sergio riporta l’intervista con un ex poliziotto della PJE (Polizia Giudiziaria Statale), Victor Valenzuela. Non nasconde il proprio nome. “Aveva lo sguardo di chi sa già di morire”, mi confessa Sergio. Victor Valenzuela racconta tutto alle autorità che archiviano immediatamente le dichiarazioni. Racconta dei dialoghi cui avrebbe assistito tra i colleghi che si vantavano di aver partecipato a sequestri, stupri e omicidi di giovani donne. Si rende conto di aver fatto la cosa giusta, ma ha capito di aver parlato direttamente con chi proteggeva i colpevoli. Per questo decide di dire tutto anche a un giornalista, Sergio. Ora Victor è sparito dalla circolazione. Che sia scappato o abbia fatto la fine delle persone scomode nessuno lo sa. Certamente però ha affrontato la propria coscienza.
In realtà è sufficiente osservare la traiettoria politica e giudiziaria intrapresa dalle autorità municipali e statali – allora in mano al PAN, ora in mano al PRI – per rendersi conto se non della complicità aperta, almeno del disinteresse verso i casi di donne assassinate. Innanzitutto si è sempre cercato di spezzare quel filo chiaro e evidente che collegava gli omicidi. Le dichiarazioni ufficiali hanno cercato sempre di ricondurre i fatti alla “normalità” dei regolamenti di conti. E in effetti, era necessaria una certa professionalità, da parte degli esperti forensi, per rendersi conto di trovarsi di fronte a casi troppo simili tra loro. Sin dal principio le autorità hanno fatto il possibile per mescolare le carte, per occultare prove, per nascondere la verità: basti pensare che tutto il materiale raccolto attorno ai luoghi dei delitti – vestiti, oggetti, ecc. – sino qualche anno fa è stato regolarmente bruciato. Una sfida, anche al più onesto e volenteroso degli investigatori. Addirittura, le autorità di polizia negavano l’esistenza di un fenomeno che vedeva le donne come obiettivo privilegiato di atroci omicidi. Fu solo dopo anni, grazie al lavoro permanente e instancabile delle organizzazioni civili, che si assunse, a tutti i livelli, che si stava parlando di omicidi “di genere”, ovvero di un feminicidio. E le autorità locali dovettero accodarsi alla situazione: non si poteva più negare l’esistenza di una situazione del tutto particolare e bisognava cominciare ad indagarla come tale. La polizia cominciò a cercare i colpevoli. O meglio detto, a inventarli. Nel giro di pochi anni, decine e decine di persone, pescate tra i miserabili di Juarez, caddero nella rete della giustizia. Il caso più tristemente famoso è quello di Omar Sharif Sharif. Ingegnere egiziano, inventore di una decina di brevetti chimici, pregiudicato negli USA, è accusato nel 1995 dell’omicidio di otto giovani donne a Juarez: sollevato dalla accusa di sette di quegli omicidi, Omar continua prigioniero ancora oggi in attesa di essere giudicato per l’ultimo caso. Quando venne arrestato, le autorità in pompa magna annunciarono la cattura del responsabile dei fatti di Juarez. La polizia, il governatore, tutti, si dichiaravano vincitori e risolutori del problema. La realtà non tardò a presentar la fattura delle avventate dichiarazioni ufficiali. Solo pochi mesi dopo l’arresto dell’egiziano, l’ennesimo corpo di donna venne trovato. Spiazzata, la polizia non ci mise molto a trovare la giustificazione: in una vasta operazione, arrestò quindici persone, tutte facenti parte di un gruppo, conosciuto come Los Rebeldes, che, si annunciò, uccidevano per conto di Omar. Ovvero, questi pagava loro, dall’interno del carcere, mille dollari per ogni donna uccisa. Nella stessa ottica, quando gli omicidi continuavano, furono arrestate decine e decine di altre persone nel corso degli anni. Eppure gli omicidi continuavano. Il feminicidio si estendeva. E nessuno sembrava poter fermare lo sterminio.
Nel 1998, quando ancora governava il priista (del Partito Rivoluzionario Istituzionale) Francisco Barrio Terrazas, con un accordo tra PGR (la Procura Generale della Repubblica messicana) e l’americana FBI, arrivò a Juarez l’esperto della polizia statunitense, Robert K. Ressler. Questi era l’esperto numero uno dell’FBI. Grazie a lui, si cominciò, all’inizio degli anni ’90, ad utilizzare la categoria del “assassino in serie”, quello che per noi comuni mortali, era il famoso serial killer de “Il silenzio degli innocenti” – alla cui sceneggiatura, tra l’altro, ha partecipato lo stesso Ressler. Questo soggetto, a differenza dell’assassino di massa, lascia trascorrere del tempo tra un omicidio e l’altro per permettere che il clima si raffreddi ed adotta un modus operandi simile per tutti gli omicidi. Secondo Ressler, quando ci sono tre omicidi simili tra loro, si può ipotizzare l’esistenza di un serial killer. Quando il superdetective arrivò a Juarez si accorse immediatamente della situazione. C’era qualcuno che uccideva donne, con il medesimo sistema, ormai da diverso tempo. Un serial killer, era ovvio. Non era da escludere, constata la grande impunità che regna nel territorio, il fenomeno del copycat, l’imitazione da parte di qualcuno del sistema dell’assassino. L’investigazione dell’esperto apportò molti elementi. L’unico limite fu la fonte delle sue informazioni. L’esperto americano, infatti, fu ricevuto dalle autorità statali e da queste aiutato a svolgere le sue indagini. Questo è stato il limite. Abituato alla dottrina applicata ed alla relativa serietà delle istituzioni del suo paese, Ressler non si rese conto della violenza intrinseca disponibile nella società messicana. Non si rese conto della parzialità delle informazioni offerte dai colleghi messicani. Fu così che le autorità messicane, a cominciare dal governo statale, utilizzarono il lavoro dell’esperto per giustificare le proprie dichiarazioni: esisteva un serial killer o più di uno e questi erano dietro le sbarre, assicurati alla giustizia. I casi risolti. In realtà, a un lato il fatto che molti degli arrestati sono risultati o si sono sempre dichiarati innocenti, le autorità hanno sempre dichiarato la chiusura ufficiale di un caso con il solo fatto di arrestare qualcuno e consegnarlo alla autorità giudicante. Mai nessuno ha aspettato che qualche giudice si pronunciasse per dichiarare concluso un caso. Questa fretta di chiudere i casi non sorprende. Non sono sorprese le donne organizzate che lottano da anni affinché si faccia giustizia. Queste stesse persone per anni hanno denunciato la partecipazione delle forze di polizia nei sequestri. Moltissime sono le testimonianze in questo senso. In questo senso, la connivenza tra forse di polizia e assassini si rende evidente non solo nell’atteggiamento assunto dalle prime rispetto il problema – in particolare da un punto di vista investigativo -, ma soprattutto nelle continue minacce che la polizia ed il governo locale rivolgono alle organizzazioni della società civile. Como esempio di tale esplicito atteggiamento sia sufficiente l’episodio che vide, qualche hanno fa, alcuni poliziotti fermare il figlio dell’avvocato dell’egiziano arrestato e giustiziarlo in mezzo ad una strada alla luce del giorno. La giustificazione? “E’ stato un errore, credevamo fosse un narcotrafficante”. Le conseguenze? Trasferiti di reparto.
Infine, alle gesta delle autorità per intralciare, insabbiare, depistare e cancellare le indagini fa da contorno un atteggiamento che da queste parti è del tutto naturale e che tradisce la serietà e la fiducia che si possa concedere alle autorità incaricate di risolvere il caso: “era vostra figlia una drogata? frequentava locali notturni? vostra figlia aveva una doppia vita!”; “camminando in minigonna, uscendo la sera e frequentando i locali notturni, conducendo una vita sregolata, insomma, è ovvio che l’uomo, anche il più serio, si senta provocato”. Le donne a Juarez, e in Messico, oltre a essere vittime di assassini sconosciuti, vivono le ultime conseguenze di un razzismo latente che permea l’intera società nazionale e si accanisce contro tutto ciò che è diverso o che non è uguale ad un modello artificiale inventato.
Complicità, negligenza, ignoranza dunque? Tutte queste cose assieme probabilmente. Del resto, in un paese nel quale governa un partito, il PAN, che al nord – dove detiene la maggior parte delle governatore statali – ha espresso leggi contro l’uso della minigonna e contro il turpiloquio; ha proibito ad una ragazzina di 15 anni stuprata di abortire – seppure l’aborto per stupro è legale in tutta la federazione messicana; in un paese in cui l’arcivescovo e papabile Norberto Rivera dichiara che i narcotrafficanti sono criminali ma non scomunicabili e ha, invece, promesso la scomunica per tutte quelle donne che faranno uso della “pillola del giorno dopo”; in un paese così c’è poco da aspettarsi in quanto a diritti e parità tra uomo e donna.

La donna in Messico

In una recente conferenza stampa, la psicologa venezuelana Lore Aresti, responsabile del Dipartimento di Psicologia della Università Autonoma Metropolitana di Città del Messico, descrive la società patriarcale per spiegare l’origine della tragedia a Juarez:
“Ciò che succede a Juarez è la ultima conseguenza dell’ideologia, del mondo, di ciò che chiamiamo patriarcato. E di questo ordine sono vittime tutti: donne e uomini. Ciò che succede è assolutamente coerente di una società come la nostra. […] Sin da piccoli i bambini apprendono a distruggere quella relazione speciale con la madre, primo vincolo societario. Attraverso una imposizione della società che dice all’uomo “diventa macho”, il maschio comincia a invalidare la parte femminile. Come facciamo una società nella quale l’uomo per diventare tale deve passare per denigrare alla donna? […]. Perché un uomo diventi tale deve negare il sentimento dell’affetto, della tenerezza, delle cose ludiche e di tutte le cose femminili. E femminile non è ciò che è legato alle ovaie ma ciò che è intimamente legato alla natura dell’essere umano […]. Tornando a Juarez. Che sia ben chiaro: questi uomini che uccidono a Juarez sono uomini nostri, non vengono da Marte, sono della nostra società, nostri come madri e padri. Vorrei finire dicendo che queste donne assassinate sono le vittime di un rituale brutale che ricorda a tutte le donne del mondo che se fanno qualcosa di più del ruolo che la società assegna loro, muoiono. Questi uomini, – inumani? no, sono figli nostri – siano chi siano, rappresentano i guardiani dell’ordine patriarcale, permesso da Juarez, permesso dalla guerra in Irak, in Palestina, ecc.. Ciudad Juarez è solo la punta dell’iceberg!”.
In effetti la società messicana sembra costruita sulla discriminazione di fasce sempre più ampie della popolazione: indigeni, omosessuali, poveri. Certamente però c’è una categoria che attraversa tutte queste: la donna. Essere donna in Messico, come ha sottolineato la comandante Esther dell’EZLN nel suo intervento presso il Congresso nel marzo del 2001, rappresenta un ostacolo in più, oltre quello di dover affrontare povertà e emarginazione. Sembra quasi che la donna sia un essere che si può violentare e picchiare. L’uomo vede nella donna un essere docile e sottomesso che non può uscire da questo ruolo.
In intervista che ci ha rilasciato, la attrice Cristina Michaus, integrante di un gruppo di artisti impegnati a dare solidarietà alle assassinate e, soprattutto, alle vive – le famiglie delle assassinate – e autrice del video “Juarez, desierto de la esperanza” (2002), spiega il suo punto di vista partendo da un’immagine raccolta a Juarez: un uomo che tira un carretto con il figlio in mezzo ad un terreno desertico della città. “Cosa credi che dica quest’uomo alla moglie quando questa torna dal lavoro? Cara come è andata, ho preparato la cena, il bambino sta bene? No – dice la Michaus -, le griderà in faccia l’irresponabilità di averlo lasciato tutto il giorno con il figlio, l’accuserà di non aver lavato i vestiti, ecc.. E allora, vedi, l’uomo, che si sente il predatore, si sente convertito in preda di un soggetto, sua moglie, che è più debole di lui”.
La società patriarcale all’origine della tragedia dunque? Sarebbe forse eccessivo spingersi così lontano. Anche perché nasconderebbe parte della verità. Certamente, però, il maschilismo diffuso crea le condizioni affinché possano avvenire gli omicidi e gli assassini possano godere ancora della massima libertà. C’è da supporre, dunque, che le forme più estreme di tale atteggiamento machista fanno da sfondo alla tragedia di Juarez.

Fine della storia?

Riassumere in poche parole dieci anni e più di una delle pagine più oscure della storia politica e giudiziaria del Messico non è facile. Forse è impossibile. Forse sarebbe ingiusto. Perché finalmente le più di quattromila donne scomparse e le più di trecento ritrovate morte sono rimaste questo: un numero. E invece chi le ha conosciute, chi le ha cresciute, chi le ha amate, chi ne ha testimoniato la fine prematura, insiste perché ci si ricordi che quelle erano, appunto, vite. E dietro ogni vita c’è una storia. Ed allora, ci sarebbe ancora molto da raccontare. Ma la storia non è ancora finita, nonostante sia questo ciò che vogliono coloro che uccidono a Juarez. La storia non è conclusa.
Il 14 di febbraio una grandissima manifestazione invadeva Ciudad Juarez. In testa i familiari delle vittime accompagnate da un gruppo di attrici e di artisti. Lo stesso giorno si annunciò la creazione di un Tribunale di Coscienza composto da diverse organizzazioni della società civile nazionale ed internazionale. Questo non ha tardato a condannare i “veri” colpevoli di questa tragedia: le autorità politiche e di sicurezza dello stato e del paese.
L’8 di marzo scorso, giorno internazionale della donna, le manifestazioni in favore dei diritti delle donne così come le manifestazioni per chiedere verità e giustizia per le donne di Juarez erano moltissime. Intanto le autorità de Ciudad Juarez dichiaravano con somma soddisfazione che ormai da quasi un anno non era apparsa nessuna donna morta, quindi il problema, ovviamente, era risolto. Però, sfortunatamente per loro, lo stesso giorno, il procuratore Solis Silva presentava la propria rinuncia per le “eccessive pressioni infamanti della società civile”. Il governatore, il giorno dopo, partiva per un viaggio di “qualche settimana” in Cina. Il Presidente Fox, in una cerimonia ufficiale, ha dichiarato l’impegno del governo federale e ha promesso la cattura dei responsabili che “saranno puniti con tutto il peso della legge”.
Belle parole. Peccato che in pochi giorni la situazione ricade nella tragedia. Pochi giorni dopo le dichiarazioni ottimiste e piene di buona volontà del presidente, un altro corpo è ritrovato. Un’altra morta. Un’altra assassinata. Rebeca Contreras Mancha, 23 anni. La tragedia continua. E sembra non si voglia fermare al territorio juarense. Modalità e obiettivi degli omicidi cominciano a riprodursi in Guadalajara, Leon, Saltillo, Chihuahua e nella capitale del paese, Città del Messico.
Una soluzione? “Dovrebbe cambiare il mondo”, dice pessimista Cristina Michaus. O forse tutto si condensa in una domanda che il famoso gruppo corrido Los Tigres del Norte dirigono a chi ascolta l’ultimo loro disco: “ya se nos quito lo macho o nos falta dignidad?”. E intanto gli omicidi continuano. In questo stesso istante, forse un’altra donna sta morendo sotto tortura a Ciudad Juárez.