Archive

Archive for the ‘narco – italiano’ Category

“Il Messico in pasto alla violenza”

12 maggio 2011 Lascia un commento

Babush, trasmissione speciale di Amisnet.org sulla marcia per la Pace con Giustizia e Dignità.

Ascolta il podcast qui.

La guerra al narcotraffico in Messico è stata lanciata con gran clamore dal presidente Felipe Calderon all’indomani della sua elezione, nel 2006. A distanza di quasi cinque anni il bilancio è di circa 40.000 morti, dei quali molti mai identificati, oltre a decne di migliaia di desaparecidos e quasi mezzo milione di desplazados. Dall’inzio della guerra al narcotraffico, il clima nel paese si è fatto progressivamente più violento, fino a raggiungere livelli intollerabili. “Il paese si è andato via via assuefacendo alla violenza”, ci ha raccontato Gianni Proiettis, giornalista italiano che risiede in Messico da quasi vent’anni ed è stato recentemente deportato illegalmente in Italia dalle autorità messicane. Fortunatamente negli ultimi tempi un pezzo della società messicana ha dato segnali importanti di risveglio: ne è testimonianza la carovana che ha raggiunto lo Zocalo, piazza centrale di Città del Messico, l’8 maggio scorso. Una carovana, partita il 5 maggio da Cuernavaca, 100 chilometri a sud della capitale e composta da parenti delle vittime della guerra, da attivisti, da organizzazioni sociali molto diverse tra loro, da migranti, studenti, artisti e semplici cittadini stanchi dello stato di cose. Al suo arrivo nella capitale poteva contare su 200.000 partecipanti e ha messo al centro delle sue richieste, oltre alla fine delle violenze, la partecipazione democratica alle decisioni e la lotta alla corruzione che imperversa nel paese. Anche la guerra alle narcomafie è, secondo molti, in realtà pretestuosa e nasconde il tentativo di instaurare uno stato del terrore oltre che a mascherare i legami tra narcos e autorità. In Messico è una voce ricorrente quella che sottolinea i legami tra Calderon e il cartello del Chapo Guzmamn, che sarebbe stato favorito ai danni di tutti gli altri cartelli contribuendo così a scatenare un vortice di violenza incontrollata.

“Il controllo del territorio e la repressione della società è il reale obiettivo di quella che chiamano guerra al narcotraffico”, denuncia Antonio Cerezo, attivista reduce da anni di carcere in Messico. “Molti dei morti che ufficialmente figurano tra i narcotrafficanti sono attivisti o studenti”. “Il narcotraffico è però un problema serio in Messico”, conferma Matteo Dean, giornalista indipendente che vive in Messico, “e negli ultimi anni i giovani non hanno molte altre scelte all’arruolarsi nell’esercito o rimpinguare le fila dei cartelli.” “Lo stato non offre alternative valide e l’economia versa in uno stato disastroso”, continua Gianni Proiettis.
Nel frattempo, mentre l’orizzonte delle elezioni del 2012 si avvicina,Felipe Calderon promette a Washington di modificare la costituzione per poter vendere almeno una parte delle azioni di Pemex, la compagnia petrolifera di stato, vero caposaldo dell’economia pubblica.

Ospti della puntata:
Gianni Proiettis, prfessore all’Università di San Cristobal in Chiapas e corrispondente per il Manifesto
Matteo Dean, giornalista indipendente, corrispondente dal Messico
Antonio Cerezo, attivista del Comité Cerezo (in un messaggio registrato per La Città dell’Utopia)

Pace con Giustizia. Dopo i 40.000 morti di una guerra insensata e perduta

10 maggio 2011 Lascia un commento

Facendo clic sull’immagine, puoi ampliarla e leggere gli articoli apparsi sull’edzione dell’10 maggio 2011 de Il Manifesto relativi alla Marcia per la Pace con Giustizia e Dignità dell’8 maggio precedente.

Il Manifesto 10 maggio 2011

Messico, il reclamo di pace con giustizia e dignità

8 maggio 2011 2 commenti

Sin políticos

Quando l’insensatezza occupa la vita pubblica,

la poesia ha la ragione.

Dunque, facciamo parlare la poesia

perché tacciano gli insensati.

Un silenzio assordante. È così che si può riassumere la lunga marcia “per la pace con giustizia e dignità” che iniziata lo scorso 5 maggio a Cuernavaca (cento chilometri a sud di Città del Messico) si è conclusa questa domenica nella piazza centrale della capitale messicana. Silenzio, spiega Javier Sicilia, premio nazionale di poesia, giornalista e padre di Juan Francisco, assassinato dai sicari del narcotraffico il 28 marzo scorso; silenzio perché “il nostro dolore è così grande e così profondo, che non vi sono più parole per nominarlo”. Il giorno dopo la straordinaria manifestazione zapatista a San Cristobal de Las Casas in Chiapas, sono Città del Messico ed almeno altre venti città le protagoniste di questa giornata convocata da Javier Sicilia. Cominciata con la partecipazione di meno di mille persone, la marcia è terminata con l’arrivo di almeno 200 mila persone nello zocalo di Città del Messico. Una moltitudine che ha compreso padri e madri, figli e parenti delle oltre 40 mila vittime che la “guerra al narcotraffico” lanciata dall’attuale amministrazione federale messicana di Felipe Calderón; ma anche migliaia tra militanti delle più diverse organizzazioni sociali messicane, giovani, studenti, artisti, migranti, indigeni e molti altri.

Una manifestazione moltitudinaria nel vero senso del termine. Poche volte vi è occasione di vedere i contadini di Atenco, assieme ai migranti della carovana migrante (che ha risalito il Messico dalla frontiera sud “riappropriandosi” del treno merci che ogni giorno trasporta centinaia di migranti privi di documenti esponendoli ad ogni genere di violenza), assieme agli studenti riuniti nell’Assemblea dei Giovani in Emergenza Nazionale, assieme agli indigeni del Municipio Autonomo di San Juan Copala, assieme ai membri della Polizia Comunitaria della Montagna di Guerrero, assieme ai genitori del Movimento 5 Giugno , assieme alle famiglie di Ciudad Juarez, assieme ai parenti delle vittime del feminicidio, assieme ad artisti ed intellettuali di diversa provenienza, assieme alle anime democratiche della Chiesa cattolica, assieme e migliaia di persone non organizzate che però oggi – domenica, quando scriviamo – in piazza ci son volute andare. Le ragioni di questa manifestazione sono molte ed articolate. Ma forse è possibile riassumerle semplicemente raccontando quel silenzio degno che ha accompagnato per oltre quattro giorni la carovana. Un silenzio che si è rotto solo nelle piazze raggiunte dalla carovana. Un silenzio che ha ceduto la parola ai padri ed alle madri delle vittime. O che, in altre occasioni, è stato rotto dall’impossibilità di contenere rabbia e dolore.

Difficile raccogliere tutte queste storie, raccontare tanto vissuto. Eppure, il movimento che oggi è sceso in piazza si è dato pure quest’obiettivo, perché troppe volte assassinati, sequestrati, scomparsi, o le centinaia di corpi che in queste settimane affiorano nelle sempre più numerose fossi comuni diventano numeri. Numeri per riempire le tabelle che il governo offre in pasto alla stampa. Ma che in realtà nascondono vite e speranza stroncate. Sarebbero 40 mila i morti sinora (dal dicembre 2006) di questa “guerra al narcotraffico”. A questa cifra, si aggiungono almeno 10 mila orfani di guerra (secondo altre fonti, questi sarebbero 30 mila), 10 mila migranti sequestrati solo lo scorso anno,  e quasi mezzo milione di sfollati, ovvero gente che è scappata dal proprio quartiere, dalla propria città, dal proprio stato, dal Messico. Numeri che fanno orrore, ma che appunto non servono a descrivere la realtà, anche se il governo si ostina a chiamarli “vittime collaterali”.

Quel che è certo – e forse possiamo permetterci di segnalare come una prima vittoria del movimento – è il fatto che finalmente il tema della violenza e, soprattutto, dell’insicurezza è stato per il momento sottratto alla destra conservatrice che detiene il potere nel paese. E non parliamo solo della destra al potere. Parliamo soprattutto dei settori benestanti di questa ed altre città, che non si fanno mai vedere, che scompaiono ogni giorno dietro gli alti muri dei loro quartieri-bunker ma che davanti ai casi più tragici hanno a volte alzato la voce. Sono loro, quegli stessi settori che oggi negli anni scorsi si sono arricchiti pure chiudendo un occhio davanti agli affari del narcotraffico, che oggi accusano Javier Sicilia, ed il movimento che oggi è in piazza, di voler “far cadere il governo”. Forte di questo sostegno minoritario sul piano dei numeri, ma strategico sul piano del potere economico e politico, Calderón avverte i manifestanti: “Non dovete dire a noi di smettere con la violenza, ma ai delinquenti”. Rispondono i manifestanti: “Siete voi, classe politica, che avete la responsabilità di frenare la violenza”. È la classe politica messicana, “corrotta e collusa con la criminalità organizzata, che militarizza il tema della pubblica sicurezza, che ha trasformato il Messico in un campo di battaglia, che ha reso i cittadini ostaggi della violenza, che umilia le istituzioni repubblicane”.

Ma per fortuna, il reclamo della moltitudine che oggi è scesa in piazza non si rivolge solo alla classe politica. E neanche ai narcos che insanguinano il paese con “la complicità dei tre livelli di governo”. La società civile messicana s’interroga e si domanda dove e quando si è cominciata a perdere la dignità. E la risposta se la dà da sola, guardandosi in faccia, dialogando e lanciando una proposta articolata in sei punti, complessi e che dimostrano il lungo sforzo di mediazione “tra più di cento organizzazioni sociali”. La proposta si traduce in un documento che il movimento chiama Patto Nazionale. Un documento che – si comprende al leggerlo – riunisce anche le diverse anime di questo movimento. La proposta chiama in causa prima la società civile stessa, convocata a restituire la memoria a quei 40 mila morti e a fare uno sforzo di pressione perché quel 98 per cento di casi ancora irrisolti siano finalmente chiariti dalle autorità competenti. Si esige poi un cambiamento di visione della “pubblica sicurezza”, ovvero che questa non riceva più un punto di vista “militare” ma piuttosto cittadino. In questo senso, quando si parla di militarizzazione della pubblica sicurezza, è importante dire che non si tratta solo dei 90 mila soldati – e marines – dispiegati nelle strade messicane, ma anche il fatto che oltre 500 militari attualmente hanno la licenza di assumere ruoli di comando all’interno delle diverse polizie locali del paese.

Su questo punto, il movimento insiste che la nuova proposta di Legge di Sicurezza Nazionale – che, tra l’altro, darebbe facoltà al presidente di imporre lo stato d’eccezione e di utilizzare l’esercito contro ogni movimento che metta in pericolo la “stabilità dello Stato” – non deve essere approvata così com’è stata proposta, ma dev’essere oggetto di una discussione plurale. In questo senso, il movimento sta convocando ad un incontro nazionale tra tutte le esperienze di “giustizia autonoma” perché vi sia un confronto ed una proposta “dal basso”. Il Patto Nazionale propone poi di combattere a fondo la corruzione diffusa in seno ai partiti ed al sistema politico, restituendo autonomia al potere giudiziario – in Messico, esiste la figura del Procuratore Generale nominato dal presidente della repubblica – ed esige al Congresso nazionale di eliminare l’immunità parlamentare entro i prossimi sei mesi. Nel documento vi è anche l’esigenza di attaccare realmente la florida economia del narcotraffico e di stabilire politiche precise e verificabili in favore dei giovani che attualmente, in Messico, “hanno solo due prospettive di vita: entrare nelle file dell’esercito o fare il narco”. Infine. Il documento esige che si approvino le riforme necessarie che rendano “la democrazia messicana” una democrazia partecipativa, introducendo la figura delle candidature indipendenti, del referendum popolare – tuttora inesistente nel sistema politico messicano -, la revoca del mandato popolare per i governanti, tra le altre proposte. Il movimento, però, non si ferma alla proposta. Avverte il governo ed il Congresso federale: “Se non ci ascoltate, se farete di testa vostra, avremo solo un modo per obbligarvi: resistenza civile e pacifica”.

Scarica qui il discorso completo di Javier Sicilia in formato .pdf.

Alcuni link:

Marcha Nacional por la Paz

Cartina globale della Marcia

Red por la Paz y la Justicia

Enlace Zapatista

Da Ciudad Juarez con amore

5 febbraio 2010 Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul sito italiano Global Project il 5 febbraio 2010
___________

Domenica scorsa, 31 gennaio, all’alba in una strada di Ciudad Juarez, un gruppo di una ventina di persone, pesantemente armato, ha fatto irruzione in una casa privata dove si stava svolgendo una festa tra adolescenti. Un compleanno, il pretesto della riunione. Il gruppo armato, giunto sul posto a bordo di una decina di Suv neri, ha immediatamente separato uomini e donne, ovvero ragazzi e ragazzine. Le donne son state cacciate – “Via da qui!”, han gridato loro. I ragazzi e un paio di adulti son stati fatti mettere in fila contro il muro nel cortile. E di lì, una mitragliata e la fine: 16 morti e diversi feriti, quasi tutti adolescenti. La strage.
E lo scandalo. Com’è possibile, ci si domanda, che in una delle città più militarizzate del paese, alla frontiera con gli Stati Uniti, dove è appena conclusa l’operazione che ha visto migliaia di soldati schierati contro il narco; dove solo qualche settimana fa il governo ha dichiarato il cambiamento di strategia ed ha schierato nuovamente la Polizia Federale (PF); dove vi è il fiore all’occhiello dell’industria maquiladora che, crisi a parte, continua ad attirare investimenti stranieri; insomma: com’è possibile che in un posto così vi possa essere da una parte tanta disponibilità di violenza; dall’altra, tanta agibilità per i gruppi armati – tutti o quasi inevitabilmente al servizio del temuto Cartello di Juarez? Non vi sono risposte a questa domanda, eccetto quelle ovvie. Vi sono però alcuni commenti da fare, così, in ordine sparso. Perché un ordine diverso, in Messico, è comunque difficile da descrivere.

Sparsa, caotica, così è la ormai famigerata ‘guerra al narco’ di Felipe Calderon. La strage di adolescenti accaduta domenica scorsa è solo l’ennesima dimostrazione di forza, capacità di fuoco ed impunità di cui godono sicari e gruppi armati al servizio dei diversi cartelli della droga in Messico. Non è né più grave – perché son adolescenti – né più crudele. È solo una mattanza in più, dopo tante altre, ed altre ancora, che ad inizio febbraio han portato il conto totale delle vittime – quelle che sarebbero vincolate al narco – ad oltre 18mila in poco più di tre anni di governo.
Dicevamo, la strage di giovani non è più grave di altre. Gli adolescenti e i giovani, in Messico, son stati coinvolti dal narco ben prima di domenica scorsa. Non solo perché da qualche tempo, il narco effettivamente ha cominciato a prenderli di mira – a farne un obiettivo militare – in un modo tale da far credere ai più acuti osservatori che vi sarebbe in corso un sorta di ‘pulizia sociale’ in Messico; ma anche perché son i giovani oggi le vecchie e le nuove leve del narco: vuoi in qualità di spacciatori al dettaglio, o di giovani – e minorenni – trasportatori di droga, o giovani ed esaltati sicari, o fervidi consumatori, o semplicemente perché, a questo punto, un lavoro vale l’altro. E così, nonostante tutto, anche questa strage risulta nella normalità di una vita tutta violenza e zero prospettive. Altro che generazione no future da periferia urbana europea. Qui il no future deriva dalla realtà di un gioco in cui un giorno ci sei, e magari sei un leone, e il giorno dopo sei una macchia di sangue sull’asfalto e litri di lacrime attorno a te.
Perché l’altro risultato di tanta violenza a Juarez è effettivamente il fatto che oggi si crede che vi siano almeno 10mila – non cento, diecimila! – minorenni abbandonati a se stessi perché han perso i genitori in questa guerra o perché son stati abbandonati. I più fortunati, invece, han potuto emigrare con la loro famiglia: 60mila famiglie avrebbero, nel corso degli ultimi tre anni, cambiato la propria residenza oltre confine, a El Paso. Fortunati loro, si potrebbe dire.

La guerra contro il narco è fallimentare. Questa l’idea generalizzata che oggi più che mai è condivisa da tutti, compresi molti settori vicini al presidente. E dunque? Non si sa. L’impressione che lo stesso presidente sia ad un vicolo cieco diventa credibile. Dagli Stati Uniti giungono sostegni, tanto in termini dichiarativi come in termini sostanziali – il pacifista Obama, come parte del pacchetto di spesa recentemente presentato al Congresso, ha chiesto diversi milioni di dollari in più per quello che molti chiamano già Plan Merida 2. Ma la realtà di un paese in ginocchio è ormai evidente a tutti. Che vi fossero o meno accordi tra governo e cartelli, ormai poco importa. Le forze in campo sono troppo diseguali, troppo favorevoli ai cartelli. Ed allora?

Non si sa. Recentemente, molti think thank statunitensi ed alcuni messicani esprimono elogi verso il modello colombiano: militarizzazione, scontro diretto, nessuno sconto, nuovo negoziato ed intervento diretto degli Stati Uniti. Ecco, ed allora se così fosse, ci sarebbero due problemi: uno, l’intervento diretto sarebbe molto, ma molto complicato, date le condizioni sociali e la tradizione messicana – anche di governo – ostile all’intervento straniero diretto; l’altro, la necessità di un uomo forte, un nome, una personalità che riesca a resistere agli accordi congiunturali, che riesca ad imporre la propria linea (ed i propri interessi) ed ad assumerne le conseguenze. Felipe Calderon non è Alvaro Uribe.
Sia come sia, dal punto di vista nostro, entrambe le possibilità – ovvero che la situazione rimanga quel che è o che si passi definitivamente al modello colombiano – sarebbero a dir poco nefaste. In entrambi i casi, movimenti sociali, realtà autorganizzate, esperienze di autonomia dal basso sarebbero comunque stritolate non tanto dalla forza politica degli schieramenti in campo, ma dalla forza militare che si sta dispiegando nel paese.
Per ora, vie d’uscita è difficile vederne. Non tanto perché non vi siano le condizioni perché scoppi una ribellione generalizzata, definitiva, che metta per una volta all’angolo questa classe politica e ponga le basi di qualcosa di diverso; non perché non vi sia la disponibilità umana, persone, esseri umani, donne e uomini oggi disposti a sognare, costruire e quindi porre le basi di quel qualcosa di diverso. Ma forse, solo perché il fattore narco pochi lo prendono in considerazione. In seno ai movimenti, almeno nel dibattito più o meno pubblico, si parla pochissimo dei cartelli della droga. Solo si pensa – con certa logica – che stanno più di là che di qua; che son amici comunque del governo e/o del capitale; che fanno del male alla società. Nessuno, sinora, pone il problema di come gestire, confrontarsi e risolvere il problema del narco dal basso.

Sulle rotte dei narcoaviones

16 aprile 2009 1 commento

Il reportage, a cui ho partecipato, è stato pubblicato sul sito italiano RaiNews24 il giorno 16 aprile 2009
___________
Alcuni di questi jet d’affari compaiono negli elenchi consegnati al Consiglio d’Europa per le indagini sui voli Cia sul sequestro di presunti terroristi.
Fallito il Plan Colombia, che era stato siglato nel 2000 tra governo statunitense e colombiano per contrastare la produzione di coca attraverso le fumigazioni aeree, oggi la lotta al narcotraffico si è spostata in Messico, vero eldorado dei trafficanti di droga, dove è stato lanciato il poderoso Plan Merida.
Vedi qui il videoreportage a cura di Mario Forenza.