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Archive for the ‘influenza – italiano’ Category

L’A/H1N1 è nata in Spagna

11 luglio 2009 1 commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno11 luglio 2009
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«Possiamo affermare che il virus A/H1N1 non ha come origine il nostro paese», ha affermato di recente l’ambasciatore messicano in Italia, Jorge Chen. In un’intervista nel numero di giugno del giornale in lingua italiana «Il Sole d’Italia», distribuito a Playa del Carmen, sulla costa dei Caraibi messicani, il diplomatico dice che il primo caso d’influenza suina è stato registrato nel novembre del 2008 in Spagna. Spiega: «un documento pubblicato da Eurosurveillance, reperibile anche sul sito del Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute italiano, informa che nel novembre 2008 le autorità sanitarie spagnole hanno segnalato un caso umano di influenza suina del tipo A(H1N1) in una donna di 50 anni residente in un villaggio vicino a Teruel, in Aragona». Continua Chen: «L’informazione è apparsa il 19 febbraio 2009, contemporanea all’insorgere dei primi casi in Messico, il che consente di affermare che la fonte del contagio non si trova nel paese», cioè in Messico. Consultato telefonicamente, il rappresentante messicano a Roma conferma le sue dichiarazioni, ma rifiuta di commentare il fatto che in Messico questa notizia non sia stata diffusa. «Sarebbe speculativo dare una ragione per la quale il governo messicano non ha gestito pubblicamente quest’informazione… per cui è meglio che non dica niente», afferma: «Ho notificato tutto alle autorità messicane».
Il documento cui si riferisce Jorge Chen è in effetti in rete sul sito di Eurosurveillance, «un giornale di accesso e interscambio libero» sul controllo e prevenzione di malattie contagiose in Europa. Il 9 febbraio scorso la dottoressa Begoña Adiego Sancho, della Direzione generale di salute pubblica di Zaragoza, Spagna, aveva inviato a Eurosurveillance uno studio poi pubblicato il 19 dello stesso mese. Vi si legge che «l’8 novembre 2008 una donna di cinquant’anni ha sviluppato all’improvviso febbre, stanchezza estrema, mal di testa, irritazione alle mucose e brividi». La paziente, si piega, «non aveva viaggiato di recente», ma «lavorava in una fattoria suina a conduzione familiare ed è stata esposta in modo diretto agli animali». Dopo diverse analisi infine,, il 13 gennaio 2009 il Laboratorio Nazionale di Riferimento per l’Influenza dichiarava ufficialmente che il caso era dovuto a un virus suino di tipo A e sottotipo H1N1. E anche se «alla data della pubblicazione di questo studio non si sono verificati altri casi simili, secondo il regolamento sanitario internazionale (Ihr, 2005), l’episodio è stato segnalato all’Organizzazione Mondiale della Sanità come un caso d’influenza causato da un virus diverso da quelli che circolano nell’uomo». Lo studio concludeva: «L’evento non si può considerare inaspettato e non rappresenta un pericolo per la salute pubblica». Eppure lo stesso giorno il sito di Eurosurveillance pubblicava un altro documento, firmato dal dottor Nicoll del Centro Europeo di Prevenzione e Controllo di Malattie: affermava che «nonostante il caso spagnolo dimostra il basso tasso di pericolosità per la salute umana dei virus suini, dimostra anche l’importante lacuna informativa di questo tipo di influenza». In altre parole, «la reale incidenza dell’influenza suina è sconosciuta (…) ma è probabile che sia elevata». Il ricercatore svedese, concludeva che «abbiamo due problemi: il primo è che sinora la ricerca si è concentrata solo sui virus di tipo aviario; il secondo è che sebbene il sistema immunitario umano protegga in genere da virus di tipo H1 e H3, non sappiamo come questi virus evolvano negli animali».

Ponte e febbre, è vuota la città-fantasma

3 maggio 2009 Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 3 maggio 2009
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La crisi epidemica si stabilizza in Messico. Negli ultimi giorni il numero di deceduti sembra diminuire. Questo è quanto affermano le autorità messicane, che finalmente cominciano a rispondere in modo più dettagliato alle domande che i giornalisti pongono nelle quotidiane conferenze stampa. Ma dall’altra parte cresce la fobia nei confronti dei malati o possibili tali, con episodi di razzismo nei confronti degli abitanti di questa enorme metropoli, che solo in parte hanno accolto l’invito del presidente Calderon a rimanere a casa. La città è semivuota, perché tantissimi stanno approfittando della lunghissima sospensione d’attività (dal primo sino al 5 maggio) per andarsene dalla città. Il resto della popolazione resta a casa e, tra chi rimane, scoppiano le prime proteste.
Il numero ufficiale di deceduti – al momento di scrivere – sarebbe di 16, su un totale di 443 contagiati. E nonostante le cifre riportate stiano cambiando ogni ora, la tendenza sembra essere quella di una diminuzione dell’allarme. Ciononostante, il Centro di Controllo di Malattie (Cdc) di Atlanta avverte che è ancora presto per cantar vittoria. I tempi dell’epidemia saranno ancora lunghi, il vaccino secondo l’Oms sarà disponibile solo tra qualche mese, e c’è il rischio concreto di ulteriori mutazioni. Ma intanto il governo messicano rivela che dei 16 deceduti sinora 12 sarebbero donne, che tutti apparterrebbero a zone emarginate di Città del Messico e che rientrerebbero tutti nella fascia d’età che va dai 20 ai 40 anni.
E mentre il governo cerca finalmente di ridimensionare quanto sta succedendo, così non fanno nel resto del mondo. Non sono solo le misure decise all’estero, come sono le sospensioni di voli da e verso Città del Messico, i casi d’isolamento forzato per i cittadini messicani all’estero o per i turisti che da qui tornano in tutta fretta a casa. Sono anche i casi di chiaro stampo razzista che si registrano nel mondo. Il caso più evidente di queste ore è stato lo sputo e il colpo di tosse simulato che il giocatore Carlos Reynoso della squadra del Guadalajara ha indirizzato a un avversario cileno durante la partita di Coppa Libertadores a Santiago. L’episodio non è stato casuale. I giocatori della squadra messicana avevano già sofferto il rifiuto e gli scherzi di decine di cittadini cileni quando si erano permessi di andare a fare acquisti presso un centro commerciale della capitale cilena. Poi la partita e la pazienza che si perde tra un gol frustrato e l’ennesimo scherno dei giocatori avversari.
La fobia contagia anche il resto del paese. L’appello presidenziale che invita tutti a rimanere chiusi in casa cade nel vuoto nella capitale. Sarà la sfiducia endemica verso le direttive governative, sarà che i cittadini della capitale non resistono alla tentazione del lungo ponte, ma da venerdì scorso la città si è lentamente svuotata. Mete di preferenza le località turistiche più vicine, innanzitutto Acapulco. Ed è da qui che giungono i primi segnali di paura che presto si traducono in aperta intolleranza. Già nel resto del Messico diverse autorità avevano invitato gli albergatori a rifiutare le prenotazioni provenienti dal centro del paese, ma il sindaco di Acapulco, Manuel Añorve Baños, in conferenza stampa è andato oltre: «Agli abitanti di Città del Messico diciamo: non venite qui». E ordina immediatamente la chiusura di locali notturni, discoteche e ristoranti. L’invito, come è ovvio, rimane inascoltato. Ed allora, i «sudditi» del governatore di centrosinistra dello stato di Guerrero (dove si trova Acapulco) passano ai fatti: quattro automobili e due autobus di linea presi a sassate, due feriti il risultato medico, ma una società sull’orlo della frattura interna la possibile conseguenza immediata.
È questo il risultato che ci si aspettava? Difficile saperlo, ma intanto comincia a rompersi il fronte sociale creato negli ultimi giorni e che vedeva quasi tutti accodati alla linea governativa. Nonostante il divieto e l’annullamento della manifestazione del primo maggio da parte dei grandi sindacati, alcune organizzazioni di lavoratori hanno comunque manifestato sia nella capitale che nel resto del paese.

Dieci pensieri dalla città difettosa

2 maggio 2009 1 commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul sito italiano Global Project il 3 maggio 2009
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I.

Son passati ormai diversi giorni dall’annuncio dell’emergenza sanitaria in Messico. Giornate strane, straordinarie, che stanno già lasciando alcune conseguenze. La percezione collettiva del male, del pericolo, in questi giorni ha dimostrato, per l’ennesima volta, la potenza biopolitica che può avere il messaggio del potere. Che sia stato fatto apposta o meno, il dato è che è stato sufficiente lanciare un allarme alle undici di sera di un giovedì, in catena nazionale, e poi costruire una campagna mediatica di estese proporzioni per far tremare le ginocchia ad un paese intero. E, soprattutto, per far dimenticare, anche se per pochi giorni, tutto il resto. Una realtà quotidiana travolta e stravolta da un messaggio univoco che suggeriva chiaramente: “State attenti, potete morire tutti”.
La strana normalità di un paese che in un anno – 2008 – ha contato oltre 6.000 morti per la “guerra al narco”, che in due mesi ha perso mezzo milione di posti di lavoro formali, che vanta 60 milioni di poveri, che espelle un milione di migranti all’anno, che detiene nelle sue carceri decine e decine di prigionieri politici, che mantiene al margine della società milioni e milioni di indigeni messicani (ed anzi, fa loro la guerra), il cui governo, proprio nel climax dell’epidemia domestica, è stato messo sotto processo per il feminicidio dalla Corte Interamericana per i Diritti Umani; questa normalità è stata travolta e sostituita dall’eccezionalità dell’esistenza di un nuovo virus influenzale; dalla chiusura delle attività scolastiche a tutti i livelli; dalle numerose, o percepite tali, morti e contagi; dall’esigenza di auto imporsi nuove norme relazionali e comportamentali; dalla sospensione delle attività lavorative in questi opportuni giorni di festa nazionale; dall’eccesso informativo che ha bombardato tutti e a ogni ora, su ogni canale televisivo e radiofonico, senza riuscire mai a offrire notizie certe; dai toni allarmistici di funzionari di governo che, nonostante tutto il male che accade nel paese da molto tempo, ci avevano abituato ai loro sempre ottimistici toni da conferenza stampa; dalla proibizione a frequentare luoghi affollati e dall’irruzione improvvisa dell’emergenza nella socialità spiccata dei messicani.
L’effetto: tutti agli ordini del governo, almeno per qualche giorno.

II.

Eppure la normalità e l’eccezionalità teletrasmesse sono concetti troppo fragili, eterei e parziali per essere il parametro di queste giornate messicane. Ed allora non ci resta che volgere lo sguardo e cercare quel che non è giusto e non lo è mai stato. Le cose che accadono e che creano conseguenze. La presenza dell’esercito nelle strade messicane, per esempio. Quella che era diventata la normalità, ovvero 60.000 soldati in tutto il paese eccetto a Città del Messico, oggi è una realtà anche per la capitale. Quanti sono, pochi lo sanno. Sono qui per aiutare la popolazione durante l’emergenza. Per quanto tempo? E perché, come testimoniano decine e decine di fotografie, sono armati con fucili d’assalto? Quel che il governo locale aveva evitato per 28 mesi e mezzo, un microscopico virus lo ha ottenuto in meno di 48 ore. Un virus al servizio del governo?
Assieme all’esercito, è giunta anche la normatività – nelle vesti di un decreto con data 25 aprile che si può leggere nella Gazzetta Ufficiale – che autorizza il governo – il Ministero della Salute specificamente – a entrare nelle case messicane, a somministrare medicine, a isolare malati/appestati, a scogliere le riunioni pubbliche, ad acquistare medicine e quanto necessario per la contingenza. Il tutto sino a fine emergenza. Ma quando finirà l’emergenza sanitaria? Finirà? O si trasformerà in emergenza sociale?

III.

Nonostante le decine e decine di teorie, alcune verosimili, altre francamente cospiro-paranoiche, difficili da provare ma facili da credere, non ci rimane altro che attenerci al buon senso. Se così facciamo, non è difficile ammettere che qualcuno da tutta questa storia ci sta guadagnando e ci guadagnerà molti soldi. A cominciare dall’industria farmaceutica multinazionale. Che forse non è la colpevole cosciente di una guerra batteriologica studiata a tavolino, ma sicuramente è colpevole di non aver reso accessibile nel passato e in queste ore i medicinali e le cure necessarie per affrontare questa crisi sanitaria. È necessario pagare, dicono. Ed in effetti, il decreto menzionato sopra, darà facoltà al governo di spendere i 205 milioni di dollari che la Banca Mondiale ha prestato al Messico, così come i 600 milioni stanziati dal governo stesso o gli ormai innumerevoli crediti ricevuti, senza che nessuno approvi o meno le spese e senza che potenzialmente nessuno ne sappia niente. E come non notare la strana coincidenza del contratto firmato solo il 9 marzo scorso dall’impresa francese Sanofi-Aventis (con un investimento di 100 milioni di euro) per la produzione di vaccini? Il progetto messico-francese prevede la produzione di vaccini a partire dal 2010, ma il tempismo dell’accordo commerciale è sorprendente, se non inquietante.

IV.

E se le case farmaceutiche e i laboratori di ricerca fanno affari e rischiano di farne di più, è cominciata ufficialmente la gara per premiare – economicamente – chi troverà la formula magica che compreremo prossimamente sotto forma di vaccino. La notizia, che anche il governo di Città del Messico stia partecipando nelle ricerche (grazie all’aiuto degli efficienti laboratori dell’Istituto Politecnico Nazionale e della Università Nazionale) per “evitare che il vaccino assuma i costi di mercato imposti dalle grandi case farmaceutiche”, è appena una piccola consolazione. Perché un’altra cosa che questa crisi sta drammaticamente evidenziando è la precarietà del sistema sanitario pubblico messicano. 27 anni di neoliberismo – sostenuto anche dall’attuale amministrazione della capitale – hanno prodotto questo: un sistema sanitario incapace di rispondere efficacemente ad un’epidemia e che proprio per questa inefficienza è tra le cause di tanti contagi; un sistema pubblico di ricerca scientifica abbandonato dalla spesa pubblica e che ha dovuto subire l’onta dell’arrivo dall’estero (dagli USA) degli strumenti capaci d’intercettare il nuovo virus; la presenza di decine di medici fuoriusciti dalle centinaia di università private, che proprio nei giorni più acuti della crisi, non solo hanno dimostrato incapacità, ma hanno, in molti casi, abbandonato letteralmente il posto per “paura di contagio”. Il tutto a scapito degli ottimi medici che il sistema educativo pubblico sforna ogni anno.

V.

Chi altro ci guadagna in tutta questa storia? Difficile capirlo ancora, ma gli indizi sono molti. Le denunce che una certa parte del panorama istituzionale pronuncia contro “chi vuole capitalizzare elettoralmente l’attuale congiuntura”, seppur strumentali loro stesse, hanno un fondo di verità. Ed anche se la politica elettorale e la rappresentanza politica formale non ci appartiene (e non ci interessa), non possiamo negare che proprio questo sistema, conquistato dopo decenni di lotte politiche clandestine e represse dal partito-stato, rappresenta oggi uno dei metri per misurare la fragile democrazia messicana. E quindi non sono solo i soldati in strada, le leggi emergenziali che impongono lo stato d’eccezione, ma anche l’intervento sempre più pressante che proprio in questa fase, il governo sta esercitando sugli altri poteri dello Stato. Prima, il silenzio assoluto da parte della magistratura (e del potere giudiziario nella sua totalità) rispetto alle leggi eccezionali che stanno passando, un giorno sì e l’altro pure. Poi, l’intervento esplicito dell’esecutivo nell’attuale processo elettorale che dovrebbe culminare il prossimo 5 luglio con l’elezione di metà del Congresso federale. L’uso del condizionale è d’obbligo, visto che si sta già discutendo la sospensione della data elettorale. E mentre questo si decide, il Ministero della Sanità – con il Presidente alle spalle – interviene nella campagna elettorale, infrangendo, ancora una volta, le regole stabilite. Non è dunque l’autorità competente, l’Istituto Federale Elettorale, ma il Ministero che detta le regole “sanitarie” della campagna elettorale che comincia i 4 maggio: i comizi non dovranno essere troppo partecipati; non si realizzeranno in luoghi chiusi; si potranno organizzare solo tra le ore 10 e le ore 15; circa il 10% degli spazi elettorali in televisione e radio saranno ceduti al governo perché trasmetta le indicazioni sanitarie alla popolazione.

VI.

Al di là delle reazioni sociali che straripano spesso e volentieri nella paranoia e psicosi generalizzata o in episodi diffusi e in crescita di discriminazione nei confronti degli abitanti di Città del Messico (qui nel paese) e dei messicani in generale (all’estero), nelle ultime ore, per fortuna, si sono registrate anche alcune proteste, isolate se si vuole, ma che sono lì a dimostrare che la dignità della cittadinanza non si fa ingannare dalle minacce di morte per contagio rilasciate dal governo. Sono episodi dei giorni scorsi che hanno visto i medici di due grandi ospedali della capitale protestare per la mancanza di misure di sicurezza adeguate. Ma è soprattutto la protesta apparentemente spontanea di duemila persone (quasi tutte donne) che si son scontrate con la polizia antisommossa della capitale fuori da uno dei più grandi carceri maschili di Città del Messico. Hanno protestato, perché da una settimana non gli permettono di vedere i propri cari. Visite proibite. Ma anche i detenuti, da dentro, hanno protestato per la mancanza di condizioni igieniche: 8.500 detenuti in un carcere per 3.000 persone, mancanza di cibo decente, assenza di saponi e medicine, ecc. Le donne fuori han lanciato pietre per due ore alla polizia. Han bruciato una pattuglia. Alla fine, il governo ha ceduto: visite ristabilite, seppur limitate. Ma è da risaltare anche la disobbedienza praticata da migliaia di lavoratori che, nonostante i divieti, il primo maggio han manifestato in tutto il paese e a Città del Messico.

VII.

Qualche giorno fa, c’è stata un’altra protesta, ma fuori Città del Messico. Precisamente a Las Glorias, nello stato di Veracruz, a dieci chilometri dall’istallazione dell’impresa Granjas Carroll, proprietà al 50% dell’americana Smithfield Food Inc.. L’impresa, produttrice di quasi un milione di maiali all’anno, è al centro della polemica in questi giorni, proprio perché si sospetta che lì, in quel territorio altamente inquinato proprio dalla produzione suina, si sia generata la mutazione virale che oggi rischia di contagiare il mondo intero. I manifestanti hanno chiesto di indagare l’impresa e le autorità che l’hanno protetta sinora ed eventualmente chiuderla. Un buon segno, ma ancora insufficiente. Evidentemente, come sostiene nel suo ottimo articolo l’americano Mike Davis, è oggi urgente – come lo è stato all’epoca della febbre aviaria – rivedere l’intero sistema di produzione alimentaria (ed anche di consumo alimentario) dell’epoca neoliberista che da tempo ha superato ogni limite.

VIII.

A proposito di proteste, dovremmo aspettarci nei prossimi giorni anche le proteste del settore produttivo. E non degli industriali e dei commercianti, che stanno già ricevendo le garanzie (economiche) del caso, ma dei lavoratori, vittime predestinate a pagare il prezzo della chiusura imposta dal governo di alcune attività produttive. Lo hanno già detto i padroni: gli stipendi si pagheranno, ma le ore perse dovranno essere recuperate con altrettante ore di straordinario, non pagate ovviamente. Orari da 24 ore al giorno di lavoro? Forse, o senno il licenziamento. E già, perché questa crisi sta offrendo agli industriali la possibilità di eliminare quei posti di lavoro che già prima erano di troppo, ma che si tolleravano in nome della pace sociale e delle statistiche economiche, tanto care alla classe politica messicana. I sindacati messicani non stanno a guardare e già avvertono che non permetteranno queste pratiche. Ma sarà sufficiente il sindacalismo onesto e democratico messicano a frenare queste intenzioni neanche tanto oscure degli industriali? Lo vedremo presto. Per ora vale ricordare che solo il 18% dei lavoratori in Messico è sindacalizzato e, di questi, solo il 10% appartiene a un sindacato vero, ovvero non controllato dai padroni.

IX.

Dopo quanto detto, forse risulta più facile rispondere alla domanda che tutti continuano ancora a fare: perché il virus uccide solo in Messico? La risposta precisa nessuno l’ha data, anche se in una conferenza stampa, un distratto ministro della salute, se l’è fatta scappare: “Abbiamo reagito con ritardo”. È vero. Il primo caso di contagio da virus suino che si è concluso con una morte, la prima, risale al mese di marzo. E già i primi di aprile, il governo intuiva quel che sarebbe potuto accadere. Ma sperava forse di riuscire a contenere la possibile epidemia. Non ce l’ha fatta.
Oggi, altre risposte alla domanda da un milione di dollari sono facili da dare: il sistema sanitario pubblico assolutamente deficiente; l’esistenza di almeno 60 milioni di poveri nel paese che non hanno praticamente alcun accesso ai servizi medici; la mancanza nel paese di medicine adeguate; l’assenza di informazioni precise non solo sul numero reale di deceduti e contagiati (chi? dove? quando? età? origini? ecc.), ma soprattutto sui reali rischi di questo virus.

X.

Infine, un pensiero dedicato a questi venti milioni di esseri umani che vivono in questa valle. È difficile in queste ore non cedere alla tentazione di posizioni diffidenti nei confronti del prossimo. Il sospetto minaccia costantemente le relazioni personali. Ma vi è anche il consolidarsi di relazioni tra conoscenti che s’informano della salute altrui con grande generosità. Si stabiliscono ponti e nuove amicizie. Il tutto sulla base d’un empatia comune attorno alla sopravvivenza, anche solo psicologica, in queste ore di enormi pressioni informative. Inoltre, va aggiunto che nonostante tutto, la reazione della cittadinanza è stata di grande dignità. La mascherina azzurra o verde, seppur quasi inutile ad evitare il contagio, è diventata oggi il simbolo di una resistenza che, se in un primo momento era assolutamente individualista, oggi assume un segno collettivo di notevole importanza. Il messaggio, che molti mezzi di comunicazione trasmettono – anche in Italia, ahimè – nel senso del cittadino messicano travolto dal virus vuoi per ignoranza, per povero, per poco igienico, per egoista o per credenze mistiche estranee alla civiltà, non solo denuncia la solita visione egocentrica e decisamente razzista di certa stampa e di certi commentatori, ma aiuta ancor di più il discorso governativo (anche messicano) che vorrebbe una cittadinanza incapace di aiutare se stessa e bisognosa dell’aiuto del fratello maggiore, lo Stato.

Calderon: tutti in casa. Il paese chiude per 5 giorni

1 maggio 2009 Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 1 maggio 2009
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Il Presidente Felipe Calderon, attraverso il Ministero della Sanità, ha decretato la chiusura totale di ogni attività dal primo al cinque maggio. Approfittando che proprio il 5 maggio è festa nazionale, il governo chiude i battenti e chiede a tutti i governi locali di fare lo stesso. Esclusi dal provvedimento, gli ospedali ovviamente, così come le farmacie, la rete dei trasporti, le banche, i supermercati, i benzinai e il servizio di raccolta rifiuti.
Una svolta ulteriore ratificata dall’invito trasmesso in catena nazionale a «restare tutti a casa». Ma il lungo ponte vacanziero rimane un’incognita, alla luce del fatto che già mezzo milione di cittadini avrebbe abbandonato la capitale in questi ultimi giorni a causa dell’allarme epidemia e dell’abitudine estesa ad approfittare delle giornate di vacanza per una gita fuori porta, magari sino alla vicina Acapulco, meta ambita degli abitanti della capitale.
E assieme alle prime ammissioni di colpa – «in Messico si muore di più perché ci siamo mossi tardi», Ministro dixit – ed alla conferma che le tanto diffuse mascherine sarebbero praticamente inutili ad evitare il contagio, il Presidente Calderon accetta che un danno economico ci sarà.
Non saranno solo le variabili macroeconomiche a rivelarlo – si calcola una perdita di circa il 0,5% del PIL – ma anche le tasche di quanti non stanno lavorando. Ma spiega: «È un sacrificio per tutti, ne vale la pena». Peccato che sinora non abbia ancora svelato dove e come saranno spesi i 630 milioni di dollari stanziati dal governo per la crisi e i 205 ricevuti come prestito straordinario da parte della Banca Mondiale.

Un morto negli USA, OMS verso l’allerta 5

30 aprile 2009 1 commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 30 aprile 2009
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E’un bambino messicano di 23 mesi la prima vittima della febbre suina negli Stati uniti. Il piccolo, malato da due settimane, è morto ieri in Texas, dove era arrivato insieme ai genitori per trovare alcuni parenti. Fino a ieri sono stati accertati 91 casi di colpiti dal virus A/H1N1 in dieci stati Usa, ma crescono i casi sospetti. Il presidente Barack Obama, non ha escluso la possibilità di chiudere le scuole del paese dove siano stati registrati casi di contagio e ha chiesto 1,5 miliardi di dollari per fondi di emergenza. L’accelerarsi della propagazione e il mutare delle sue modalità (persone colpite senza essere mai state in Messico) hanno spinto ieri l’Oms ad avvertire che è sempre più prossima ad alzare il livello di allerta da 4 a 5, su una scala di 6.
La situazione più grave resta quella messicana. Quasi una settimana è passata dell’inizio di questa crisi sanitaria, che si va a sommare alla ben più strutturale crisi economica e alla grave violenza diffusa nel paese. Le autorità messicane dichiarano che ormai il virus ha prodotto effetti che vanno oltre la triste soglia dei deceduti, che secondo le autorità sarebbero 159. Gli specialisti affermano che l’% del Pil sarebbe già stato compromesso dall’epidemia. Le misure d’emergenza ed il clima di panico diffuso non aiutano il peso messicano che ha ripreso a svalutarsi rispetto al dollaro. Solo a Città del Messico gli industriali e i commercianti denunciano le prime perdite e reclamano il sostegno del governo. Mezzo milione di dollari al giorno le perdite complessive del settore produttivo. Il governo locale ha annunciato la creazione di un fondo di quasi 15 milioni di dollari per sostenere almeno le famiglie dei malati e dei ricoverati. Secondo i commercianti, sarebbe stato colpito il 25% delle attività economiche.
Alle reazioni del mondo economico, fanno eco le reazioni della società. Un dato curioso delle ultime ore: il Ministero della Pubblica Sicurezza ha reso noto che le denunce di crimini sarebbero diminuite del 50% nell’ultima settimana. Curiosità a parte, la società sta reagendo in modi diversi. Vi sono coloro che credono ciecamente a quanto dice il governo. E quindi i morti per il virus sarebbero ormai 160, anche se solo 7 sono stati accertati finora, come le autorità hanno dovuto ammettere dopo le dichiarazioni dell’Oms; le mascherine sarebbero lo strumento privilegiato e più immediato per ridurre il contagio di un virus che non circola liberamente nell’aria; il governo sta reagendo adeguatamente e il presidente, fino alla settimana scorsa molto contestato, è oggi il paradigma dell’eroica azione governativa. Nella sinistra politica invece tutti criticano i ritardi e le negligenze governative e si mettono in dubbio le misure restrittive adottate. Ma da qui si dipartono due modi diversi di vedere la situazione. Vi sono quelli che credono che la crisi sia più grave di quanto in realtà si dice e che il governo stia nascondendo troppe informazioni. Ma ci sono anche quelli i quali pensano che sia tutta una montatura, un’esagerazione. Gli elementi per sostenere entrambe le tesi sono gli stessi: mancanza d’informazione precisa, assenza delle liste dei deceduti, misure troppo radicali (come il decreto che dà mano libera alle autorità sanitarie. Insomma, non si riesce davvero a capire quali sono le dimensioni del problema.
La prima morte all’estero, il bimbo di 23 mesi in Texas, conferma però che la crisi esiste e può essere letale. Ma ora lo sguardo di molti si volge alla ricerca dei colpevoli e dei responsabili. Perché se è vero che il governo ha risposto in ritardo, è anche vero che il governo è doppiamente colpevole perché i segnali dell’ epidemia c’erano tutti. E da diversi mesi. Ormai non è più un segreto e si conoscono anche i particolari dei casi di influenza (sospetti A/H1N1) che risalgono a diversi mesi fa. A dicembre, per esempio, ma anche ad ottobre, da quando cioè è cominciata la “stagione” influenzale. I casi erano isolati ma oggi la comunità di Las Glorias, nel valle del Perote, stato di Veracruz, è sotto i riflettori. Pr mesi aveva denunciato l’impresa Granjas Carrol, filiale della multinazionale americana Smithfield Foods, accusata di essere un focolaio di malattie per quel suo stabilimento dove si alleverebbero circa un milione di maiali. Da lì sembra sia cominciato tutto ma fino al 2 aprile scorso governo e ministero della sanità hanno negato ogni responsabilità.
Sul banco degli imputati è oggi anche l’Iner, l’Istituto nazionale per le malattie respiratorie, centro nevralgico dell’epidemia. Presso quest’ospedale all’avanguardia sono ricoverati quasi tutti i «contagiati» degli ultimi giorni. Alla protesta dei lavoratori, lunedì scorso, che chiedevano più strumenti di protezione (mascherine, guanti, scarpe e camici), fanno eco le prime denunce informali dei familiari dei ricoverati. Molti di questi infatti, avvertono che i propri cari sono entrati lì con semplici mal di gola e ne sono usciti in una bara: polmonia atipica, dicono i referti. E non c’è da sospettare dell’onestà di chi scrive le diagnosi finali, perché solo ieri, mercoledì, sono giunti in Messico gli strumenti di rilevazione del temuto virus suino. Ciononostante ora non è tempo di condanne, ma solo d’emergenza e il richiamo all’unità nazionale prevale.
Intanto l’attività politica prosegue a spron battuto. In Parlamento, tra mascherine e tempi accorciati (gli orari dei servizi pubblici, in particolare degli organi legislativi, sono stati ridotti notevolmente a causa dell’epidemia), diverse leggi vengono approvate in pochi minuti, le stesse che in altri momenti avrebbero richiesto settimane di discussione. Tra queste, l’approvazione delle modifiche al codice penale. Da oggi si potranno portare fino a 5 grammi di marijuana in tasca senza per questo finire dentro. E così per le altre sostanze: un grammo di eroina, mezzo di cocaina, fino 25 grammi di metanfetamine.

Città del Messico e dell’incubo

30 aprile 2009 Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul settimanale italiano L’Espresso il giorno 30 aprile 2009
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L’ospedale, adesso, è come una prigione. Vietato entrare, poliziotti all’ingresso col fucile in mano. Uno alza l’arma per minacciare chi vuole avvicinarsi troppo. Ha il sorriso sulle labbra, ma negli occhi la determinazione di chi non scherza e deve far rispettare un ordine. Nei primi giorni dell’infezione, sebbene per poche ore, i parenti degli ammalati, erano ammessi. Adesso, ha deciso il governo, blindatura totale e niente eccezioni. Fa caldo. A pochi metri dal portone, una folla esasperata di parenti in attesa, mascherina obbligatoria a coprire la bocca, da giorni ormai senza notizie, ma che non ha perso la speranza. L’Iner (Istituto nazionale delle malattie respiratorie) di Città del Messico è il fiore all’occhiello del sistema sanitario. Lì dentro si curano tutti i pazienti colpiti dall’influenza suina nella capitale e nel resto del Paese.
Nessuno fornisce informazioni e questo aumenta la psicosi, il sospetto che il luogo dove di solito si guarisce si sia trasformato in un’area dove il contagio è incontrollato. Passa un medico che “per paura di rappresaglie” non fornisce il nome e denuncia: “È arrivato un uomo. Lo hanno messo al pronto soccorso senza isolarlo e senza fargli nemmeno una diagnosi. Dopo quattro giorni è morto e con lui le 12 persone che si trovavano nella stessa sala”. Patricia Rojo, praticante di medicina, rincara: “Prima ancora che si lanciasse l’allarme, due miei colleghi sono morti nel silenzio più assoluto. Dopo il piano di emergenza diversi medici e infermieri sono stati mandati via”.
La gente ondeggia, scoppia a piangere. Cerca di fermare i pochi autorizzati a entrare e uscire per avere qualche informazione. Arriva una delegazione di sanitari che minaccia uno sciopero: “Non torneremo a lavorare e ad assistere gli ammalati se non ci forniscono tutti gli strumenti necessari per proteggerci: mascherine, guanti, scarpe, camici adeguati”.
Dopo pochi minuti però rientrano in corsia, tornano alle loro occupazioni. Una voce incontrollata: “Lì dentro le vittime sono molte di più di quelle dichiarate dal governo”. Un uomo che si qualifica come impiegato dell’ospedale denuncia: “Portano via i morti con le ambulanze invece che coi carri funebri per celare parte della verità. Questo edificio è ormai un focolaio d’infezione. Molta gente è entrata per un problema stupido e ci ha lasciato la vita”. Un uomo da giorni in attesa: “È vero, le ambulanze non cessano di andare e venire. Giorno e notte”.
Una donna accompagnata da un bambino in calzoncini corti mostra sul volto i segni dei tre giorni di attesa: “C’è mio marito là dentro. Io chiamo i numeri che mi hanno dato e non mi sanno dire niente, dicono che i casi sono troppi, di lasciarli lavorare”. Gerardo, un ragazzo di 25 anni, è stato più fortunato. Ha incontrato per caso la dottoressa che si occupa di Laura Maria, sua madre: “Qualche giorno fa sosteneva che non avrebbe resistito, ha 50 anni e la malattia ha già ucciso persone assai più forti fisicamente.
Invece nelle ultime ore c’è stato un miglioramento. Forse mia madre sarà una delle poche a salvarsi”. Parole di speranza, gocce in un mare di disperazione.
L’Istituto nazionale delle malattie respiratorie sembra diventato il cuore nevralgico del Paese. L’unico luogo dove le persone si accalcano in una città di 20 milioni di abitanti che ha perso, di colpo, le sue abitudini, la sua socialità. Nessuno si saluta più col tradizionale bacio sulla guancia o con una stretta di mano. Abolite anche le pacche sulle spalle di cui i messicani sono prodighi. Gli autobus e le metropolitane sono ancora affollati (anche se meno del solito). Non è una scelta, è una costrizione.
Il presidente Felipe Calderón non ha infatti voluto ordinare la sospensione di tutte le attività economiche e produttive per non aggravare una crisi già pesante. E allora la gente è costretta ad andare al lavoro. Uno starnuto basta per diffondere il panico, per guardare con sospetto l’autore: “Sarà ammalato? Mi contagerà?
Le scuole sono chiuse, i ragazzi sono tappati in casa, i genitori impediscono loro di uscire se non per emergenze. Affollate invece le farmacie, dove la gente a la fila a rispettosa distanza, in attesa di chiedere qualche consiglio o farmaco per prevenire il contagio. Così Città del Messico ha cambiato di colpo tutte le sue abitudini. Fino a pochi giorni fa era una metropoli dove si viveva per strada, dalla mattina fino a notte inoltrata. Fa specie vedere quel traffico diradato e tutti quei locali con le serrande abbassate. Teatri, cinema, ristoranti, centri culturali, locali notturni.
Tutto chiuso. L’epidemia si diffonde in modo più rapido nei luoghi affollati. Ma allora perché non fermare anche il lavoro e non obbligare a prendere i mezzi pubblici? Spiegazione delle autorità: “Non è l’esposizione in sé, ma la durata che è pericolosa”. Alle dichiarazioni ufficiali, tuttavia, non crede più nessuno. Troppi errori, troppa sottovalutazione iniziale. E troppa improvvisazione. Il governo ha dovuto ammettere che, sei giorni dopo il primo allarme, non esisteva in Messico un laboratorio in grado di individuare il virus. Ora sostiene di avere milioni di dosi di antivirali.
Nessuno ci crede. “Anche se ci sono”, è il commento più diffuso, “non servono a niente. Come dimostra la rapidità della diffusione del virus e l’aumento esponenziale, quotidiano, del numero delle vittime”. In mancanza di fiducia verso le autorità, ciascuno fa per sé. La casa è l’unico rifugio sicuro. In attesa che la peste passi e che possa tornare ad uscire. Per ora la città si è chiusa davanti alla tv.
Dove guarda lo spettacolo della propria profonda sofferenza.

Influenza suina, continua l’allarme in Messico

29 aprile 2009 Lascia un commento

Un intervento realizzato per il telegiornale delle ore 24 di mercoledì 29 aprile per RaiNews24.
Qui il video.