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Arizona, riforma migratoria e ipocrisie

17 maggio 2010 Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul sito Andinamedia.com il 17 maggio 2010.
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L’approvazione, il 19 aprile scorso, della ormai famigerata legge SB1070 in Arizona, Stati Uniti, da parte del congresso locale ha scatenato ogni tipo di reazione a livello tanto locale quanto nazionale ed internazionale. La ragione è ovvia: la nuova legge, sostenuta dal settore repubblicano del parlamento statale, conclude il lungo percorso di criminalizzazione dei migranti nello stato a confine con il Messico. Dopo l’approvazione nel 2005 di una legge che penalizzava il traffico di persone e dopo la legge del 2007 che proibiva (e penalizzava) la contrattazione di lavoratori illegalmente residenti nello stato, questa nuova norma impone alle forze dell’ordine (di ogni grado e livello) l’arresto anche solo su sospetto di tutti coloro ritenuti migranti illegali. Così le cose, oggi in Arizona è sufficiente avere appena l’apparenza di un migrante irregolare per essere sottoposti ad arresto ed interrogatorio. Certo, anche la governatrice repubblicana Jan Brewer ha ammesso di non sapere quali siano i tratti distintivi di un “illegale”, ma poco importa: essere “clandestino”, ovvero semplicemente non avere le carte in regola, oggi è un reato.
La polemica è immediatamente scoppiata tra le file delle decine di organizzazione di migranti che affollano l’ampio spettro di organizzazioni, partiti e movimenti che ormai da diversi anni acclamano una riforma migratoria che, seppur promessa da più parti, stenta ancora a concretarsi. Ma come? – ci si domanda – son anni che si chiede una riforma migratoria che regolarizzi innanzitutto i circa 12 milioni di migranti irregolari (la cui maggior parte sarebbero messicani) e poi che regoli e dia certezza giuridica tanto a chi è già presente sul territorio e, soprattutto, a chi nutre la speranza di andare a lavorare negli Stati Uniti; ed invece, eccola là, l’ennesima stretta repressiva, l’ulteriore norma criminalizzante, penalizzante, contro chi comunque la vita facile non ce l’ha.
Ed in effetti, nell’epoca Obama, una misura di questo genere suona stridente con quella che sembrava una tendenza. Eppure, proprio per Obama si sarebbe approvata questa legge. Secondo la stessa governatrice Jan Brewer sarebbe proprio l’immobilità di Washington che avrebbe causato tanta disperazione (ed efferatezza) tra i deputati dell’Arizona. Son anni, dicono, che si chiede al governo federale maggior efficacia nel controllo della frontiera con il Messico. E siccome il governo centrale non risponde, dato che le misure adottate sono insufficienti, allora ci pensiamo noi, autonomamente.
Se non ci fossero centinaia di chilometri di deserto a circondare tutta questa storia, sembrerebbe di essere in pianura padana ad ascoltare gli spropositi di alcuni deputati o amministratori locali che invocano il federalismo. Ma siccome qui il federalismo ce l’hanno, le leggi anche se le fanno e le fanno come pare a loro. E già, perché nonostante le centinaia di voci che si son levate contro questa norma francamente razzista e xenofoba, la nuova legge in realtà risponde ad un sentire comune in Arizona e in altri stati del sud americano: i migranti sono una minaccia ed è necessario cacciarli via.
Lo sa bene la governatrice dell’Arizona che, pur avendo la facoltà di bocciare la legge approvata dal congresso locale, non ci ha pensato su due volte e il 23 aprile l’ha firmata. Razzista? Forse, o forse semplicemente attenta ai sondaggi d’opinione, soprattutto in vista delle prossime elezioni statali che la vedono, oggi, tra le favorite per un secondo mandato durante le prossime elezione del 4 novembre di quest’anno. Un sondaggio pubblicato il 28 aprile scorso della compagnia Rasmussen Reports rivela infatti che il 64% dei votanti dello stato approva la nuova legge e che gli indici di gradimento nei confronti della governatrice sarebbero passati dallo scarso 40% di metà aprile al 56% di fine mese. Un salto non male, da far sbiancare i cacciatori di consenso nostrani. Insomma, la nuova legge SB1070 è pessima, ma perché pessima è l’opinione pubblica. Difficile sostenere il contrario se non vi è qualche altro cinico interesse elettorale e se non si è razzisti.
Da chiedersi piuttosto perché la acclamata riforma migratoria non arriva. Il “yes we can” di Obama (tramutato dallo spagnolo “sí, se puede” che era parte del discorso del dirigente sindacale latino Cesar Chávez) si è scontrato con mille e una resistenze interne al governo statunitense e soprattutto in seno al congresso americano. Chiaro, detta riforma (lo abbiamo già detto: http://www.jornada.unam.mx/2010/04/08/index.php?section=opinion&article=…) comunque sconterebbe limiti strutturali che non possono soddisfare le reali esigenze del movimento migrante. Ma, comunque sia, una riforma o almeno una sua seria discussione parlamentare aprirebbe forse gli spazi per un dibattito anche sociale sul tema. Ma così non è, e continua a vincere (facilmente) l’uscita reazionaria e a destra a questa crisi economica globale.
Insomma, se la scommessa di Obama era quella di provare ad superare la crisi scommettendo sulle soggettività biopolitiche della crisi stessa, ovvero i precari, ovvero i lavoratori autonomi e flessibili, migranti e quindi mobili, l’idea per ora raccoglie adesioni ancora non sufficientemente numerose. E, per converso, si aprono le porte alla via facile, all’opzione che attecchisce con certa facilità negli Stati Uniti come in Europa: l’attacco diretto alle soggettività più esposte, ovvero i migranti. La rabbia, la frustrazione, il rancore sociale, trovano così facile sfogo nel conflitto orizzontale che si viene creando tra i molti dai pochi privilegi – se non quello di votare una governatrice repubblicana piuttosto che una ex governatrice oggi ministra della “homeland securuty”, Janet Napolitano – e i moltissimi privati di ogni diritto. Chi sta in alto, in sella al potere, continua a mantenere il posto. Per ora.
Tra questi, i governanti messicani che oggi provano a sommarsi al coro di protesta contro la nuova legge SB1070. Se da un lato infatti vi sono le legittime proteste delle organizzazioni di migranti negli Stati Uniti dall’altro vi è l’enorme macchinaria retorica e mediatica costruita dal governo e dai settori propriamente partitici messicani. Una retorica che, sebbene non riesca a superare i limiti imposti da un rapporto di dipendenza economica e politica del Messico nei confronti degli Stati Uniti, si scontra con una realtà dell’immigrazione in Messico nei cui confronti la terribile legge SB1070 sbiadisce lentamente sino a convertirsi nell’ennesima norma reazionaria. La politica migratoria messicana, infatti, pur vantando un carattere più progressista è nella via dei fatti assolutamente più discriminatoria di quella statunitense. Tre anni fa, proprio in questo periodo tardo primaverile, il coraggioso ex deputato Jaques Medina – che sempre si è definito ‘deputato migrante’ – riusciva a far approvare una modifica di legge che despenalizza l’irregolarità in Messico. In chiara controtendenza con le politiche europee, la nuova norma evita il carcere ai migranti irregolari in Messico.
Eppure, la realtà concreta di tutti i giorni parla un linguaggio diverso: discriminazione, sfruttamento, miseria, clandestinità, traffico illegale, abusi e morte. Il 22 marzo scorso, 11 organizzazioni messicane di solidarietà con cittadini migranti presentarono un documento alla Commissione Interamericana di Diritti Umani (CIDH, la sigla in spagnolo) in cui definivano la politica migratoria messicana un vero e proprio “olocausto di migranti”. Le organizzazioni firmanti indicavano di aver denunciato i gravi problemi dei migranti nel loro percorso attraverso il Messico da oltre tre anni. Eppure non vi è stata risposta alcuna. Anzi, nel prendere la parola di fronte le accuse mosse in sede di CIDH, il rappresentante del governo messicano ha negato tutto. Secondo la denuncia della società civile messicana impegnata a lato dei migranti, la situazione è caratterizzata da “abusi sessuali di ogni tipo, tortura fisica e psicologica, omicidi, estorsione, corruzione, privazione illegale della libertà, sfruttamento lavorativo e sessuale, schiavitù, traffico di organi, impunità, tra le altre cose”.
Il fermo su “sospetto” è la pratica più comune tra i membri del famigerato Istituto Nazionale di Migrazione (INM), organo decentrato del ministero degli interni messicano. È sufficiente avere l’apparenza “da centroamericano” perché le forze dell’ordine messicane ti fermino e ti portino dentro. L’estorsione è all’ordine del giorno e la violenza sessuale sulle donne migranti (in netto aumento negli ultimi anni) è pratica comune tra i poliziotti dell’INM e i militari dell’esercito oggi presenti più che mai nel territorio a causa della cosiddetta “guerra al narco”. Le cosiddette “stazioni migratorie”, ovvero i Centri di Identificazione ed Espulsione messicani, sono strapieni ed anche lì, tra le mura delle istituzioni, gli abusi abbondano.
Eppure forse è sufficiente un dato, per comprendere la dimensione del problema e mettere a nudo l’ipocrita retorica del governo messicano: in meno di sei mesi (da settembre 2009 a gennaio 2010), ci sarebbero stati oltre 10.000 sequestri di persona tra i migranti che attraversano il Messico. Tra gli accusati, oltre a diversi settori delle forze dell’ordine, vi sarebbero i cartelli del narcotraffico, che anche in questo settore trovano il modo di far soldi. Lo scopo del sequestro sarebbe tanto lo sfruttamento sessuale e lavorativo (sino alla vera e propria schiavitù) quanto la richiesta di riscatto ai familiari dei migranti già residenti negli USA.

La frontiera dei dannati

19 dicembre 2008 1 commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul settimanale italiano L’Espresso il giorno 19 dicembre 2008
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Migliaia di clandestini tentano ogni giorno di attraversare il confine tra il Guatemala e il Messico prima tappa verso gli Stati Uniti. Salgono al volo sui treni in corsa, rischiando la vita. Quelli che ce la fanno rischiano di finire in balia di bande di criminali. O di poliziotti corrotti da Tapachula

Quando si sente un fischio o uno sferragliare in lontananza, allora a gruppi si alzano dalle rotaie. Sono donne, bambini, giovani e anziani. Sanno, anche i più deboli, che non possono contare che su se stessi. Perché quando il treno merci arriverà, ciascuno sarà impegnato a inseguire il suo personale sogno. Sono centinaia ogni volta. Si preparano al grande balzo. L’esperienza tramandata oralmente da chi ci è passato prima ha insegnato loro che la sopravvivenza dipende dall’agilità e dalla presa ferma con cui afferreranno una maniglia. Dove il treno rallenta è il luogo più propizio. Meno tre, meno due, meno uno, via. Per qualcuno che ce la fa, altri finiscono sotto le lamiere che tagliano le carni e spengono i sogni. Una scena del genere si ripete più volte, ogni giorno, ogni notte, lungo la frontiera tra il Guatemala e il Messico. Protagonisti, i clandestini di mezzo Centro America per cui questa è la via obbligata, il primo passo importante e difficile verso gli Stati Uniti e la ricerca di una vita migliore.

Il confine è segnato, per 1.149 chilometri dal fiume Suchiate. I convogli corrono lungo i pochissimi ponti che lo valicano. Ma anche sotto, sull’acqua, migliaia di immigrati clandestini tentano la stessa sorte utilizzando imbarcazioni improvvisate. “La frontiera meridionale è il primo muro invisibile del Messico”, dice Eiman Vázquez Medina, sacerdote e responsabile del Centro per i Diritti umani Fray Matias de Cordova a Tapachula, al confine con il Guatemala. E aggiunge: “È un muro ancora più pericoloso di quello tra Messico e Stati Uniti. Un muro costituito da criminali comuni, organizzazioni malavitose o agenti della stessa polizia e dell’Istituto nazionale di migrazione che derubano, picchiano i clandestini. E usano anche violenza contro le donne”. L’amministrazione Bush ha chiesto al governo messicano di aumentare la presenza dei militari per fermarli: “La militarizzazione della frontiera espone i migranti a maggiori rischi, per l’aumento degli abusi da parte dei trafficanti di esseri umani. Perché le maglie più strette non li scoraggiano. Solo la morte li può fermare. Non possono tornare indietro sconfitti”, spiega il prete.

Un misero sacco in spalla, danno l’addio alle famiglie e affrontano la corsa a ostacoli di quel cammino della speranza. Secondo un recente rapporto della Commissione nazionale dei Diritti umani, organo del Senato messicano, si contano sul confine sud 400 morti all’anno, oltre a 1.500 feriti, la maggior parte dei quali mutilati “per cause legate al viaggio in treno merci”. I blitz delle forze dell’ordine lungo la ferrovia sono una delle concause degli incidenti anche di quelli fatali. Il prezzo da pagare ai trafficanti si aggira sui 1.500 pesos, 150 dollari se si sceglie il treno. Può salire fino a 2 mila dollari per il trasporto in camion fino al confine con gli Stati Uniti.

Roberto H. ha 20 anni e viene dall’Honduras. Vive in Messico perché non ce l’ha fatta ad arrivare in California. “Il viaggio col treno è una lunga odissea. A volte sei costretto a scendere per cercare cibo e il treno se ne va. Ma non ti fermi, cammini e cammini fino a trovare un incrocio ferroviario e allora aspetti che passi il prossimo”. Uno dopo l’altro, a volte se ne prendono anche tre o quattro, per poter arrivare oltre il confine. “Una volta ho visto una signora che si era addormentata sul tetto di un vagone. Non si è accorta che suo figlio di pochi anni stava per cadere, non è riuscita ad afferrarlo in tempo. È caduto. Il bambino è morto e il treno non si è fermato”.

Karina Martinez, 31 anni, viene dal Nicaragua: “Il mio treno si è fermato per un posto di blocco della polizia. Dopo otto ore di attesa un poliziotto mi ha detto che poteva aiutarmi, ma mi ha messo le mani addosso. Mi sono ribellata e quello stesso giorno mi hanno deportata in autobus”. Come in un gioco dell’oca è tornata alla casella iniziale, in Nicaragua. Ma Karina ci ha riprovato. “La seconda volta ci hanno fermato gli uomini dell’immigrazione. Abbiamo litigato per mezz’ora, poi ho dato un calcio a uno di loro e sono scappata. Ho corso per ore nella foresta col cuore in gola. Non sapevo dove fossi, mi ero persa. Poi ho ritrovato la strada”.

Nel gennaio di quest’anno, José Elías González Montoya e la nipote diciottenne Antonia Cecilia sono partiti da El Salvador per gli Stati Uniti. Volevano lavorare e farsi raggiungere dai parenti. Sono approdati ad Arriaga, alla frontiera, decisi a prendere il treno. Ma, già vittime di una rapina della polizia locale, sono stati intercettati durante un blitz del governo messicano, dal nome in codice ‘Frontiera Sud Sicura’. Travolti dai gas lacrimogeni sono riusciti a scappare. Perso il treno, hanno camminato lungo la strada costiera sino alla città di Tapachula. Una banda li ha rapinati nuovamente. E Antonia è stata stuprata, mentre lo zio José, che aveva tentato di aiutarla, è stato ferito alla testa da un colpo di machete. Da casa, pochi giorni dopo sono arrivati in soccorso i parenti dal Salvador. Tutti insieme sono ripartiti. Poche centinaia di metri dopo il posto di frontiera sono stati fermati ancora da quattro militari messicani. Li hanno derubati degli ultimi 70 dollari e Antonia è stata nuovamente stuprata. “Non denunciateci. Sappiamo chi siete e da dove venite”, hanno detto i poliziotti. Antonia però si è ribellata e ha deciso di raccontare tutto alla Commissione nazionale dei Diritti umani.

Il confine tra Guatemala e Messico è sorto nel 1882 dopo l’annessione dello Stato del Chiapas che ha preferito essere “coda di leone in Messico piuttosto che testa di topo in Guatemala”. Adesso sono stimati in mezzo milione i clandestini che ogni anno tentano di attraversarlo. Avendo contro non solo le autorità, ma anche trafficanti di droga, di armi, di donne e di bambini. Solo persecutori.

Secondo l’Istituto nazionale di migrazione del Messico, nei primi sei mesi di quest’anno ci sono già state 51.443 espulsioni. Molte meno delle 240 mila che si contarono nel 2005. Oltre il 90 per cento sono centroamericani di Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua. Di questi, almeno il 20 per cento sono donne e un altro 10 per cento ragazzini, i più esposti a finire nella rete della criminalità.

Lo scorso settembre, il governo messicano ha deciso di costruire altre 14 Stazioni Migratorie, posti di detenzione ed espulsione. Queste nuove strutture si aggiungono alle 52 già esistenti in tutto il territorio nazionale, 29 delle quali proprio sulla frontiera meridionale. La più moderna è la Stazione Migratoria Siglo XXI, inaugurata a Tapachula nel marzo 2006 dall’allora Presidente Vicente Fox.

Decine sono le ong che si dedicano alla difesa dei diritti umani dei clandestini o a soccorrerli in caso di incidente, abuso, rapina. Ma non basta. La Commissione messicana dei Diritti umani afferma di aver ricevuto nel 2007 almeno 448 denunce di violazione dei diritti umani nella zona della frontiera con il Guatemala. Mentre la Procura per i Diritti umani guatemalteca dice che il 25 per cento degli espulsi dal Messico ha subito soprusi. Eppure il fenomeno non diminuisce. C’è sempre un treno chiamato desiderio.

La crisi arriva dal Norte: calano le rimesse, tornano gli emigranti

29 ottobre 2008 1 commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 29 ottobre 2008
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La crisi finanziaria internazionale giunge in Messico. Gli effetti sono i soliti: crisi del sistema finanziario, rischio di fallimento di alcuni istituti bancari, annullamento di ogni credito sulla prima casa, crisi acuta degli scambi borsistici, svalutazione della moneta locale, il peso (per effetto delle speculazioni che continuano nonostante la retorica dell’etica finanziaria), e il panico che si diffonde. Tuttavia, gli effetti sono contenuti e sarà questo forse uno degli indizi del fatto che il Messico è comunque un paese di periferia, almeno per questi luoghi-non luoghi della finanza internazionale.
Un altro aspetto della crisi è però destinato a colpire il Messico. Quando esattamente e con che portata, difficile dirlo. Si tratta delle rimesse dei migranti che stanno «dall’altro lato», e del ritorno previsto di alcune centinaia di migliaia di migranti che, caduti in disoccupazione nel Norte (gli Stati uniti) andranno a ingrossare le fila dei milioni di senza lavoro che già vivono in Messico.
Durante i lavori del recente Forum Sociale Mondiale delle Migrazioni che si è tenuto a Madrid, in Spagna, un analista messicano denunciava la dipendenza del Messico rispetto le entrate determinate dalle rimesse degli emigranti. Rodolfo Zamora, dell’Università di Zacatecas, nel centro nord del paese, utilizzava il termine adicto, per indicare quasi una tossicodipendenza dell’economia nazionale dall’importante contributo in dollari che i migranti, espulsi dalla economia che non genera posti di lavoro, inviano al loro paese d’origine.
Dunque nel 2007 le rimesse sono state pari a quasi 24.000 milioni di dollari, la seconda voce del Pil messicano dopo la vendita del petrolio: una cifra che colloca il Messico al terzo posto tra i paesi che ricevono rimesse, dopo Russia e Cina. Nel primo semestre di quest’anno vi è stato un calo del 6,9% nelle rimesse: eppure, secondo la Banca Centrale messicana, i quasi 11.000 milioni di dollari inviati sino al mese di giugno continua a rappresentare il 126% degli investimenti diretti stranieri, ben il 98,2% dei trasferimenti bancari diretti e oltre il 46% delle esportazioni di petrolio.
Non suona male: a meno che non avvenga quel che sta succedendo, ovvero il ritorno previsto di migliaia di migranti. Ad esempio a Oaxaca, stato della repubblica messicana che si colloca appena al nono posto per emigrazione, solo quest’estate son già tornati oltre 24.000 migranti, i quali, secondo le statistiche, generavano da soli 7 milioni di dollari di rimesse. A Città del Messico si prevede il ritorno di almeno 30.000 persone. Cosa succederà in altri stati, dove il numero di migranti espulsi in questi anni duplica e, a volte, triplica le quantità citate? Edoardo Lozano, ministro del lavoro del Governo federale, tranquillizza tutti: ci sarà lavoro per tutti. E già, come le promesse dell’attuale Presidente, che si era presentato in campagna elettorale come «presidente del empleo», il Presidente del posto di lavoro. No era arrivato fino a promettere un milione di posti di lavoro, ma la promessa è caduta nel vuoto comunque e in questi anni un milione di messicani all’anno hanno continuato a emigrare alla ricerca di migliori opportunità.
Ma pur ammettendo che le braccia e i cervelli scappati oltre confine ora ritrovino un lavoro, come sarà affrontato socialmente il ritorno? Come si coniugheranno domani le esigenze nuove dei cittadini migranti al loro ritorno in massa presso le comunità d’origine già riorganizzate attorno alla loro assenza? Il Messico rischia di pagare un prezzo pesante alla crisi del potente vicino.

III Foro Social Mundial de las Migraciones

14 settembre 2008 1 commento

Sono stato alla terza edizione del Forum Sociale Mondiale delle Migrazioni, che si è tenuto a Madrid, Spagna, dall’11 al 13 settembre 2008 (http://www.fsmm2008.org).
Questo quanto pubblicato sul Il Manifesto il 14 settembre:

  • Sempre più vulnerabili nella “fortezza Europa”

Con lo slogan «Le nostre voci, i nostri diritti, per un mondo senza muri» si è conclusa ieri a Rivas Vaciamadrid, alle porte della capitale spagnola, la terza edizione del Foro Sociale Mondiale delle Migrazioni. Tre giorni di seminari e incontri a cui hanno partecipato oltre 2000 persone provenienti da 90 paesi – ma una ovvia prevalenza delle numerose ong spagnole che si occupano di immigrazione, oltre che di studiosi e attivisti. Dopo le prime edizioni, tenute a Porto Alegre nel 2005 e l’anno dopo proprio a Rivas in Spagna, quest’anno il forum ha avuto il patrocinio – a volte scomodo – del Ministero del lavoro e dell’immigrazione del governo Zapatero. Tra i principali promotori del Forum quest’anno si è inserita la Cear, Commissione spagnola di aiuto ai rifugiati che da anni è impegnata a offrire sostegno legale ai migranti che desiderano richiedere asilo o lo status di rifugiato. Il presidente dell’organizzazione, Ignacio Diaz Aguilar, ha spiegato nel discorso inaugurale che nonostante le visioni a volte contraddittorie tra coloro che lavorano nel tema migratorio, vi è una realtà che nessuno nega: i migranti, legali o illegali che siano, sono sempre più vulnerabili. E’ per questo dunque che il Forum di questi tre giorni assume importanza, perché è necessario trovare i meccanismi per difendere i migranti e i loro diritti di fronte alle nuove problematiche. Prima fra tutte, spiegano gli attivisti di Cear, la cosiddetta direttiva della vergogna approvata di recente dall’Unione Europea e criticata ormai da mezzo mondo. La direttiva europea è stata al centro delle critiche sollevate in tutti gli spazi di dibattito del Forum. E non poteva non essere così. Luiz Baseggio, sacerdote brasiliano vicino alla teologia della liberazione, si è detto sorpreso della mancanza di memoria degli europei e ha definito la misura legale europea come un fatto francamente razzista: «I migranti non possono essere il capro espiatorio della crisi, perché questo è tipico di una mentalità razzista. Ci considerano indesiderabili però necessari e preferiscono mantenerci il più vulnerabili possibile. Ci vogliono, però privati dei nostri diritti». Sulla stessa linea anche Diego Lorente, ex membro di SOS Razzismo Madrid e oggi direttore della ong Sin Fronteras in Messico: «La direttiva del ritorno, così come i decreti emergenziali come quello italiano, sono specchietti per le allodole. È evidentemente grave ciò che prevedono queste nuove leggi, ma in realtà sono praticamente inapplicabili. Servono soprattutto per intimidire i migranti e renderli ancor più vulnerabili». Il «Relatore speciale per i diritti dei migranti dell’Onu, il messicano Jorge Bustamante, è giunto al Forum per portare la propria testimonianza su quanto osservato nel mondo. Con una traiettoria di studi del fenomeno migratorio all’Università di Harward, il ricercatore messicano ha denunciato la creazione di sempre più muri nel mondo: oltre al famigerato muro tra Messico e Usa e al vergognoso muro che divide Israele e Palestina, Bustamante ha stigmatizzato i muri a Ceuta e Melilla e quello in costruzione tra India e Bangladesh. Una situazione orribile, ha affermato, che nega l’elementare diritto alla libera circolazione delle persone. Presenti anche due figure centrali dell’ampio dibattito attorno alle cause e alle conseguenze del fenomeno migratorio.

Crisi ecologica e «migranti ambientali»
Demetrio Valentini, il vescovo brasiliano che ha fondato l’organizzazione Grito de los Excluidos («Grido degli esclusi»), ha introdotto il tema che è stato l’asse centrale della disdetenzionecussione del Forum: l’ecologia o, meglio detto, gli effetti del deterioramento ambientale sui gruppi umani. Ha spiegato Valentini che «la crisi ecologica è l’avvertimento più chiaro, capace di sensibilizzare la coscienza umana». È strategico, ha continuato il prete brasiliano, «per tutti coloro che difendono la causa migrante, legarla alla crisi ecologica. Dobbiamo servirci di questa coscienza crescente nel mondo per evidenziare sino a che punto le dinamiche migratorie sono il frutto degli errori dello stesso modello economico che ha creato la crisi ecologica». Ha infine aggiunto: «Oggi la nostra civiltà quella umana, nessun’altra – è carente di grandi utopie. Ciò impedisce soluzioni aperte e creative che facciano avanzare la coscienza etica dell’umanità e risveglino nuove possibilità del rapporto con la natura e di convivenza solidale tra i popoli». La relazione tra crisi ambientale e flussi migratori è stata poi ampiamente ripresa dal sociologo belga, e fondatore del Centro Tricontinentale (Cetri), François Houtart, che parla ormai di «migranti ambientali» o climatici e spiega che, secondo statistiche Onu, per il 2050 dovremo aspettarci quasi 200 milioni di persone migranti a causa di fenomeni legati alla crisi ambientale. E si badi bene, spiega Houtart, non si tratta solo dei grandi disastri ambientali, ma anche dell’occupazione di grandi distese di terra per la produzione di agrocombustibili. Questo fenomeno impazzito di produzione dei nuovi combustibili, continua, non solo mette in pericolo l’equilibrio ecologico, ma sta obbligando milioni di persone a muoversi nel territorio. L’altro tema che ha percorso il Forum sono i Cie, o Centri di internamento ed espulsione quelli che in Italia chiamavamo Cpt. Qui è stato presentato uno studio realizzato dalla rete Migreurop, che disegna la mappa dei centri di detenzione per migranti in Europa.

I segreti delle detenzione migrante
Una mappa incompleta, spiega Sara Prestaianni, responsabile del progetto di ricerca, perché non è facile aver accesso alle informazioni, proprio come è difficilissimo avere accesso alle stesse strutture. Lo studio ha confermato il vasto panorama di violazione ai diritti umani all’interno di queste strutture e la completa mancanza di informazioni e di contatti con l’esterno per i cittadini migranti detenuti. Assoluta mancanza di contatto anche con le numerose associazioni che si occupano di difendere i diritti dei migranti. L’attivista ha denunciato quindi l’assoluta mancanza di trasparenza per quel che riguarda il numero ma soprattutto la gestione di questi luoghi di non diritto. Per fortuna, si è detto, la situazione non è come negli USA dove l’informazione è ancora più scarsa e molti di questi centri sono addirittura gestiti da enti privati, ma questo non vuol dire che nella UE si stia meglio. Per questo, Mireurop ha lanciato una campagna europea che ha come obiettivo finale quello di chiudere i Cie, pur arrivandoci per tappe: una prima tappa che vuole vincere il muro del silenzio, e quindi poter avere accesso a queste strutture e far sapere alla società quel che lì accade. Allo stesso tempo, ovviamente, aiutare coloro che vi sono internati, offrendo loro l’assistenza di cui hanno bisogno. Non è chiaro però come combattere l’obbrobrio della detenzione amministrativa, rafforzata dalla direttiva di ritorno dell’Unione Europea. Sarà comunque importante, si è detto, osservare quel che succede oltre le frontiere europee, nei cosiddetti paesi di transito, ovvero quei paesi periferici dell’Unione che ormai costituiscono la nuova frontiera per i migranti, nel quadro dell’esternalizzazione dei controlli.

  • Il gringo messicano e altre storie. Voci dal Forum

David L. Greene, conosciuto anche come Carlos Martinez Plata. E’ giunto a Madrid insieme all’attivista messicana Elvira Arellano, divenuta tristemente famosa quattro anni fa a causa della sua espulsione dagli Usa: il caso fece molto rumore, perché l’espulsione l’ha separata dai figli che vivono ancora oggi a Los Angeles. Nato a Città del Messico, alla giovanissima età di due mesi David Greene/Carlos Martinez emigra negli Usa con i genitori. A New York acquisisce la cittadinanza americana. O almeno così gli dicono: perché trent’anni dopo, ovvero l’anno scorso, dopo esser stato arrestato per un reato minore, piomba nella sua cella la «migra» (la polizia di immigrazione) e gli chiede: «Conosci Carlos Martinez Plata?». Lui, sorpreso, risponde di no. La migra allora gli sputa in facia la verità: «Sei tu, e sei negli Usa illegalmente da trent’anni». Espulso immediatamente, giunge in Messico, dove impara per la prima volta lo spagnolo e dove diventa poeta e attivista. Oggi preferisce vivere in Messico, spiega, anche se gli mancano i genitori che non vede da quattro anni ormai. Stanno male, dice, e non oso chiedere loro le ragioni di quel che mi è accaduto. Tradisce un certo disorientamento, ma ciononostante l’ottimismo lo attraversa. Per venire in Spagna, racconta, mi avevano offerto un biglietto aereo che passava per gli Usa. Ho dovuto spiegare agli organizzatori che di lì non potevo passarci. Distrazioni europee.

Edda, la peruviana milanese
Edda Pando è da oltre vent’anni in Italia. Vive a Milano e lavora con l’Arci all’interno della quale ha creato un progetto: l’Università Migrante. La lucidità del suo punto di vista è sorprendente. Invitata a parlare a un tavolo di discussione, Edda va giù dritto: il problema, spiega, è innanzitutto rompere questo velo di compassione verso i migranti e poi che i migranti siano protagonisti dei propri processi di emancipazione. Citando un sociologo algerino, Edda guarda in faccia i numerosi esperti della migrazione giunti a Madrid e dice loro: «Non vi sarà una vera sociologia della migrazione finché non vi saranno sociologi migranti». L’impegno politico, continua, inteso in senso allargato è necessario. Perché, secondo l’attivista peruviana, è lo strumento per riscattare la dignità che ci stanno togliendo: iIl protagonismo migrante anche contro il paternalismo dell’associazionismo italiano. Forzando un po’ i paragoni, insomma, Edda dice che il colonizzatore esiste perché esiste il colonizzato. Critica la condizione della debolezza che fa credere ai migranti in molte occasioni comunque di essere inferiori anche in termini culturali agli europei. C’è bisogno di lasciar spazio ai migranti e alla loro voce, dice, perché questa è la ricchezza della diversità: il nostro punto di vista sarà sempre e comunque diverso. Attraverso il nostro microfono che ne registra le parole sembra guardare in faccia gli italiani e dice loro: dobbiamo lavorare affianco gli uni e gli altri, e dobbiamo smetterla con questo atteggiamento – d’origine cattolico – compassionevole. L’alternativa per ora è solo l’opposto, ovvero la criminalizzazione. Ed allora, secondo Edda, è giusto parlare delle questioni legali, di sanatorie e di Bossi Fini, ma il punto è anche un altro: se domani approvassero la migliore delle leggi migratorie, se domani cadessero tutte le frontiere, il problema del razzismo e dello stare assieme non si risolverebbe da un giorno all’altro. Ed allora, spiega, dobbiamo porci anche un’altra domanda: come conviviamo?

  • Manteros, ovvero come sopravvivere senza copyright

Sono soprattutto africani e neri. Li trovi un po’ ovunque: tra i tavolini dei bar, nelle stazioni della metropolitana. Ma devono nascondersi e stare attenti. Sono i venditori ambulanti, in particolare quelli che vendono cd e dvd pirata. Sono loro che oggi rischiano di più, perché per loro i Centri di detenzione amministrativa sono lontani. Se li beccano a «spacciare» cultura e arte – quelle musicali e cinematografiche – per strada la pena è tripla: multa per vendere senza permesso, multa per violazione alle leggi sul diritto d’autore e carcere. Stiamo parlando della Spagna, ma sarebbe più o meno lo stesso in Italia. Una vita d’inferno, come quella toccata a quattro africani, due del Senegal e due del Gambia, che hanno ricevuto una sentenza definitiva a due anni di carcere più una multa milionaria. Per loro è scattata la campagna di raccolta firme perché il governo spagnolo conceda loro l’indulto. Chayo, attivista della rete Ferrocarril che sostiene la campagna, ci spiega che da oltre sei mesi a Lavapies, un quartiere di Madrid, esiste uno sportello di consulenza per i cosiddetti manteros , ovvero coloro che con una «manta», un telo su cui collocare la mercanzia, si mettono a lavorare agli angoli delle strade offrendo cd e dvd pirata. In questo breve periodo oltre duecento persone si sono presentate allo sportello, il che, spiega l’attivista spagnola, è indice non solo del vasto numero di potenziali manteros che lavorano e sopravvivono in Spagna, ma anche dell’urgenza di porre rimedio a questa vera e propria persecuzione da parte non solo della polizia, ma soprattutto delle agenzie detentrici dei diritti d’autore. Dal 2002 infatti la legge sul copyright si è ulteriormente ristretta. Prima era una multa e il carcere. Oggi, è prevista anche la riparazione del danno economico all’impresa: milioni di euro, in alcuni casi. E poi, come se ve ne fosse la mancanza, la legge prevede che la detenzione sia scambiabile con l’espulsione dal paese con l’interdizione per dieci anni. Il tutto per vendere un dvd, spiega Chayo, che propone un ulteriore punto di vista: è veramente un delitto vendere materiale «pirata»? Eppure c’è una parte della società che compra. Dobbiamo, continua, discutere cos’è la cultura e come vi si accede: c’è il materiale «pirata», ma anche quello che si scarica da Internet. «Noi crediamo che la società non consideri questo un crimine», spiega: anzi, bisognerebbe discutere del fatto che questi venditori sono criminalizzati mentre noi, come consumatori, a causa dei miserrimi redditi precari che riceviamo, compriamo questi materiali perché quelli «legali» sono molto cari.

Perú: Enlazando alternativas / Uno speciale sui migranti / Migrantes

15 maggio 2008 Lascia un commento

Sono stato ospite di un programma radiofonico gestito da Amisnet nella cornice del Forum di Radio organizzato all’interno di Enzazando Alternativas, il controvertice a Lima, Perú, in occasione del vertice ufficiale tra Unione Europea, America Latina e Caraibi.
Puoi ascoltare qui la trasmissione.
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Estuve en un programa radiofónico de Red Con Voz en el marco del Forum de Radio organizado en Enzazando Alternativas, la Cumbre de los Pueblos en Lima, Perú, en occasión de la cumbre Unión Europea, America Latina y el Caribe (ALC-UE).
Aquí puedes escuchar la transmisión.

1 maggio nel continente americano

2 maggio 2007 Lascia un commento

Il presnete articolo é stato pubblicato sul sito web di MeltingPot Europa, il 2 maggio 2007.
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Primo maggio di mobilitazione americana, americana sul serio.
Se sul fronte latinoamericano, le manifestazioni si sono caraterizzate per la presenza ufficiale dei presidenti Hugo Chavez e Evo Morales, i quali hanno approfittato della data per confermare la conclusione dei programmi di nazionalizzazione del petrolio, sul fronte messicano e statunitense la situazione é un po’ piú complessa.
Negli USA si é ripetuta la mobilitazione migrante dell’anno scorso.
I numeri non sono stati gli stessi, vuoi per la campagna repressiva delle ultime settimane, vuoi perché l’aspettativa era minore, ai cortei hanno partecipato decine di miliaia di migranti. A causa della repressione che la polizia federale sta esercitando contro i migranti, latini soprattutto, le manifestazioni, in particolare quella di Chicago, la piú numerosa, si sono aperte con stricioni che denunciavano precisamente gli arresti, le espulsioni, le minacce, che il governo federale americano sta promuovendo contro questa forza politica e di lavoro migrante.

Oscar Chacón, coordinatore di Enlaces América, presente a Chicago, é entusiasta: “Non ci si aspettava tanta gente”, ammette. La repressione delle ultime settimane “ha fatto muovere le 350mila persone che oggi sono qui”, ma conferma anche le difficoltá di trovare il modo di canalizzare questa forza – che si é manifestata a New York, Milwaukee, Los Angeles, Washington, Houston, Detroit, Phoenix, Orlando, San Francisco e varie cittá del Texas, Carolina del Norte, Georgia – perché costituisca una forza politica permanentemente capace di esercitare pressione sul Congresso, difronte alla reale possibilitá di una riforma da piú parti attesa.
A questo proposito, é interessante sottolineare le sempre piú numerose voci che insistono affinché l’amministrazione Bush, dopo il disastro della politica estera, lasci almeno un segno positivo in politica interna con una buona ed efficace riforma migratoria.
I mesi sono pochi, presto comincierá la campagna per le presidenziali, per cui, al di lá dell’uscente George W. Bush, difficilmente repubblicani e democratici rischieranno misure radicali sul tema migrante. A questa realtá, si aggiunge il veto interposto da Bush, proprio il 1 maggio, alla legge – approvata dalla maggioranza democratica nelle due camere statunitensi – di rifanaziamento della missione in Irak. Il veto, annunciato da Bush giá nelle scorse settimane, giunge non tanto sulla quantitá di soldi destinati alla fallimentare guerra americana in medio oriente, quanto alla fissazione della data del primo ottobre prossimo per il ritiro delle truppe a stelle e strisce. “Un fallimento, porre data al ritiro, non solo darebbe l’immagine di un paese debole e irresponsabile, ma darebbe animo alla minaccia costituita dai terroristi”, afferma Bush.

A questo punto, appare evidente la connessione tra i due temi oggi al centro del dibattito: migrazione e guerra.

Per oltrepassare il veto, i democratici infatti hanno bisogno del voto repubblicano, il quale si potrebbe ottenere cedendo sulla riforma migratoria. Uno scambio per niente improbabile, a detta degli analisti messicani sul tema. Una connessione tra i due temi che non é solo questione legislativa : la libertá e il diritto migrante si intreccia con il diritto alla pace e la libertá dei cittadini iracheni, beffando la politica comunicativa di Bush che si era limitato a scambiare cittadinanza americana per forza di lavoro militare.

Sul fronte messicano, la situazione é forse ancor piú complessa.
Le manifestazioni del primo maggio a Cittá del Messico sono state almeno tre.
La prima è stata quella dei sindacati ufficiali, gli stessi da sempre collusi con la politica economica del governo di Calderón. Una manifestazione partecipata, ma che si é conclusa in venti minuti di discorsi.
Poi, la manifestazione dei sindacati cosidetti “indipendenti”, anch’esa molto partecipata e che si é conclusa con la richieste di salari dignitosi, protezione sociale e ripudio alla recente legge di privatizzazione del ISSSTE (la rete di sicurezza sociale del pubblico impiego).
Ed in fine, la manifestazione della Otra Campaña, che ha visto l’occupazione del centro da parte di numerose organizzazioni aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona.

Per la prima volta, nella storia repubblicana messicana, il Presidente della Repubblica é stato assente alle celebrazioni ufficiali, marcando apparentemente un salto di qualitá democratico. ma in realtá, dando il chiaro segnale di abbandono del governo nei confronti del settore lavorativo messicano.
La politica ufficiale del governo, volta alla privatizzazione dei servizi pubblici e all’ingresso di nuove pratiche e relazioni lavorative, esclude il mondo sindacale.
All’interno di questo, la frammentazione é totale.
Mai come oggi, il mondo sindacale é diviso tra coloro, la maggior parte, che sostengono la politica governativa e coloro che vi si oppongono.
Ma l’opposizione non é facile, in Messico si reprime, si spara e si uccidono sindacalisti con una facilitá tale da rendere sempre piú difficile un’azione di opposizione efficace.

Positiva invece la mobilitazione nella cittá di Oaxaca, dove centinaia di migliaia di cittadini – maestri e semplici cittadini hanno occupato per tutta la giornata la piazza centrale della cittá, lo zocalo, per la prima volta dopo la dura repressione del 25 novembre scorso.
Gli studenti hanno occupato le istallazioni di Radio Universidad – con la promessa di abbandonarle il giorno 2 maggio.

Ma il dato realmente importante della mobilitazione sindacale é lo sciopero generale indetto per il 2 maggio in ripudio alla menzionata legge di riforma del sistema pensionistico dell’ISSSTE. Uno sciopero a cui hanno rinunciato all’ ultima ora alcuni dei piú importanti sindacati indipendenti, ma che non ha per questo evitato di sortire effetto. I maestri, il gruppo piú numeroso che partecipa nello sciopero, é riuscito a chiudere praticamente tutte le scuole della capitale – comprese le tre grandi universitá – a bloccare numerose vie di comunicazione, a chiudere i caselli autostradali e a permettere il libero e gratuito transito, ed è riuscito poi a manifestarsi difronte i ministeri del Lavoro, degli Interni e della Pubblica Istruzione.
Le richieste, oltre alla deroga della riforma pensionistica, riguardano la liberazione dei prigionieri politici sparsi nel paese e il miglioramento salariale.

I maestri lanciano l’ultimatum: 15 giorni per soddisfare le richieste, altrimenti sará la mobilitazione totale.

Pianeta Dimenticato

3 dicembre 2006 1 commento

Di seguito troverete le date delle trasmissioni del programma Pianeta Dimenticato di Radio 1 Rai alle quali ho partecipato.
I file audio cui mandano i link qui sotto si ascoltano con Real Player o, meglio ancora, con VLC.

  • 2 gennaio 2009: “Candidata al Nobel per la pace nel 2006, e parlamentare Dona María Del Rosario Ibarra 81 anni, e’ una indomabile attivista per la difesa dei diritti umani. Presidente della commissione nazionale dei diritti umani del senato messicano, nel’agosto ha fondato il fronte nazionale contro la repressione, al quale partecipano moltissime associazioni civili tra cui il comitato Eureka per la difesa dei prigionieri, perseguitati, desaparecidos ed esiliati politici”. [scarica il file]
  • 26 novembre 2008: “Funzionano e stanno per essere estesi a tutte le aree metropolitane, in Bolivia, i programmi di sostegno sociale all’emigrazione interna”. [scarica il file]
  • 13 novembre 2008: “In Messico proliferano i sindacati fantoccio, vere e proprie bande criminali, che impongono ai dipendenti delle fabbriche il racket della protezione e li costringono ad accettare condizioni di lavoro capestro”. [scarica il file]
  • 14 ottobre 2008: “Per arginare la grave emergenza del narcotraffico e il continuo flusso dei clandestini, Washington e il governo messicano hanno messo a punto un complesso piano di controllo investigativo”. [scarica il file]
  • 16 maggio 2008: “In Colombia i paramilitari hanno scatenato una violenta offensiva al confine col Venezuela”. [scarica il file]
  • 2 maggio 2008: “In Messico si susseguono gli omicidi dei giornalisti che denunciano la corruzione e gli intrecci fra narcos, politica e finanza”. [scarica il file]
  • 22 aprile 2008: “Controlli armati, 1250 km di barriere, il Rio Bravo e il deserto non riescono ad arginare la valanga di clandestini che si riversa dal Messico negli Stati Uniti”. [scarica il file]
  • 28 marzo 2008: “In Ecuador lo sfruttamento petrolifero avviato da una multinazionale brasiliana minaccia l’equilibrio ecologico del Parco Nazionale del Yasunì, ai confini col Perù, riserva di biosfera dell’UNESCO e area di insediamento di varie tribù Indios”. [scarica il file]
  • 21 marzo 2008: “Nonostante la priorità più volte assicurata dal Governo alla lotta contro il traffico di droga, i narcotrafficanti messicani stanno soppiantando i cartelli colombiani e gestiscono una crescente percentuale delle spedizioni di cocaina negli Stati Uniti”. [scarica il file]
  • 12 febbraio 2008: “In Messico un’inchiesta giornalistica denuncia l’attività di un gruppo di potere denominato El Yunque, un’organizzazione segreta che mescola ritualità e precisi interessi politici”. [scarica il file]
  • 31 gennaio 2008: “Incontro internazionale a Caracol de la Garrucha per sottolineare il ruolo delle combattenti nella guerriglia zapatista in corso nel Chiapas”. [scarica il file]
  • 18 gennaio 2008: “Negli stati messicani di Tabasco e Chiapas una serie di frane e di inondazioni ha fatto scattare pesanti denunce nei confornti delle industrie idroelettriche della zona“. [scarica il file]
  • 14 dicembre 2007: “A dieci anni dalla strage di Acteal in Messico i familiari delle vittime reclamano ancora verità e giustizia per uno dei più gravi massacri della guerra civile in Chiapas”. [scarica il file]
  • 4 dicembre 2007 : “Ciudad Juarez, Messico: da 14 anni alla frontiera fra Messico e Stati Uniti vengono uccise centinaia, forse migliaia di donne, senza che siano stati mai individuati assassini e moventi. Una strage misteriosa sulla quale nessuno vuole far luce per non ostacolare i molti traffici della zona, denunciano le associazioni femministe”. [scarica il file]