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Archive for the ‘societá e movimento – italiano’ Category

“Il Messico in pasto alla violenza”

12 maggio 2011 Lascia un commento

Babush, trasmissione speciale di Amisnet.org sulla marcia per la Pace con Giustizia e Dignità.

Ascolta il podcast qui.

La guerra al narcotraffico in Messico è stata lanciata con gran clamore dal presidente Felipe Calderon all’indomani della sua elezione, nel 2006. A distanza di quasi cinque anni il bilancio è di circa 40.000 morti, dei quali molti mai identificati, oltre a decne di migliaia di desaparecidos e quasi mezzo milione di desplazados. Dall’inzio della guerra al narcotraffico, il clima nel paese si è fatto progressivamente più violento, fino a raggiungere livelli intollerabili. “Il paese si è andato via via assuefacendo alla violenza”, ci ha raccontato Gianni Proiettis, giornalista italiano che risiede in Messico da quasi vent’anni ed è stato recentemente deportato illegalmente in Italia dalle autorità messicane. Fortunatamente negli ultimi tempi un pezzo della società messicana ha dato segnali importanti di risveglio: ne è testimonianza la carovana che ha raggiunto lo Zocalo, piazza centrale di Città del Messico, l’8 maggio scorso. Una carovana, partita il 5 maggio da Cuernavaca, 100 chilometri a sud della capitale e composta da parenti delle vittime della guerra, da attivisti, da organizzazioni sociali molto diverse tra loro, da migranti, studenti, artisti e semplici cittadini stanchi dello stato di cose. Al suo arrivo nella capitale poteva contare su 200.000 partecipanti e ha messo al centro delle sue richieste, oltre alla fine delle violenze, la partecipazione democratica alle decisioni e la lotta alla corruzione che imperversa nel paese. Anche la guerra alle narcomafie è, secondo molti, in realtà pretestuosa e nasconde il tentativo di instaurare uno stato del terrore oltre che a mascherare i legami tra narcos e autorità. In Messico è una voce ricorrente quella che sottolinea i legami tra Calderon e il cartello del Chapo Guzmamn, che sarebbe stato favorito ai danni di tutti gli altri cartelli contribuendo così a scatenare un vortice di violenza incontrollata.

“Il controllo del territorio e la repressione della società è il reale obiettivo di quella che chiamano guerra al narcotraffico”, denuncia Antonio Cerezo, attivista reduce da anni di carcere in Messico. “Molti dei morti che ufficialmente figurano tra i narcotrafficanti sono attivisti o studenti”. “Il narcotraffico è però un problema serio in Messico”, conferma Matteo Dean, giornalista indipendente che vive in Messico, “e negli ultimi anni i giovani non hanno molte altre scelte all’arruolarsi nell’esercito o rimpinguare le fila dei cartelli.” “Lo stato non offre alternative valide e l’economia versa in uno stato disastroso”, continua Gianni Proiettis.
Nel frattempo, mentre l’orizzonte delle elezioni del 2012 si avvicina,Felipe Calderon promette a Washington di modificare la costituzione per poter vendere almeno una parte delle azioni di Pemex, la compagnia petrolifera di stato, vero caposaldo dell’economia pubblica.

Ospti della puntata:
Gianni Proiettis, prfessore all’Università di San Cristobal in Chiapas e corrispondente per il Manifesto
Matteo Dean, giornalista indipendente, corrispondente dal Messico
Antonio Cerezo, attivista del Comité Cerezo (in un messaggio registrato per La Città dell’Utopia)

Pace con Giustizia. Dopo i 40.000 morti di una guerra insensata e perduta

10 maggio 2011 Lascia un commento

Facendo clic sull’immagine, puoi ampliarla e leggere gli articoli apparsi sull’edzione dell’10 maggio 2011 de Il Manifesto relativi alla Marcia per la Pace con Giustizia e Dignità dell’8 maggio precedente.

Il Manifesto 10 maggio 2011

Messico, il reclamo di pace con giustizia e dignità

8 maggio 2011 2 commenti

Sin políticos

Quando l’insensatezza occupa la vita pubblica,

la poesia ha la ragione.

Dunque, facciamo parlare la poesia

perché tacciano gli insensati.

Un silenzio assordante. È così che si può riassumere la lunga marcia “per la pace con giustizia e dignità” che iniziata lo scorso 5 maggio a Cuernavaca (cento chilometri a sud di Città del Messico) si è conclusa questa domenica nella piazza centrale della capitale messicana. Silenzio, spiega Javier Sicilia, premio nazionale di poesia, giornalista e padre di Juan Francisco, assassinato dai sicari del narcotraffico il 28 marzo scorso; silenzio perché “il nostro dolore è così grande e così profondo, che non vi sono più parole per nominarlo”. Il giorno dopo la straordinaria manifestazione zapatista a San Cristobal de Las Casas in Chiapas, sono Città del Messico ed almeno altre venti città le protagoniste di questa giornata convocata da Javier Sicilia. Cominciata con la partecipazione di meno di mille persone, la marcia è terminata con l’arrivo di almeno 200 mila persone nello zocalo di Città del Messico. Una moltitudine che ha compreso padri e madri, figli e parenti delle oltre 40 mila vittime che la “guerra al narcotraffico” lanciata dall’attuale amministrazione federale messicana di Felipe Calderón; ma anche migliaia tra militanti delle più diverse organizzazioni sociali messicane, giovani, studenti, artisti, migranti, indigeni e molti altri.

Una manifestazione moltitudinaria nel vero senso del termine. Poche volte vi è occasione di vedere i contadini di Atenco, assieme ai migranti della carovana migrante (che ha risalito il Messico dalla frontiera sud “riappropriandosi” del treno merci che ogni giorno trasporta centinaia di migranti privi di documenti esponendoli ad ogni genere di violenza), assieme agli studenti riuniti nell’Assemblea dei Giovani in Emergenza Nazionale, assieme agli indigeni del Municipio Autonomo di San Juan Copala, assieme ai membri della Polizia Comunitaria della Montagna di Guerrero, assieme ai genitori del Movimento 5 Giugno , assieme alle famiglie di Ciudad Juarez, assieme ai parenti delle vittime del feminicidio, assieme ad artisti ed intellettuali di diversa provenienza, assieme alle anime democratiche della Chiesa cattolica, assieme e migliaia di persone non organizzate che però oggi – domenica, quando scriviamo – in piazza ci son volute andare. Le ragioni di questa manifestazione sono molte ed articolate. Ma forse è possibile riassumerle semplicemente raccontando quel silenzio degno che ha accompagnato per oltre quattro giorni la carovana. Un silenzio che si è rotto solo nelle piazze raggiunte dalla carovana. Un silenzio che ha ceduto la parola ai padri ed alle madri delle vittime. O che, in altre occasioni, è stato rotto dall’impossibilità di contenere rabbia e dolore.

Difficile raccogliere tutte queste storie, raccontare tanto vissuto. Eppure, il movimento che oggi è sceso in piazza si è dato pure quest’obiettivo, perché troppe volte assassinati, sequestrati, scomparsi, o le centinaia di corpi che in queste settimane affiorano nelle sempre più numerose fossi comuni diventano numeri. Numeri per riempire le tabelle che il governo offre in pasto alla stampa. Ma che in realtà nascondono vite e speranza stroncate. Sarebbero 40 mila i morti sinora (dal dicembre 2006) di questa “guerra al narcotraffico”. A questa cifra, si aggiungono almeno 10 mila orfani di guerra (secondo altre fonti, questi sarebbero 30 mila), 10 mila migranti sequestrati solo lo scorso anno,  e quasi mezzo milione di sfollati, ovvero gente che è scappata dal proprio quartiere, dalla propria città, dal proprio stato, dal Messico. Numeri che fanno orrore, ma che appunto non servono a descrivere la realtà, anche se il governo si ostina a chiamarli “vittime collaterali”.

Quel che è certo – e forse possiamo permetterci di segnalare come una prima vittoria del movimento – è il fatto che finalmente il tema della violenza e, soprattutto, dell’insicurezza è stato per il momento sottratto alla destra conservatrice che detiene il potere nel paese. E non parliamo solo della destra al potere. Parliamo soprattutto dei settori benestanti di questa ed altre città, che non si fanno mai vedere, che scompaiono ogni giorno dietro gli alti muri dei loro quartieri-bunker ma che davanti ai casi più tragici hanno a volte alzato la voce. Sono loro, quegli stessi settori che oggi negli anni scorsi si sono arricchiti pure chiudendo un occhio davanti agli affari del narcotraffico, che oggi accusano Javier Sicilia, ed il movimento che oggi è in piazza, di voler “far cadere il governo”. Forte di questo sostegno minoritario sul piano dei numeri, ma strategico sul piano del potere economico e politico, Calderón avverte i manifestanti: “Non dovete dire a noi di smettere con la violenza, ma ai delinquenti”. Rispondono i manifestanti: “Siete voi, classe politica, che avete la responsabilità di frenare la violenza”. È la classe politica messicana, “corrotta e collusa con la criminalità organizzata, che militarizza il tema della pubblica sicurezza, che ha trasformato il Messico in un campo di battaglia, che ha reso i cittadini ostaggi della violenza, che umilia le istituzioni repubblicane”.

Ma per fortuna, il reclamo della moltitudine che oggi è scesa in piazza non si rivolge solo alla classe politica. E neanche ai narcos che insanguinano il paese con “la complicità dei tre livelli di governo”. La società civile messicana s’interroga e si domanda dove e quando si è cominciata a perdere la dignità. E la risposta se la dà da sola, guardandosi in faccia, dialogando e lanciando una proposta articolata in sei punti, complessi e che dimostrano il lungo sforzo di mediazione “tra più di cento organizzazioni sociali”. La proposta si traduce in un documento che il movimento chiama Patto Nazionale. Un documento che – si comprende al leggerlo – riunisce anche le diverse anime di questo movimento. La proposta chiama in causa prima la società civile stessa, convocata a restituire la memoria a quei 40 mila morti e a fare uno sforzo di pressione perché quel 98 per cento di casi ancora irrisolti siano finalmente chiariti dalle autorità competenti. Si esige poi un cambiamento di visione della “pubblica sicurezza”, ovvero che questa non riceva più un punto di vista “militare” ma piuttosto cittadino. In questo senso, quando si parla di militarizzazione della pubblica sicurezza, è importante dire che non si tratta solo dei 90 mila soldati – e marines – dispiegati nelle strade messicane, ma anche il fatto che oltre 500 militari attualmente hanno la licenza di assumere ruoli di comando all’interno delle diverse polizie locali del paese.

Su questo punto, il movimento insiste che la nuova proposta di Legge di Sicurezza Nazionale – che, tra l’altro, darebbe facoltà al presidente di imporre lo stato d’eccezione e di utilizzare l’esercito contro ogni movimento che metta in pericolo la “stabilità dello Stato” – non deve essere approvata così com’è stata proposta, ma dev’essere oggetto di una discussione plurale. In questo senso, il movimento sta convocando ad un incontro nazionale tra tutte le esperienze di “giustizia autonoma” perché vi sia un confronto ed una proposta “dal basso”. Il Patto Nazionale propone poi di combattere a fondo la corruzione diffusa in seno ai partiti ed al sistema politico, restituendo autonomia al potere giudiziario – in Messico, esiste la figura del Procuratore Generale nominato dal presidente della repubblica – ed esige al Congresso nazionale di eliminare l’immunità parlamentare entro i prossimi sei mesi. Nel documento vi è anche l’esigenza di attaccare realmente la florida economia del narcotraffico e di stabilire politiche precise e verificabili in favore dei giovani che attualmente, in Messico, “hanno solo due prospettive di vita: entrare nelle file dell’esercito o fare il narco”. Infine. Il documento esige che si approvino le riforme necessarie che rendano “la democrazia messicana” una democrazia partecipativa, introducendo la figura delle candidature indipendenti, del referendum popolare – tuttora inesistente nel sistema politico messicano -, la revoca del mandato popolare per i governanti, tra le altre proposte. Il movimento, però, non si ferma alla proposta. Avverte il governo ed il Congresso federale: “Se non ci ascoltate, se farete di testa vostra, avremo solo un modo per obbligarvi: resistenza civile e pacifica”.

Scarica qui il discorso completo di Javier Sicilia in formato .pdf.

Alcuni link:

Marcha Nacional por la Paz

Cartina globale della Marcia

Red por la Paz y la Justicia

Enlace Zapatista

Assemblando Donne

31 gennaio 2010 1 commento

Il testo che segue è stato scritto per il libro “Ciudad Juarez. La violenza sulle donne in America Latina, l’impunità, la resistenza delle Madri“, FrancoAngeli Edizioni, Italia, gennaio 2010.
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Assemblando donne

I

Il 14 febbraio 2001, dopo aver terminato il turno in fabbrica, Lilia Alejandra García Andrade lascia il posto di lavoro. Anche oggi il faticoso turno nella maquila – la fabbrica d’assemblaggio – è finito. Torno a casa a riposare. Come ogni giorno imbocca la strada del ritorno. Non c’è niente da temere, è giorno e c’è un sacco di gente in giro. Nei giorni scorsi, nei mesi passati, negli anni trascorsi sono già centinaia le ragazze scomparse. Alcune le hanno ritrovate, certo. Però morte. Altre non le troveranno mai. Ma perché proprio a me dovrebbe capitare? All’improvviso un macchina nera, vetri oscurati, si avvicina. Da dietro, il suv si accosta al marciapiede sul quale Alejandra, giovane di 17 anni, lavoratrice presso una delle tante fabbriche di assemblaggio della zona, cammina. Dall’automobile scendono diversi uomini, la sorprendono e la caricano a forza sul mezzo. Ci metterà diverso tempo la camionetta ad allontanarsi dalla zona. Diversi testimoni racconteranno che l’automobile tipo suburban, l’automobile preferita dalla polizia statale, rimarrà diverso tempo parcheggiata e tutti riveleranno che si potevano udire con chiarezza le grida della giovane. La stavano violentando. Qualcuno chiama la polizia, ma questa arriverà un’ora dopo. E sì che si era in pieno centro. Poco male, peccato che quando arriva la pattuglia della municipale, la macchina nera non c’è più. E Alejandra? Scomparsa.

Una settimana dopo, il 21 febbraio, il corpo di Alejandra fu ritrovato, assassinato. Con evidenti segni di tortura, violenza sessuale e con parte del corpo – il seno sinistro – mutilato. Il corpo giaceva davanti ad un centro commerciale, in uno spazio lasciato all’abbandono, tra l’erba l’incolta e i rifiuti della società di consumo. Le mani legate dietro alla schiena, la camicetta aperta, i pantaloni aperti a lasciare intravedere il sesso violato della giovane. La coincidenza è macabra: davanti al Centro Commerciale “Saint Valantine”, in calle San Valentín è ritrovato il corpo di una giovane sequestrata il 14 di febbraio. La polizia non arriverà mai a scoprire gli o l’assassino di Alejandra. O forse non vorrà mai rivelare l’identità dei colpevoli. Così come succede da quasi dieci anni a questa parte.

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Scarica il testo completo qui.

Gara di resistenza degli elettricisti

12 novembre 2009 Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul sito italiano Global Project il 12 novembre 2009
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Gli elettricisti messicani son nuovamente scesi in piazza ieri 11 novembre riuscendo sostanzialmente a bloccare la capitale messicana e realizzando mobilitazioni in diverse altre regioni del paese. Dalle 7 di mattina, tutti gli ingressi stradali a Città del Messico sono stati bloccati per diverse ore con tanto di scontri e, si dice, qualche sparo. In città almeno 35 manifestazioni e blocchi stradali sparsi un po’ ovunque, soprattutto presso le sedi del governo federale e dell’ex-impresa, Luz y Fuerza del Centro (LyFC), liquidata improvvisamente per decreto del presidente Felipe Calderón il 10 ottobre scorso. Nel resto del paese, la solidarietà per le migliaia di lavoratori rimasti senza lavoro da un giorno all’altro s’è espressa anche in diversi punti del paese in diverse manifestazioni. Le più numerose e partecipate, quelli solidali di Oaxaca grazie alla dissidenza sindacale dei maestri della Sección 22; e del nord del paese promosso dai minatori.

È una gara a chi più resiste. Da una parte il governo che prova a logorare la resistenza sindacale prendendo per disperazione e letteralmente per fame gli oltre 44mila elettricisti licenziati il 10 ottobre. Dall’altra gli stessi lavoratori, appartenenti tutti al Sindacato Messicano degli Elettricisti (SME), che resistono grazie alla sempre maggior solidarietà sociale che stanno ricevendo.

La mobilitazione era stata convocata lo scorso 26 ottobre in occasione dell’assemblea generale di solidarietà durante la quale si era convocata la manifestazione dell’11, il cosiddetto Paro Cívico Nacional, l’alternativa ‘civile e pacifica’ allo sciopero che molti acclamavano. D’altra parte, la dirigenza sindacale – sostenuta da una minima parte della classe politica messicana e dagli altri grandi sindacati ‘democratici’ – lo aveva detto sin da subito ed ha impostato la resistenza sulla cosiddetta ‘via legale e politica’, la stessa che promuove l’ex candidato presidenziale Andrés Manuel López Obrador: quindi enorme collegio di avvocati e pressione sul Congresso federale. E tante manifestazioni ‘pacifiche’ di piazza.

Ed infatti, la mobilitazione di ieri è stata generalmente tranquilla sotto il profilo dell’ordine pubblico, fatta eccezione di alcuni incidenti da verificare e lo sgombero violento di alcuni blocchi stradali. E se in questi ultimi è stata la Polizia Federale che ha attaccato i manifestanti, nel primo caso si parla nello specifico di dieci spari esplosi contro la polizia. Il fatto – che ha comunque prodotto 10 arresti – è da confermare e potrebbe in realtà trovare origine tra persone estranee alla mobilitazione. Nelle strade la dirigenza sindacale dunque. Ma soprattutto la base lavoratrice che, seppur ‘pacifica’, ha dimostrato grande determinazione, dignità e, per certi versi, entusiasmo.

Gli elettricisti han compiuto ieri un mese in resistenza privati del reddito della scomparsa Luz y Fuerza del Centro. Per fortuna, la solidarietà continua a mantenere i lavoratori e relative famiglie: una vasta rete di organizzazioni che raccolgono cibo e soldi in diversi punti della città e del paese.

Lo sforzo è enorme. In queste settimane non solo vi è stata la repressione e il disprezzo che il governo organizza e trasmette nei confronti soprattutto dei lavoratori più attivi. Vi è anche l’appetitosa offerta del governo che ha fissato per il 14 novembre prossimo (tra 2 giorni!) il limite massimo per accettare la ‘favorevole’ liquidazione proposta dal governo. Il ministro del lavoro, Javier Lozáno Alarcón, ha infatti offerto condizioni estremamente favorevoli più un premio economico. E poi, la promessa del reinserimento lavorativo, vuoi via riassunzione nella nuova impresa che gestisce il sistema – la CFE – o grazie al finanziamento per la formazione per ‘micro e piccole imprenditori’. Peccato che i soldi della liquidazione sono per ora solo una cambiale con scadenza ‘aprile 2010’ con la firma del governo messicano; la riassunzione sarà solo per poco meno di 5mila lavoratori; e i corsi di formazione sono per i futuri ‘padroncini’ dell’elettricità messicana, ovvero una miriade non protetta di lavoratori autonomi.

Ma la tentazione è comunque forte. Sinora meno della metà dei 44mila rimasti a piedi avrebbe accettato l’offerta. Non troppi a pensarci bene. Ma comunque una cifra che non ci aspettava. Poco importa, forse alcuni se ne pentono oggi, dopo che è giunta la prima vittoria legale (certo, anche l’unica): la sentenza di sospensione del procedimento di liquidazione dell’impresa. La sentenza è importante certo, soprattutto se si dovesse ‘vincere’, ovvero tornare alla situazione precedente il 10 ottobre, perché rappresenterebbe un’enorme vantaggio economico per il SME e i lavoratori.

A questo punto però, è urgente chiedersi: sarebbe quella la vittoria? Il Paro Nacional non ha dato molte risposte in questo senso. Certo, per gli elettricisti sarebbe un bel colpo far fare un passo indietro di questa portata al governo. Ma il movimento sceso nelle strade oggi sembra voler anche dell’altro. Cosa? Pochi lo dicono e forse pochissimi lo sanno.

Il vero dato che non permette di essere ottimisti rispetto ad un ritorno al passato, ma piuttosto obbliga ad uno sguardo verso il futuro che preveda altri scenari, altri orizzonti o, almeno, altre soluzioni, è il fatto che il governo – ed in generale il paese, quindi anche i messicani – si stanno giocando una partita che va oltre il pur grave licenziamento in tronco di oltre 44mila persone e la precarizzazione per 44mila famiglie.

La partita sull’elettricità è vastissima. Comprende i giochi economici di medie e piccole dimensioni (alcuni davvero miserrimi) di funzionari di diverso grado – tra cui il presidente Calderón – che presto lasceranno il posto e lo vogliono fare con la tasche piene; altrettanto discreti giochi di personaggi politici di varie provenienze che cercano di rifarsi una verginità politica o di inventare una carriera; e grandi partite – ma a geometria variabile – di imprese multinazionali impegnate a spartirsi la torta dell’energia messicana e continentale, nel contesto dei grandi piani energetici pubblico-privati che attraversano l’America Latina.

Ed infine, la grande partita che forse vale definire una sfida, non ultima né definitiva, ma pur sempre una scommessa per una popolazione sempre più messa all’angolo dalla politica economica e di sicurezza del governo. Proprio in queste settimane, infatti, dopo un noioso e francamente penoso rimpallo di responsabilità tra senatori e deputati, i due rami del parlamento messicano hanno finalmente approvato la legge finanziaria per il 2010 proposta dal governo federale, giunto ormai a metà del suo mandato. E la voce forte degli ingressi previsti per l’erario pubblico è rappresentata da un generale aumento delle tasse. Al di là delle considerazioni di merito sull’opportunità o meno di questa misura economica nel contesto della ‘crisi’, il risultato reale, concreto e tangibile e pressoché immediato – cioè nel corso del prossimo anno – che ci si può aspettare è un ulteriore e generale impoverimento della popolazione.

È decisamente sempre più difficile comprendere non solo il grado di controllo e previsione – anche solo nel corto periodo – che chi governa esercita sulle azioni che promuove e sulle conseguenze delle stesse, ma anche quali sono i limiti del proverbiale – o semplicemente presunto – livello di tolleranza della moltitudine in movimento in Messico.

La libertà sindacale in cerca di difesa

30 ottobre 2009 Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 30 ottobre 2009
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Gli ostacoli affrontati dai lavoratori per organizzarsi liberamente, la repressione e i licenziamenti che sono conseguenze quando provano a farlo; l’intromissione delle autorità del lavoro nell’autonomia sindacale, e la politica del governo messicano che punta a distruggere il sindacalismo democratico: tutto questo era al centro del Tribunale internazionale sulla libertà sindacale tenuto a Città del Messico questa settimana – nel bel mezzo delle proteste per il caso degli elettricisti messicani.
Lanciato da una vasta rete di organizzazioni sindacali messicane, la giuria internazionale del Tribunale esprimerà un verdetto sulla «salute» della libertà d’associazione e d’organizzazione sindacale in Messico. A pochi mesi dal 50º anniversario della Convenzione 87 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), quella che garantisce la libertà d’organizzazione per i lavoratori, il Tribunale apre i suoi lavori proprio in una fase di assoluta precarietà di questo fondamentale diritto dei lavoratori. Gli organizzatori, nel presentare le testimonianze dell’accusa, hanno sottolineato «l’ironia di questo paradosso»: il governo messicano, hanno spiegato, «ha firmato la Convenzione 87 dell’Oil e all’estero pontifica sul rispetto dei diritti dei lavoratori e sulla libertà sindacale, ma qui, a casa sua, spazza via sindacati e impedisce con la legge o con la forza l’organizzazione dei lavoratori».
A questa prima sessione ne seguirà la prossima primavera una seconda, e definitiva, che emetterà il verdetto su almeno 15 casi presentati. Tra questi, attualissimo il caso del Sindacato Messicano degli Elettricisti, che non solo ha perso da un giorno all’altro la propria materia lavorativa per decreto presidenziale, ma a cui solo pochi giorni prima, il ministro del lavoro aveva rifiutato il riconoscimento ufficiale. Vi è poi il caso del Sindacato nazionale dei maestri, la cui Sezione 9 – i 60.000 maestri di Città del Messico – è vittima delle complicità tra dirigenza nazionale corrotta e autorità governative. Segue il caso dei minatori, da oltre due anni in sciopero per il mancato riconoscimento ufficiale del Segretario generale da loro democraticamente eletto. O quello dei tecnici e ingegneri della compagnia petrolifera di stato, Pemex, da oltre 15 anni in lotta perché gli si riconosca il sindacato autonomo. Vi è anche il caso dei lavoratori che producono le bottiglie della birra Corona: anche a loro le autorità, in accordo con l’impresa multinazionale Modelo, nega il riconoscimento del sindacato costituito democraticamente. Infine, i casi di alcune Università private, del servizio sanitario nazionale e alcuni lavoratori del settore pubblico.
Una lista lunga, ma che potrebbe allungarsi quasi all’infinito, tanti sono i casi di cui si potrebbe parlare. Un’assenza importante è quella dei lavoratori dell’industria maquiladora, ovvero l’industria d’assemblaggio alla frontiera con gli Usa. Dicono gli organizzatori che quello è un caso estremo: «se esci dalla fabbrica per fare attivismo sindacale, sei già licenziato». Ma non unico: anche ai lavoratori della Vaqueros Navarra, del centro del paese, che produce jeans per Levi’s e Gap, è negato il diritto d’associazione.
Il Tribunale Internazionale, una sorta di Tribunale dei Popoli con un taglio decisamente sindacale, ha ascoltato il collegio di «pubblici ministeri» che la mattina di lunedì ha consegnato alla giuria la documentazione su decine di casi. È poi toccato a ognuno dei pm presentare caso per caso con l’aiuto di numerosi lavoratori, per un giorno trasformati in testimoni della repressione sofferta sulla propria pelle.
A fine aprile del prossimo anno, in coincidenza con il primo maggio, la giuria dovrà emettere la sentenza contro i chiamati in causa: governo e diverse imprese, messicane e straniere. E nonostante fossero state convocate, la parti accusate non si sono presentate, in chiaro disprezzo della giuria che li aveva convocati.
Tra gli illustri membri della giuria, lo storico canadese James Cockroft, l’avvocato spagnolo Martha Olmo, il Segretario generale della Federazione Internazionale dei Diritti Umani Luis Guillermo Perez, la cubana Lydia Guevara dell’Associazione Latinoamericana di Avvocati del Lavoro (Alal); e tra i messicani, la senatrice e attivista per i diritti umani Rosario Ibarra de Piedra, il riconosciuto sacerdote per i diritti umani, Miguel Concha, e il giornalista più premiato e prestigioso del paese, Miguel Angel Granados Chapa.

Moltitudine messicana

16 ottobre 2009 Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul sito italiano Global Project il 16 ottobre 2009
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Trecentomila o forse qualcosa di più. Questi i numeri della prova di forza realizzata ieri, 15 ottobre, dagli elettricisti del centro della Repubblica messicana. La capitale del paese, la zona di maggior intervento della liquidata compagnia parastatale Luz y Fuerza del Centro, è stata letteralmente invasa da una moltitudine di manifestanti. Certo, tra loro i 42.000 lavoratori, licenziati da un giorno all’altro per decreto presidenziale la notte di sabato scorso. E con loro le rispettive famiglie, rimaste senza uno stipendio. Ma assieme a loro, decine di migliaia di altri manifestanti: moltissimi sindacati – stessi che da tempo non si vedevano per le strade messicane -, ma anche studenti, gente comune, organizzazioni sociali dedicate alla lotta per la sovranità alimentare, per i diritti umani, per i diritti di genere, ecc.. La protesta sociale in Messico è al limite dello scontro. La manifestazione di ieri era fondamentale non tanto per trovare una soluzione, ma per dare un segnale. Il decreto presidenziale che la notte tra sabato e domenica scorsi ha sciolto d’autorità la compagnia elettrica parastatale che forniva energia alla capitale messicana e a alcune decine di municipi circostanti – un totale di circa 30 milioni di utenti – e ha licenziato, in tronco e senza appello, 42.000 lavoratori appartenenti, tutte e tutti, al Sindacato Messicano di Elettricisti (SME), uno dei sindacati più importanti del Messico, doveva ricevere una risposta adeguata. Il rischio, secondo alcuni analisti, era infatti quello di mostrare ulteriore debolezza, il che avrebbe dato ragione al governo. Questi infatti sostiene – nel decretare la chiusura della compagnia – che la stessa è cara, troppo cara. E la colpa, in buona parte, ricadrebbe sui lavoratori, privilegiati nel loro contratto collettivo che concederebbe loro troppi diritti. La realtà è diversa, si sa: gli elettricisti messicani godono semplicemente dei minimi diritti garantiti dalla Legge Federale del Lavoro. Il che, in un paese in cui la metà della popolazione economicamente attiva lavora nel “settore informale” sarebbe certamente un privilegio, ma la spinta al ribasso che il governo vorrebbe imporre appare come una franca esagerazione: gli elettricisti messicani, infatti, la maggior parte di loro, ricevono uno stipendio medio di 6.000 pesos, meno di 400 euro, al mese. Una miseria, anche da questa parte del mondo. Per fortuna, dunque, il segnale c’è stato. Ed il governo in serata è stato costretto ad accogliere la richiesta giunta da più parti di stabilire un tavolo di dialogo tra le parti. Certo, un dialogo strano: il SME, infatti, richiede il ritiro del decreto e la restituzione dei posti di lavoro; dal canto suo, il governo sarebbe disposto a discutere solamente i meccanismi di reinserzione dei 42.00 nel mondo del lavoro. Nulla più. Ma la partita è cominciata e dipenderanno più dal movimento che dal governo gli esisti positivi del negoziato. Il governo messicano, infatti, ha impostato l’operazione contro Luz y Fuerza con grande attenzione. Si dice che già due settimane prima il governo fosse pronto al gole contro gli elettricisti. Da due settimane la polizia federale e l’esercito era dislocato nei pressi delle istallazioni elettriche, pronti ad occuparle appena l’ordine fosse giunto. Si dice anche che il governo tutto avrebbe previsto, compresa la mega manifestazione di ieri e che, quindi, sarebbe ora necessario aumentare la pressione sociale perché davvero gli equilibri cambino di segno. Dall’altro canto, anche la intensa campagna mediatica contro gli elettricisti è evidentemente orchestrata dall’alto: l’idea sembra essere quella classica, ovvero contrapporre la cosiddetta “classe media” – in rapida via d’estinzione, causa crisi economica – agli operai messicani. Allo stesso tempo, il governo comincia il dialogo partendo da due dati di fatto: il primo, l’occupazione militare delle istallazioni elettriche continua, con l’uso di oltre 5.000 tra poliziotti e militari; il secondo, il processo di privatizzazione è già cominciato, grazie alle concessioni trasmesse all’impresa d’origine spagnola WL Comunicaciones S.A. De C.V.. Dal canto suo, anche il movimento gode di alcuni vantaggi ed alza la posta in gioco. Innanzitutto, la grande solidarietà dimostrata non solo ieri durante la manifestazione, ma nel corso di tutta la settimana. Decine di migliaia di persone si stanno mobilitando in tutto il paese. Manifestazioni di appoggio, ma anche di protesta, perché l’operazione del governo ha prodotto anche problemi alla distribuzione dell’energia elettrica. E a questo proposito, il SME denuncia che la polizia starebbe prelevando con la forza ad alcuni dei lavoratori licenziati – soprattutto tecnici specializzati ed ingegneri – perché il personale che l’ha sostituito per decreto non sarebbe capace di far operare gli strumenti di Luz y Fuerza. Ma, per fortuna, il discorso del movimento va anche oltre alla legittima richiesta sindacale: importanti voci all’interno dello spettro politico messicano stanno chiedendo ad alta voce la rinuncia del presidente Felipe Calderon. E c’è anche chi suggerisce lo sciopero generale nazionale, il che sarebbe un precedente importante, visto che l’ultimo sciopero generale in Messico data 1936, quando il mondo, evidentemente, era un altro. In chiave postfordista invece è giunta la proposta dello sciopero generale dei consumatori: non pagare le bollette, potrebbe essere un ulteriore strumento di protesta sociale. E, nonostante tutto, vi è anche una soluzione radicale: gestione dell’impresa parastatale in mano ai lavoratori con l’aiuto delle tre grandi università del paese, la Nazionale Autonoma (UNAM), la Autonoma Metropolitana (UAM) e il Politecnico (IPN). Dal palco, alla fine della manifestazione, la dirigenza sindacale, peccando di autoreferenzialità, annunciava il ritorno dei lavoratori-operai al centro del dibattito politico messicano. Non è vero, anche il Messico è cambiato ed il lavoro salariato, quello classico e d’origine fordista, difficilmente potrà riavere il ruolo che ebbe in passato. Ma certamente la manifestazione di ieri ha restituito dignità ai lavoratori messicani. E a conferma di ciò, era sufficiente osservare la composizione della manifestazione: sindacalisti, certo, ma anche contadini, studenti, casalinghe. Ed assieme a loro, attiviste femministe, per la lotta per la casa, contro gli OGM e in difesa del mais, per i diritti umani, contro le alte tariffe elettriche, in difesa dell’ambiente e del territorio. Insomma, una vera e propria moltitudine. A questo punto, resta solo da vedere se la dirigenza sindacale del SME, chiamata da oggi a dialogare con il governo, saprà mettere a valore la potente sinergia che ieri ha fatto capolino per le strade di Città del Messico. Da vedere se si saprà far convergere tante esigenze sociali, diverse e variegate, in un unico movimento moltitudinario che anticipi ciò che molti già annunciano per il prossimo anno, il 2010: la mobilitazione sociale generalizzata.