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Arizona, riforma migratoria e ipocrisie

Il presente articolo é stato pubblicato sul sito Andinamedia.com il 17 maggio 2010.
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L’approvazione, il 19 aprile scorso, della ormai famigerata legge SB1070 in Arizona, Stati Uniti, da parte del congresso locale ha scatenato ogni tipo di reazione a livello tanto locale quanto nazionale ed internazionale. La ragione è ovvia: la nuova legge, sostenuta dal settore repubblicano del parlamento statale, conclude il lungo percorso di criminalizzazione dei migranti nello stato a confine con il Messico. Dopo l’approvazione nel 2005 di una legge che penalizzava il traffico di persone e dopo la legge del 2007 che proibiva (e penalizzava) la contrattazione di lavoratori illegalmente residenti nello stato, questa nuova norma impone alle forze dell’ordine (di ogni grado e livello) l’arresto anche solo su sospetto di tutti coloro ritenuti migranti illegali. Così le cose, oggi in Arizona è sufficiente avere appena l’apparenza di un migrante irregolare per essere sottoposti ad arresto ed interrogatorio. Certo, anche la governatrice repubblicana Jan Brewer ha ammesso di non sapere quali siano i tratti distintivi di un “illegale”, ma poco importa: essere “clandestino”, ovvero semplicemente non avere le carte in regola, oggi è un reato.
La polemica è immediatamente scoppiata tra le file delle decine di organizzazione di migranti che affollano l’ampio spettro di organizzazioni, partiti e movimenti che ormai da diversi anni acclamano una riforma migratoria che, seppur promessa da più parti, stenta ancora a concretarsi. Ma come? – ci si domanda – son anni che si chiede una riforma migratoria che regolarizzi innanzitutto i circa 12 milioni di migranti irregolari (la cui maggior parte sarebbero messicani) e poi che regoli e dia certezza giuridica tanto a chi è già presente sul territorio e, soprattutto, a chi nutre la speranza di andare a lavorare negli Stati Uniti; ed invece, eccola là, l’ennesima stretta repressiva, l’ulteriore norma criminalizzante, penalizzante, contro chi comunque la vita facile non ce l’ha.
Ed in effetti, nell’epoca Obama, una misura di questo genere suona stridente con quella che sembrava una tendenza. Eppure, proprio per Obama si sarebbe approvata questa legge. Secondo la stessa governatrice Jan Brewer sarebbe proprio l’immobilità di Washington che avrebbe causato tanta disperazione (ed efferatezza) tra i deputati dell’Arizona. Son anni, dicono, che si chiede al governo federale maggior efficacia nel controllo della frontiera con il Messico. E siccome il governo centrale non risponde, dato che le misure adottate sono insufficienti, allora ci pensiamo noi, autonomamente.
Se non ci fossero centinaia di chilometri di deserto a circondare tutta questa storia, sembrerebbe di essere in pianura padana ad ascoltare gli spropositi di alcuni deputati o amministratori locali che invocano il federalismo. Ma siccome qui il federalismo ce l’hanno, le leggi anche se le fanno e le fanno come pare a loro. E già, perché nonostante le centinaia di voci che si son levate contro questa norma francamente razzista e xenofoba, la nuova legge in realtà risponde ad un sentire comune in Arizona e in altri stati del sud americano: i migranti sono una minaccia ed è necessario cacciarli via.
Lo sa bene la governatrice dell’Arizona che, pur avendo la facoltà di bocciare la legge approvata dal congresso locale, non ci ha pensato su due volte e il 23 aprile l’ha firmata. Razzista? Forse, o forse semplicemente attenta ai sondaggi d’opinione, soprattutto in vista delle prossime elezioni statali che la vedono, oggi, tra le favorite per un secondo mandato durante le prossime elezione del 4 novembre di quest’anno. Un sondaggio pubblicato il 28 aprile scorso della compagnia Rasmussen Reports rivela infatti che il 64% dei votanti dello stato approva la nuova legge e che gli indici di gradimento nei confronti della governatrice sarebbero passati dallo scarso 40% di metà aprile al 56% di fine mese. Un salto non male, da far sbiancare i cacciatori di consenso nostrani. Insomma, la nuova legge SB1070 è pessima, ma perché pessima è l’opinione pubblica. Difficile sostenere il contrario se non vi è qualche altro cinico interesse elettorale e se non si è razzisti.
Da chiedersi piuttosto perché la acclamata riforma migratoria non arriva. Il “yes we can” di Obama (tramutato dallo spagnolo “sí, se puede” che era parte del discorso del dirigente sindacale latino Cesar Chávez) si è scontrato con mille e una resistenze interne al governo statunitense e soprattutto in seno al congresso americano. Chiaro, detta riforma (lo abbiamo già detto: http://www.jornada.unam.mx/2010/04/08/index.php?section=opinion&article=…) comunque sconterebbe limiti strutturali che non possono soddisfare le reali esigenze del movimento migrante. Ma, comunque sia, una riforma o almeno una sua seria discussione parlamentare aprirebbe forse gli spazi per un dibattito anche sociale sul tema. Ma così non è, e continua a vincere (facilmente) l’uscita reazionaria e a destra a questa crisi economica globale.
Insomma, se la scommessa di Obama era quella di provare ad superare la crisi scommettendo sulle soggettività biopolitiche della crisi stessa, ovvero i precari, ovvero i lavoratori autonomi e flessibili, migranti e quindi mobili, l’idea per ora raccoglie adesioni ancora non sufficientemente numerose. E, per converso, si aprono le porte alla via facile, all’opzione che attecchisce con certa facilità negli Stati Uniti come in Europa: l’attacco diretto alle soggettività più esposte, ovvero i migranti. La rabbia, la frustrazione, il rancore sociale, trovano così facile sfogo nel conflitto orizzontale che si viene creando tra i molti dai pochi privilegi – se non quello di votare una governatrice repubblicana piuttosto che una ex governatrice oggi ministra della “homeland securuty”, Janet Napolitano – e i moltissimi privati di ogni diritto. Chi sta in alto, in sella al potere, continua a mantenere il posto. Per ora.
Tra questi, i governanti messicani che oggi provano a sommarsi al coro di protesta contro la nuova legge SB1070. Se da un lato infatti vi sono le legittime proteste delle organizzazioni di migranti negli Stati Uniti dall’altro vi è l’enorme macchinaria retorica e mediatica costruita dal governo e dai settori propriamente partitici messicani. Una retorica che, sebbene non riesca a superare i limiti imposti da un rapporto di dipendenza economica e politica del Messico nei confronti degli Stati Uniti, si scontra con una realtà dell’immigrazione in Messico nei cui confronti la terribile legge SB1070 sbiadisce lentamente sino a convertirsi nell’ennesima norma reazionaria. La politica migratoria messicana, infatti, pur vantando un carattere più progressista è nella via dei fatti assolutamente più discriminatoria di quella statunitense. Tre anni fa, proprio in questo periodo tardo primaverile, il coraggioso ex deputato Jaques Medina – che sempre si è definito ‘deputato migrante’ – riusciva a far approvare una modifica di legge che despenalizza l’irregolarità in Messico. In chiara controtendenza con le politiche europee, la nuova norma evita il carcere ai migranti irregolari in Messico.
Eppure, la realtà concreta di tutti i giorni parla un linguaggio diverso: discriminazione, sfruttamento, miseria, clandestinità, traffico illegale, abusi e morte. Il 22 marzo scorso, 11 organizzazioni messicane di solidarietà con cittadini migranti presentarono un documento alla Commissione Interamericana di Diritti Umani (CIDH, la sigla in spagnolo) in cui definivano la politica migratoria messicana un vero e proprio “olocausto di migranti”. Le organizzazioni firmanti indicavano di aver denunciato i gravi problemi dei migranti nel loro percorso attraverso il Messico da oltre tre anni. Eppure non vi è stata risposta alcuna. Anzi, nel prendere la parola di fronte le accuse mosse in sede di CIDH, il rappresentante del governo messicano ha negato tutto. Secondo la denuncia della società civile messicana impegnata a lato dei migranti, la situazione è caratterizzata da “abusi sessuali di ogni tipo, tortura fisica e psicologica, omicidi, estorsione, corruzione, privazione illegale della libertà, sfruttamento lavorativo e sessuale, schiavitù, traffico di organi, impunità, tra le altre cose”.
Il fermo su “sospetto” è la pratica più comune tra i membri del famigerato Istituto Nazionale di Migrazione (INM), organo decentrato del ministero degli interni messicano. È sufficiente avere l’apparenza “da centroamericano” perché le forze dell’ordine messicane ti fermino e ti portino dentro. L’estorsione è all’ordine del giorno e la violenza sessuale sulle donne migranti (in netto aumento negli ultimi anni) è pratica comune tra i poliziotti dell’INM e i militari dell’esercito oggi presenti più che mai nel territorio a causa della cosiddetta “guerra al narco”. Le cosiddette “stazioni migratorie”, ovvero i Centri di Identificazione ed Espulsione messicani, sono strapieni ed anche lì, tra le mura delle istituzioni, gli abusi abbondano.
Eppure forse è sufficiente un dato, per comprendere la dimensione del problema e mettere a nudo l’ipocrita retorica del governo messicano: in meno di sei mesi (da settembre 2009 a gennaio 2010), ci sarebbero stati oltre 10.000 sequestri di persona tra i migranti che attraversano il Messico. Tra gli accusati, oltre a diversi settori delle forze dell’ordine, vi sarebbero i cartelli del narcotraffico, che anche in questo settore trovano il modo di far soldi. Lo scopo del sequestro sarebbe tanto lo sfruttamento sessuale e lavorativo (sino alla vera e propria schiavitù) quanto la richiesta di riscatto ai familiari dei migranti già residenti negli USA.

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