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1 maggio nel continente americano

Il presnete articolo é stato pubblicato sul sito web di MeltingPot Europa, il 2 maggio 2007.
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Primo maggio di mobilitazione americana, americana sul serio.
Se sul fronte latinoamericano, le manifestazioni si sono caraterizzate per la presenza ufficiale dei presidenti Hugo Chavez e Evo Morales, i quali hanno approfittato della data per confermare la conclusione dei programmi di nazionalizzazione del petrolio, sul fronte messicano e statunitense la situazione é un po’ piú complessa.
Negli USA si é ripetuta la mobilitazione migrante dell’anno scorso.
I numeri non sono stati gli stessi, vuoi per la campagna repressiva delle ultime settimane, vuoi perché l’aspettativa era minore, ai cortei hanno partecipato decine di miliaia di migranti. A causa della repressione che la polizia federale sta esercitando contro i migranti, latini soprattutto, le manifestazioni, in particolare quella di Chicago, la piú numerosa, si sono aperte con stricioni che denunciavano precisamente gli arresti, le espulsioni, le minacce, che il governo federale americano sta promuovendo contro questa forza politica e di lavoro migrante.

Oscar Chacón, coordinatore di Enlaces América, presente a Chicago, é entusiasta: “Non ci si aspettava tanta gente”, ammette. La repressione delle ultime settimane “ha fatto muovere le 350mila persone che oggi sono qui”, ma conferma anche le difficoltá di trovare il modo di canalizzare questa forza – che si é manifestata a New York, Milwaukee, Los Angeles, Washington, Houston, Detroit, Phoenix, Orlando, San Francisco e varie cittá del Texas, Carolina del Norte, Georgia – perché costituisca una forza politica permanentemente capace di esercitare pressione sul Congresso, difronte alla reale possibilitá di una riforma da piú parti attesa.
A questo proposito, é interessante sottolineare le sempre piú numerose voci che insistono affinché l’amministrazione Bush, dopo il disastro della politica estera, lasci almeno un segno positivo in politica interna con una buona ed efficace riforma migratoria.
I mesi sono pochi, presto comincierá la campagna per le presidenziali, per cui, al di lá dell’uscente George W. Bush, difficilmente repubblicani e democratici rischieranno misure radicali sul tema migrante. A questa realtá, si aggiunge il veto interposto da Bush, proprio il 1 maggio, alla legge – approvata dalla maggioranza democratica nelle due camere statunitensi – di rifanaziamento della missione in Irak. Il veto, annunciato da Bush giá nelle scorse settimane, giunge non tanto sulla quantitá di soldi destinati alla fallimentare guerra americana in medio oriente, quanto alla fissazione della data del primo ottobre prossimo per il ritiro delle truppe a stelle e strisce. “Un fallimento, porre data al ritiro, non solo darebbe l’immagine di un paese debole e irresponsabile, ma darebbe animo alla minaccia costituita dai terroristi”, afferma Bush.

A questo punto, appare evidente la connessione tra i due temi oggi al centro del dibattito: migrazione e guerra.

Per oltrepassare il veto, i democratici infatti hanno bisogno del voto repubblicano, il quale si potrebbe ottenere cedendo sulla riforma migratoria. Uno scambio per niente improbabile, a detta degli analisti messicani sul tema. Una connessione tra i due temi che non é solo questione legislativa : la libertá e il diritto migrante si intreccia con il diritto alla pace e la libertá dei cittadini iracheni, beffando la politica comunicativa di Bush che si era limitato a scambiare cittadinanza americana per forza di lavoro militare.

Sul fronte messicano, la situazione é forse ancor piú complessa.
Le manifestazioni del primo maggio a Cittá del Messico sono state almeno tre.
La prima è stata quella dei sindacati ufficiali, gli stessi da sempre collusi con la politica economica del governo di Calderón. Una manifestazione partecipata, ma che si é conclusa in venti minuti di discorsi.
Poi, la manifestazione dei sindacati cosidetti “indipendenti”, anch’esa molto partecipata e che si é conclusa con la richieste di salari dignitosi, protezione sociale e ripudio alla recente legge di privatizzazione del ISSSTE (la rete di sicurezza sociale del pubblico impiego).
Ed in fine, la manifestazione della Otra Campaña, che ha visto l’occupazione del centro da parte di numerose organizzazioni aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona.

Per la prima volta, nella storia repubblicana messicana, il Presidente della Repubblica é stato assente alle celebrazioni ufficiali, marcando apparentemente un salto di qualitá democratico. ma in realtá, dando il chiaro segnale di abbandono del governo nei confronti del settore lavorativo messicano.
La politica ufficiale del governo, volta alla privatizzazione dei servizi pubblici e all’ingresso di nuove pratiche e relazioni lavorative, esclude il mondo sindacale.
All’interno di questo, la frammentazione é totale.
Mai come oggi, il mondo sindacale é diviso tra coloro, la maggior parte, che sostengono la politica governativa e coloro che vi si oppongono.
Ma l’opposizione non é facile, in Messico si reprime, si spara e si uccidono sindacalisti con una facilitá tale da rendere sempre piú difficile un’azione di opposizione efficace.

Positiva invece la mobilitazione nella cittá di Oaxaca, dove centinaia di migliaia di cittadini – maestri e semplici cittadini hanno occupato per tutta la giornata la piazza centrale della cittá, lo zocalo, per la prima volta dopo la dura repressione del 25 novembre scorso.
Gli studenti hanno occupato le istallazioni di Radio Universidad – con la promessa di abbandonarle il giorno 2 maggio.

Ma il dato realmente importante della mobilitazione sindacale é lo sciopero generale indetto per il 2 maggio in ripudio alla menzionata legge di riforma del sistema pensionistico dell’ISSSTE. Uno sciopero a cui hanno rinunciato all’ ultima ora alcuni dei piú importanti sindacati indipendenti, ma che non ha per questo evitato di sortire effetto. I maestri, il gruppo piú numeroso che partecipa nello sciopero, é riuscito a chiudere praticamente tutte le scuole della capitale – comprese le tre grandi universitá – a bloccare numerose vie di comunicazione, a chiudere i caselli autostradali e a permettere il libero e gratuito transito, ed è riuscito poi a manifestarsi difronte i ministeri del Lavoro, degli Interni e della Pubblica Istruzione.
Le richieste, oltre alla deroga della riforma pensionistica, riguardano la liberazione dei prigionieri politici sparsi nel paese e il miglioramento salariale.

I maestri lanciano l’ultimatum: 15 giorni per soddisfare le richieste, altrimenti sará la mobilitazione totale.

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