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Messico: la maggioranza silenziosa

21 novembre 2004 Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato su Reporter Associati.org
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Lo scorso giugno una marea bianca invadeva il centro di Città del Messico. In quella lontana e soleggiata domenica, organizzazioni civili vicine alla destra cattolica e conservatrice del paese convocarono i cittadini a manifestarsi contro le politiche di pubblica sicurezza di tutti i livelli di governo. Tutti vestiti di bianco, un milione di persone scese per strada. Molti per la prima volta. Venivano infatti dai quartieri “bene” della capitale, coloro che, dicono, sono i più danneggiati dalla delinquenza comune. Ed è in effetti una realtà che i sequestri di persona e i furti a mano armata abbiano come obiettivo soprattutto le persone più ricche di questa contradditoria città. Ma dietro alla manifestazione si nascondeva ben altro: il contrasto alla politica sociale del governo cittadino e la costante attenzione rivolta alle fasce deboli della società.
Dietro alla manifestazione si nascondevano le mani della destra al potere, dell’organizzazione di estrema destra, il “Yunque”, del partito al governo, il PAN (Partito Azione Nazionale).
Il giorno dopo, la classe politica spaventata dalla mobilitazione della classe media messicana, elergiva promesse e fondi per combattere la delinquenza. Il piano dei “sessanta giorni” promosso dal governo federale è fallito. Poco o niente s’è fatto per ridurre il fenomeno dei sequestri.
Dall’altro alto, il governo di sinistra della capitale di Lopez Obrador ha coerentemente promosso progetti di carattere sociela, perchè, dicono, “la delinquenza si combatte dando opportunità e migliore qualità della vita ai cittadini”.
Mentre questo accedeva nella zona più ricca del paese, nelle zone più povere dello stato messicano, ci si apprestava a festeggiare l’anniversario di uno dei progetti più innovativi e riusciti in fatto di pubblica sicurezza. Recenti statistiche dell’ONU, individuano nella regione sud-orientale dello Stato di Guerrero, in Messico, una delle zone più povere di tutta l’America Latina.
I dati dell’ONU paragonano i livelli di povertà con quelli registrati in alcune zone dell’Africa. Eppure, nella stessa regione, Costa Chica e Montagna, secondo i dati offerti dal Municipio di San Luis Acatlan, si registrano i livelli più bassi di delinquenza comune. Come si spiega questa apparente contraddizione? “Chiaro! Quando le autorità comunitarie prendono il posto di quelle ufficiali…”, dice un indigeno tlapaneco.
Il Messico può vantare il maggior numero di etnie indigene in tutto il pianeta: 78.
Da nord a sud, milioni di indigeni vivono queste terre. Ogni etnia si distingue innanzitutto per la lingua parlata, ma anche per caratteristiche culturali uniche. In comune hanno la forma di governo. Costituzionalmente sotto il governo dello stato federale, alle comunità indigene è riconosciuta una certa autonomia, molto parziale, che si realizza attraverso le assemblee comunitarie che eleggono un Commissario comunitario che si incarica di coordinare i lavori della comunità. Siamo lontani dalle richieste di altri gruppi indigeni che si organizzarono in un Esercito ribelle, come può essere l’EZLN in Chiapas. Ma anche così, gli indigeni hanno un certo margine di decisione rispetto la propria comunità. Questo però non ha impedito l’abuso e la violenza nelle regioni indigene.
Con queste premesse, nel 1995, nella regione più povera del Messico, le comunità indigene decidono di costituire la Polizia Comunitaria.
“Nella prima metà degli anni novanta, la regione della Costa Chica e Montagna ha assistito ad un aumento vertiginoso di fatti delittuosii: assalti lungo le grandi vie di comunicazione, omicidi, violenza carnale. E nessuno faceva assolutamente niente. I signorotti locali e la polizia, al contrario, ridevano di noi e ci accusavano. Stanchi di questa situazione, un giorno abbiamo deciso di riunirci per trovare una soluzione. La soluzione che abbiamo trovato è stata la creazione della nostra polizia, la Polizia Comunitaria”.
Chi parla lo sa bene. Gelasio Barrera Quintero, primo comandante della sua comunita, è stato, assieme a Francisco Oropeza e Bruno Placido Valerio, il fondatore di questo progetto. La quasi totalità delle strade della regione erano di terra e poco frequentate, le autorità locali corrotte e razziste. Erano le condizioni ideali perché si realizzassero abusi e violenze.
“In passato, prima di tutto questo, le comunita avevano fermato qualche malvivente. Ma non serviva a niente. Ci mettevamo più tempo noi a consegnarlo alle autorità competenti che loro a rilasciarlo. Pagando cauzione e corrompendo l’ufficiale in turno, i delinquenti che consegnavamo uscivano e ritornavano alle comunita con sete di vendetta. Era peggio”. Il 15 ottobre del 1995, nel municipio di San Luis Acatlan, 38 comunità indigene si riuniscono e decidono la costituzione della Polizia Comunitaria. Questa doveva proteggere le vie di comunicazione, le risorse naturali e, naturalmente, garantire la sicurezza all’interno delle comunità. Ma durò poco.
Come Polizia Comunitaria, le comunità decisero di attuare come coadiuvante delle autorità stabilite. Il problema ritornò a presentarsi. Le autorità corrotte rilasciavano i fermati e non applicavano le leggi. Quando questa situazione diventò intollerabile, le comunità decisero, nel 1998, la costituzione del Coordinamento Ragionale di Autorità Comunitarie, il CRAC. Attraverso questo, le comunità indigene, si erano fornite del proprio strumento di giustizia. “Abbiamo un regolamento interno, ma chi comanda sono le assemblee di ogni comunità. Quando fermiamo qualcuno, lo consegnamo al CRAC e questo, assieme all’assemblea della comunità d’origine del fermato, decide la rieducazione”.
Bruno Placido Valerio, fondatore del progetto e attuale segretario di Pubblica Sicurezza di San Luis Acatlan, non parla di delinquenti, ma di “mancanti”. Non parla di castigo o pena, ma di “rieducazione”. Al meticcio della grande città costa un po’ di sforzo capire questo punto di vista. “Tutti possiamo sbagliarci. Incluso nel modo più crudele. Le ragioni perché una persona si metta a rubare sono da ricercare nelle condizioni economiche. Allo stesso modo, se fermiamo uno stupratore, la prima cosa che facciamo è indagare la famiglia. […].
La rieducazione prevede un periodo di lavori comunitari. Il detenuto è protetto dalla comunità, che gli offre un luogo dove dormire, gli dà da mangiare e gli dà il tempo perchè possa aver cura di sè. Inoltre, ogni comunità si occupa di realizzare riunioni con il detenuto per aiutarlo a ritrovare la strada per integrarsi alla comunità. In tutto questo non compaiono mai i soldi: non vi sono cauzioni e corruzioni. Gli stessi funzionari della Polizia Comunitaria, non percepiscono un soldo. Tutto gira attorno alla fajina, il servizio che ciascun membro della comunità deve dare alla stessa”.
Il grado di coscienza che dimostrano questi indigeni è sorprendente. E’ il frutto di un lungo cammino fatto di riunioni e sperimenti. Ne parla Mario Ocampo, sacerdote della zona. “Abbiamo capito che ci spetta la decisione rispetto il nostro fututo. Abbiamo capito che quando la gente si fa protagonista diventa soggetto e responsabile del prorpio futuro e della propria storia. Quando comprendiamo che le cause dei nostri problemi non sono fuori da noi, non è colpa di Dio, ma sono da cercare tra di noi, all’interno delle nostre comunità, non vi è problema che non si possa risolvere”.
Ma se il progetto è così sviluppato ed efficiente, il governo costituzionale non dice niente? Possibile che il governo lasci fare?
Abbiamo sofferto repressione, conferma Bruno Palacios, soprattutto dal governo dello Stato. Ci mandano provocatori, ci hanno arrestato accusandoci di privazione illegale della libertà. Poi hanno cercato di corromperci o ci hanno offerto posti nel governo statale.
Che relazione avete quindi stabilito con le autorità costituzionali?
Noi parliamo con tutti. Il processo non vuole conflittuare con le autorità. Di ogni cosa che facciamo redattiamo un verbale e lo facciamo avere al governo statale e federale. E anche all’esercito federale. Ma non pensar male. Noi lo facciamo perché non ci vogliamo nascondere, ma i rapporti sono spigolosi.
Non temete che mostrandovi, dando i vostri nomi, vi possano più facilmente attaccare?
E’ già successo, come ti ho detto. Ma non abbiamo alcun timore, perchè sappiamo di star facendo la cosa giusta.
Chiedete il riconoscimento da parte delle autorità?
Per tanti anni questo era il nostro obbiettivo. Che ci riconoscessero come tali. Ma non ci daranno mai il loro riconoscimento. Quindi preferiamo dedicarci a esercitare la nostra autonomia. Ora chiediamo rispetto, perchè la nostra autorità forse non è legale, per loro, ma è leggitimata da più di cento comunità di ben sei municipi della regione.
Nonostante l’articolo 39 della Costituzione Politica messicana, nonostante il Convegno 169 della Organizzazione Internazionale del Lavoro, che riconoscono l’autodeterminazione della popolazione indigena, i membri del CRAC sanno benissimo che il governo non accetterà mai il loro lavoro.
La Commissaria federale per le Popolazioni Indigene, Xochitl Galvez, ha più volte dichiarato l’illegalità della Polizia Comunitaria. Ma mentre questo accade, nella regione più povera del Messico, gli indici delittuosi sono fra i più bassi di tutto il paese. E i pochi delinquenti che vi si trovano non sono dimenticati in qualche cella, ma reintegrati alla comunità. Nella capitale, invece corruzione e violenza sono all’ordine del giorno.
Il presidente Fox elogia il proprio lavoro, mentre sotto i suoi palazzi gli striscioni e i cartelli invocano la pena di morte per i delinquenti.

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