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Tolleranza zero a Cittá del Messico

14 agosto 2004 Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato su Reporter Associati.org
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A inizio agosto è entrata in vigore la nuova legge per la cultura civica nella capitale messicana. Come altre grandi città del pianeta, prima fra tutte New York, ora anche la città più popolosa del mondo può vantare una normativa che impone di fatto la tolleranza zero verso la cosidetta microcriminalità. La visita che Rudolph Giuliani ha realizzato a inizio anno a Città del Messico comincia a dare i suoi frutti: in pochi giorni centinaia di persone fermate, alcune arrestate, altre multate. E monta una rovente polemica politica.
La nuova legge, infatti, non intende sovrapporsi alle già esistenti normative che perseguono il furto, la violenza privata e pubblica, la piccola estorsione. Al contrario, le complementa, ma nell’aspetto delle apperenze e del buon costume. Punisce con multe e detenzione tutti coloro che disturbano la “quiete pubblica”, tutti coloro che con il loro agire attentano alla “autoregolazione sostenuta nella capacità degli abitanti di Città del Messico per assumere un atteggiamento di rispetto alla legge ed esigere agli altri, così come alle autorità, il rispetto della stessa”.
Detta così, sembra un vero e proprio richiamo al rispetto della legalità. Nei primi parrafi di giustificazione, la nuova legge, inoltre, invita al rispetto della diversità, dell’ambiente naturale ed urbano, a far prevalere il dialogo nelle controversie e, infine, a valorizzare il senso di appartenenza alla comunità della capitale. Non c’è che dire. Suona bene persino alle orecchie sorde del mendicante che veste un cartello per chiedere qualche spicciolo all’angolo delle trafficate strade della metropoli.
Ma gli effetti sembrano essere altri. Si calcola che nella capitale messicana vivano circa dieci milioni di persone di notte. Di giorno, altri dieci la invadono sin dalle prime ore per realizzare i lavori più strani e inimmaginabili. Al semaforo giocolieri e mangiafuoco ti distraggono mentre aspetti il verde. Tra le file di automobili, cammina la gente vendendo giornali, frutta, giochi, fiori, schede telefoniche, biscotti, bambole, CD e chissà quanti altri prodotti.
Poi, all’improvviso, uno schizzo d’acqua ti casca sul parabrezza: subito una mano spalma il prodotto sul vetro e in pochi secondi riacquisti visione della strada. Poi riparti, giri l’angolo e cerchi parcheggio. Rallenti e con sguardo attento dai la caccia allo spazio per la tua automobile. Da dietro senti un fischio. Un uomo con uno straccio ti chiama. Ha trovato lui il posto per te. Si incaricherà lui di far attenzione che nessuno cerchi di rubarti l’auto. Se lo desideri può anche dare una pulitina alla carrozzeria. In entrambi i casi, a fine giornata, quando te ne andrai, dovrai pagare qualche spiccilo.
Scendi nella metropolitana. Al primo vagone c’è un giovane che vende l’ultimo disco del tuo cantante preferito. Sul secondo, una signora che vende il DVD dell’ultimo film di Tom Cruise anche se nelle sale cinematografiche non ve ne è ancora traccia. Sul terzo vagone, un signore invalido, con un registratore appeso al collo, ti canta il classico della musica ranchera.
E poi, lo studente di chitarra che prova l’utlimo pezzo di Silvio Rodriguez che ha imparato e ti chiede qualche spiccilo per pagarsi gli studi, la ragazza che offre il set di cacciaviti di ogni forma e colore, il bambino che allunga la mano e ti mostra i piedi scalzi, l’indigeno che ti invita a leggere un volantino su quale racconta la storia sin dalle origini della propria comunità. Di notte, infine, un giovane con i pantaloni rotti, il volto annerito dalla strada, entra nel vagone. Si sveste della maglietta. Dalla tasca posteriore dei pantaloni estrae un sacchetto che apre sul pavimento. Frammenti di vetro. Richiama l’attenzione dei pochi assistenti. Una capriola, poi un’altra e ancora una. Poi si distende sul letto di vetro, l’amico gli cammina sopra, andata e ritorno. Si rialza, raccoglie le sue cose ed allunga la mano. L’odore a solvente invade il poco spazio. Ma tu i soldi glieli dai lo stesso.
Scendi dalla metro e ti avvi alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’UNAM. Ti accolgono decine e decine di bancarelle con cibo, dischi con musica e film, oggetti di artigianato, bibite, l’ultima generazione del software per il tuo PC, vestiti e souvenirs. Ti avvii verso casa. Prendi il microbus. L’autista tarda a partire. Deve aspettare. Sale un giovane vestito da pagliaccio e realizza il suo spettacolo schiacciato tra due file di persone. Sale un altro giovane, ti dice che è riuscito ad uscire dal mondo della droga ed ora lavora in una comunità che ha bisogno di aiuto. Sale ancora un giovane e ti guarda negli occhi: una volta assaltavo i micro, rubavo i soldi alla gente; ora non voglio più farlo e vi chiedo un aiuto. Sale, infine, un signore enumerando le incredibili e molteplici proprietà della crema completamente naturale che ti cura da mal di schiena ed emicrania, reumatismi e mal di denti. Alla fine, uno dopo l’altro scendono ringraziando l’autista che non ha fatto loro pagare.
Questa è la realtà di una città ricca, ricchissima, dove trovi la tecnologia d’avanguardia, i servizi di altissima qualità, nella quale i grattaceli ti accecano con i loro riflessi dall’alto del cinquantesimo piano. Ma allo stesso tempo, un esercito di poveri ti circonda le ventiquattro ore della tua giornata reinventando ogni giorno il proprio futuro. E tu puoi reagire in due maniere: far finta di niente, come fa la maggior parte, o svuotare il portafogli e sovvenzionare l’economia informale di questa metropoli.
Con la nuova legge prostitute, lavavetri, parcheggiatori informali, venditori di ogni prodotto e genere, acrobati e giocolieri da semaforo, mendicanti, sanno che dal primo agosto non c’è spazio per loro. Dimenticati dalle politiche economiche del governo federale e del governo locale, i lavoratori informali, così come vengono definiti, sono ora ricordati e segnalati come i colpevoli di creare sfiducia, di sporcare l’immagine urbana e attentare alla tranquillità dei cittadini.
Ma, a detta dei promotori, la nuova normativa serve a colpire l’organizzazione che c’è dietro la massa di precari da strada. In effeti non è un mistero l’esistenza di grandi organizzazioni dedicate alla pirateria e al giro della prostituzione, così come gruppi territoriali dedicati a organizzare i mendicanti. Ma come spesso accade, la legge reprime le conseguenze invece di risolvere il problema alla radice. Così, difronte ad un tasso di disoccupazione impossibile da registrare ma evidentemente elevato, il governo decide di colpire chi in questa città ha deciso di arrangiarsi e non chi specula sulle necessità altrui.
“Lo sappiamo – confessano i promotori – ci sarà qualche innocente che pagherà…ma il prezzo vale il risultato finale”. Non sono d’accordo i destinatari della nuova legge che in questo periodo sono scesi in piazza come non s’era mai visto. “La polizia ci fa “pagare” il doppio per lasciarci lavorare”, avverte Juan, giovane lavaparabrezza. Le prostitute, riunite in un’altra manifestazione, denunciano lo stesso problema: “Sino alla settimana scorsa la polizia ci estorsionava…ma erano pochi spiccioli. Ora ci vanno giù pesanti”.
“Sin da piccolo faccio il giocoliere. E’ l’unica cosa che so fare. Con questo lavoro riesco a mantenere una moglie e un figlio. Cos’altro posso fare adesso?”, si chiede infuriato un altro giovane con la faccia dipinta. In due settimane già due manifestazioni. Poche migliaia sinora, ma la protesta, dicono gli organizzatori, è destinata ad estendersi a diverse centinaia di migliaia di persone.
E dalla parte dei manifestanti si è già creato uno schieramento assolutamente trasversale.
A sinistra, fuori e dentro lo stesso partito al governo, infuria la polemica contro una legge giudicata liberticida, repressiva e non risolutiva del problema. Il problema è economico e sociale, dicono, non si può rispondere così alla mancanza di lavoro e di oppurtunità. A destra, sorpresi per una opportunità tanto ghiotta di attaccare la sinistra al governo nella capitale, accusano il governatore, Andres Manuel Lopez Obrador, di essere un liberticida, un razzista e presentano ricorso di anticostituzionalità presso la Suprema Corte. Una situazione paradossale.
L’insospettabile accademico Luis Lopez Chavarria descrive così la realtà: “La nuova legge serve solo a favorire l’estorsione da parte delle forze dell’ordine e lo scontro in un territorio dalla già altissima tensione sociale”. Secondo il ricercatore dell’Istituto di Ricerche Giuridiche dell’UNAM, “è questionabile che un governo di sinistra abbia ripreso una legge straniera e senza alcuna riflessione l’applichi qua”. Continua sostendendo che è illusorio voler risolvere la povertà con una legge del genere, “è ovvio che tale disposizione non farà altro che accrescere il clima di scontro sociale presente in città”.
Quello che più sorprende al ricercatore è la provenienza della nuova legge: “Sembra che si ripetano le pratiche del passato di voler risolvere tutto con la forza. E’ contraddittorio che un governo di sinistra, che si dice della speranza, che si proclama in favore dei poveri, approvi tali norme, perché è chiaro che i più colpiti saranno proprio i poveri”. Il ricercatore aggiunge che saranno due i modi con cui sarà applicata la nuova legge: “la prima, che la polizia, con una pratica molto diffusa, chieda una ricompensa per far finta di niente; la seconda, che vi saranno persone che si negheranno a tale pratica e questo causerà lo scontro continuo”.
Conclude affermando che finché vi è il presente modello economico sempre ci sarà gente cercando la maniera di sopravvivere ed allora “potrai avere il migliore sistema giuridico del mondo, ma questo non risolverà niente, anzi, come in questo caso, può solo peggiorare le cose”.

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El Yunque, l’estrema destra in Messico

5 agosto 2004 Lascia un commento

Poco più di un anno fa è uscito in Messico un libro che ha scatenato uno scandalo politico nazionale: “El Yunque, l’estrema destra al potere” (Ed. Grijalbo, giugno 2003) scritto dal giornalista Alvaro Delgado, vincitore del Premio nazionale di Giornalismo, grazie proprio a questa sorprendente pubblicazione. Nel testo, in poco più di duecento pagine, l’autore racconta ciò che alcuni sapevano, ciò che molti sospettavano, ciò che molti credevano fosse il passato oscuro di questo paese, ovvero l’esistenza di un’organizzazione segreta di estrema destra, El Yunque, che cospirava alle spalle della società per l’affermazione dei valori cristiani più fondamentalisti e per l’instaurazione del Regno di Gesù Cristo Re. Detto così può sembrare una cosa minore, una faccenda da fanatici. Ed in effetti, gli integranti di tale organizzazione fanatici lo sono. E non poco. Tant’è che si sono caratterizzati, negli anni, per attuare nella massima riservatezza e per compiere le più scellerate azioni pur di affermare i propri principi. Lo scandalo ha origine nel fatto che, seppur a molti fosse nota l’esistenza di un’organizzazione di questo genere, nessuno sapesse chi facesse parte del Yunque.
Nata all’inizio degli anni sessanta, il Yunque – letteralmente “incudine”, perché bisogna essere duri e fermi ad ogni colpo che si riceve – ha coinvolto moltissime persone in questi quarant’anni. L’autore, Alavaro Delgado, non risparmia nessuno. I nomi che cita sono importanti e fanno tremare le più alte sfere del potere politico ed economico del paese. A cominciare dal presidente del partito al governo (il Partito di Azione Nazionale, PAN), Felipe Bravo Mena, uno dei capi del Yunque. Ma la lista si ingrossa includendo il segretario e primo consigliere del presidente Fox, Ramón Muñoz, il Ministro del Lavoro dell’attuale governo, Carlos Abascal Carranza, praticamente tutti i presidenti che la COPARMEX (la Confindustria messicana) ha avuto negli ultimi dieci anni e non pochi vescovi e cardinali facenti parte del famigerato Club di Roma, a cominciare dall’ultra fanatico vescovo della conservatrice città di Guadalajara, Juan Sandoval Iñiguez, già indagato e prosciolto con l’accusa di riciclaggio di denaro sporco del narcotraffico, vescovo di Ciudad Juarez sino al 1993, anno in cui muore assasinato il proprio vescovo di Guadalajara, Posada Ocampo. Insomma, c’è ne sarebbe per mettere in crisi anche il più solido dei governi.
Anche se formalmente non vi è nulla di strano o illegale ad appartenere ad una qualsiasi associazione, lo scandolo risiede in due elementi: il primo, la segretezza dell’organizzazione, fatto punito dalle leggi messicane; il secondo, e più tragicamente importante, che il Yunque vanta una storia oscura, fatta di omicidi ed aggressioni, di coercizioni e abusi.

– Alvaro, il tuo libro ha creato uno scandalo nazionale. Possibile che un’organizzazione nata negli anni sessanta e che ha coinvolto personaggi così importanti fosse a tutti sconosciuta?
– Eppure è così. L’Organizzazione era conosciuta solo dai propri militanti. Certo si conoscevano altre aggrupazioni come il MURO (Movimento Universitario di Rinnovatrice Orientazione) o il FUA (Fronte Universitario Anticomunista) che si sono caretterizzati per tutti gli anni settanta per le agressioni alle organizzazioni di sinistra. Ma mai nessuno le ha collegate al Yunque, mai nessuno ha compreso che queste, come altre, fossero organizzazioni di facciata, che servivano per avvicinare e poi reclutare adepti per il Yunque…la cosa peggiore è che mai nessuno si è chiesto che fine abbiano fatto i fondatori di queste organizzazioni universitarie. Sono nel PAN, dirigenti del partito. E non vi sono entrati con desideri democratici. Al contrario, l’entrata di questi personaggi nel PAN risponde ad un progetto ideologico che prevedeva la conquista di un partito e il trasferimento di un sistema gerarchico dentro un’istituzione che per definizione dovrebbe essere democratica. Si può notare infatti che chi attualmente governa, sia a livello federale che a livello statale, lì dove governa il PAN, non abbia la ben che minima attitudine amministrativa, per non parlare della politica.
– Nel tuo libro, però, apporti i documenti della Direzione Nazionale di Sicurezza – gli antichi servizi segreti del Ministro degli Interni negli anni settanta – che testimoniano come il governo avesse intercettato le attività del Yunque.
– E’ vero. La DNS aveva intercettato attività criminali da parte di un’organizzazione che poi scoprirono si chiamasse Organizzazione Nazionale El Yunque. Ma vedi, come è successo nel tuo paese, il governo era impegnato a contrarrestare l’avanzata della sinistra e probabilmente le attività anticomuniste del Yunque tornavano comode al governo. E poi c’è da dire una cosa: molti dirigenti dell’allora partito al governo, il Partito Rivoluzionario Istituzionale, erano in contatto con i dirigenti del Yunque. E’ un fatto che sinora nessuno ha mai smentito. Infatti, quelli del Yunque odiavano il PAN e amavano un personaggio come il Presidente Gustavo Diaz Ordaz, responsabile in prima persona del massacro di Tlaltelolco del 1968, uomo conservatore, con la mano dura e profondamente anticomunista. Chiaro, la persona che più si avvicinava al loro ideale di governante, Francisco Franco.
– C’è quindi un’origine spagnola al Yunque?
– Chiaro. Il Yunque nasce a Puebla, dove è presente la più grande comunità spagnola in Messico. Sono esiliati della guerra civile perciò legati all’esilio repubblicano, ma allora apertamente franchisti. Ti dirò di più: l’Organizzazione è stata appoggiata dalla Spagna.
– A proposito di guerra sporca e repressione del passato. La Commissione sui Movimenti del Passato – organismo creato dalla presidenza della Repubblica – sta indagando i casi di desaparecidos, di abusi e in generale la strategia antirivoluzionaria del Governo, qualcosa di simile alla strategia della tensione in Italia. Quelli del Yunque temono queste indagini?
– Come ogni estrema destra nel mondo, il Yunque ha giustificato la repressione. L’esercito ha fatto quel che doveva fare. Al momento, comunque, vi sono solo due denunce che coinvolgono membri del Yunque: quelle relative agli omicidi dei due fondatori della stessa Organizzazione. E sono denunce che provengono da ex appartenenti alla stessa.
– Il tuo libro fa riferimento all’estrema destra. In Europa, l’espressione rimanda immediatamente ai movimenti ed alle organizzazioni neonaziste e neofasciste, di allora e di oggi. Che differenza c’è?
– E’ una differenza importante. A differenza de Los Tecos – scissione del Yunque – che si richiamano esplicitamente al nazismo tedesco, quelli del Yunque non sono così radicalemente antisemiti. La caretteristica fondamentale del Yunque è il suo ultracattolicesimo. Sono fedeli al papa e agli ordini della Chiesa. Ora che il comunismo è caduto, i nemici sono la massoneria e le altre “forze di Satana”, come il PRD – Partito della Rivoluzione Democratica, di sinistra – o l’EZLN e tutte le altre forze di sinistra.
– In Italia è esistita la P2, organizzazione che corrisponde più o meno, alla descrizione che tu fai del Yunque: riti di iniziazione, segretezza, cospirazioni, opposizione al comunismo, trasversalità. Insomma, il Yunque odia la massoneria ma vi assomiglia molto.
– La massoneria è nemica della Chiesa Cattolica. Qualsiasi nemico della Chiesa deve essere combattuto dai Soldati di Dio, come amano definirsi. Siano protestanti o massoni o sinistra, sono nemici che vanno combattuti. Rispetto alla segretezza, per esempio, loro dicono: “agiscono in segreto? Bene anche noi, dobbiamo batterli sul loro campo”. Per questo disprezzano l’Opus Dei, perché è pubblica, più aperta e transparente. Per questa ragione il libro che ho scritto li debilita: perché toglie loro il vantaggio del segreto. Chi ne aveva sentito parlare credeva che l’Organizzazione fosse cosa del passato. Ma ti assicuro che non è così. Nel mio nuovo libro, che presto uscirà, dimostro che il Yunque continua a reclutare giovani.
– Ti faccio alcuni nomi. Il presidente Fox?
– Fox non appartiene al Yunque. Certo ne conosce l’esistenza e lo usa. Così come il Yunque usa Fox. Quando scadrà il suo mandato nel 2006, lo scarteranno.
– L’ex presidente Salinas de Gortari?
– L’unica cosa nota è il suo patto con il PAN realizzato nel suo mandato – 1988-1994 – e che, come puoi immaginare, ha portato Fox al potere. E poi ovviamente le relazione con il mondo imprenditoriale, già allora infiltratissimo dal Yunque.
– Martha Sahagun, sposa del Presidente e aspirante candidata alle prossime presidenziali?
– No, non ne fa parte. La odiano per aver divorziato. Certo, è una donna che ha un certo carisma. Non per niente a molti ricorda Evita Peron, anche se è evidente che non è ha lo stile. Il fatto però che sia carismatica, che riesca ad attrarre molte donne ne fa un elemento da studiare e, nel momento giusto, capitalizzare. Ma guarda che non tutti sono parte del Yunque. Il Yunque ha una gran capacità: creare organizzazioni minori di facciata per attrarre nuovi adepti e saper capitalizzare le preoccupazioni sociali – come ad esempio la recente manifestazione contro la delinquenza che ha portato in piazza quasi un milione di persone. Il Yunque prima osserva i potenziali adepti. Devono rispondere a rigorosi requisiti: innanzitutto essere profondamente cattolici e svincolati in ogni modo dalla sinistra politica e dall’ebraismo; avere capacità di comando; saper obbedire e trasmettere ordini, come lo dimostra uno dei loro slogan: “chi obbedisce non sbaglia”.
– La Chiesa messicana. Il Club di Roma?
– Tutti i vescovi messicani sanno dell’esistenza dell’Organizzazione. Il Club non è vincolato al Yunque. Certo è che vi sono vescovi che la sostengono, chi ne è indifferente e chi la combatte. Ma, vedi, il segreto confessionale impedisce loro di divulgarne l’esistenza. Poi c’è, come detto, chi la sostiene apertamente, come il vescovo di Guadalajara.
– Come si finanziano? Legami con il narcotraffico?
– No, non potrei dire questo. Diciamo che in un principio, ogni adepto doveva obbligatoriamente dare una quota mensile all’Organizzazione, poi la cosa si è evoluta. Oggi, che i principali membri del Yunque, appertangono al mondo imprenditoriale è chiaro che i soldi vengono da là. Ma non solo. Come detto vi sono molte organizzazioni della cosidetta società civile che altro non sono che organizzazioni di facciata del Yunque. Sono organizzazioni che si occupano di problematiche sociali. Per esempio, Provida, il Consiglio Cittadino per la Sicurezza Pubblica e la Giustizia Penale, Messico Unito contro la Delinquenza, la Commssione Messicana per i Diritti Umani e altre. Queste organizzazioni sono finanziate dallo Stato. Ecco dove prendono i soldi. O, addirittura, partecipano ai concorsi per l’assegnazione di fondi delle istituzioni internazionali, come l’ONU.
– Oggi, cos’è il Yunque?
– Continua ad esser quello che era quand’è nato. La stessa cosa. Ovviamente vi sono stati cambiamenti, ma fondamentalmente sono la stessa cosa. Però ti assicuro che non hanno futuro. Gli obiettivi sono i medesimi, ma la realtà è un’altra.
– Perché?
– Perché è stato tolto loro il segreto. E perché sono fuori dal tempo. L’informazione che io raccolgo nel libro sai da dove proviene?
– Da dove?
– Principalmente dall’interno della stessa Organizzazione. I suoi membri sono stufi. E’ stata rovinata loro la vita. La loro e quella delle loro famiglie. La gente che ne fa parte è stufa. L’unica soluzione, per loro, sarebbe uscire alla luce del sole, mostrarsi, partecipare alla democrazia. Solo così possono sperare di essere accettati dalla gente. E sarà questa che deciderà se avvallare il loro progetto.

Difficile non condividere l’ottimismo dell’autore. In effetti sembrerebbe vedere nel Messico di oggi i bagliori della democrazia. Ma a detta dei più è pura illusione ottica. I pezzi grossi del Yunque sono oggi al potere. Condividono gran parte del potere politico nazionale e controllano in maniera assoluta il potere economico. Lo stesso Delgado è stato più volte minacciato da anonimi. E allora? Difronte a questa situazione, il presidente Fox scompaie. A due anni dalle lezioni, ormai da quattro mesi non si parla d’altro che di candidati presidenziali. E chi sono i precandidati della destra? Basta usare un po’ di immaginazione.

La destra ultracattolica in Messico

5 agosto 2004 Lascia un commento

Si dice che il Messico sia il paese più cattolico al mondo. Più della stessa Italia, dove il Vaticano ha la sua millenaria sede. Quando il Papa ha visitato le terra azteca milioni di persone si sono riversate in piazza. Il paese si è fermato a salutare l’erede di San Pietro. Ricordo nella primavera del 1999, quando Giovanni Paolo II ritornò in Messico, la gente prostrarsi per i lunghi viali della capitale. Dalle colonie più povere e periferche, decine e decine di persone che arrivavano in centro camminando sulle ginocchia. Chi con croci letteralmente inchiodate sulle mani, chi frustrando la propria schiena. Insomma, una vera e propria peregrinazione.
Ad un semplice turista, che può godersi questo spettacolo anche al di là di visite papali, come ad esempio durante la Pasqua o nel periodo natalizio, queste scene possono apparire semplice folclore, normali reazioni dell’esagerazione messicana, prova inconfutabile del fatalismo meticcio di queste parti. Ed è in parte vero. Il turista tornerà a casa e testimonierà la passione messicana portata all’estremo e per questo ammirabile e, in fondo, molto simpatica.
Ma la realtà è un po’ diversa. Il cattolicesimo in Messico e il suo depositario, la Chiesa, sono forse i soli segni indelebili di una società in rapido e radicale cambiamento. Sin dall’inizio della tappa moderna della storia messicana, ovvero dall’arrivo degli spagnoli, il Messico ha separato la propria sorte da quella di altri territori del continte americano. Se in Nordamerica e in Sudamerica, i conquistatori hanno spazzato via chi già risiedeva in queste terre, portando a termine la pulizia etnica più feroce che la storia dell’umanità conosca, nella Nuova Spagna, ora Messico, si decise lo sperimento della conquista spirituale. Poco a poco, attraverso vari ordini religiosi, fossero gesuiti o francescani, gli Europei educarono alla nuova religione milioni di persone. Più tardi, l’Indipendenza dalla madre patria cominciò grazie ad un prete, di idee liberali, che fece suo il reclamo della classe ricca della società che non voleva più pagare un centesimo alla Spagna. Poi, nel secolo scorso, dopo la Rivoluzione, nella quale persero la vita personaggi come Emiliano Zapata, Francisco Villa ed altri, il nuovo Stato, laico e liberale, poteva cominciare a pensare al proprio futuro. Mai, però, la religione crisitiana ha smesso di esercitare la propria influenza nella vita pubblica. Mentre in Europa si consolidava il fascismo e appena nasceva il nazismo, in Messico si scatenò la tragica guerra “cristera”, uno scontro feroce, politico e armato, tra lo Stato e il suo esercito, da una parte, e la Chiesa e i “soladati di Dio”, dall’altra. Una guerra fratricida dovuta al tentativo da parte dello Stato, finalmente riuscito, di sottomettere la Chiesa alla Costituzione repubblicana. La Chiesa allora abbandonò ogni velleità governante e si trasformò in quello che apparentemente è oggi: amministra la religione cattolica ed esercita le influenze dovute su questioni di ordine morale.
Ma sotto la cenere di un fuoco fondamenalista che ha bruciato decine di migliaia di vite, alcuni uomini e donne di fede, lasciata l’Istituzione, cominciarono ad organizzarsi in altra maniera.
Se da un lato la Chiesa accetta la laicità del nuovo Stato nato dalla Rivoluzione e si concentra sul controllo culturale della nuova società, c’è chi non si sente soddisfatto dell’accordo raggiunto con i laici al governo. Al principio degli anni ’60, a Puebla, conservatrice città ad un centinaio di chilometri a sud della capitale, pochi eletti si trovano nella semioscurità di una stanza ampia ed elegante di una villa spagnola. In questa riunione, riservata e pacata, i pochi conviviali decidono la costituzione di una nuova organizzazione: il Yunque, ovvero l’Incudine. L’Organizzazione sarà segreta, coopterà nuovi adepti attraverso la ricerca discreta e puntuale tra giovani delle Università, inculcherà loro la parola di Dio, l’obbedienza, la fermezza difronte tutto ciò che contraddice la nuova morale e si porrà, come obiettivo, l’instaurazione del Regno di Dio in Terra. In un principio, il Yunque si gemella con un’altra organizzazione, i Tecos di Guadalajara, la seconda città più importante del Messico. Il Yunque nasce a Puebla, ma presto si diffonde nelle città del nord e del centro Pacifico del paese. Fonda circoli di studio anonimi, associazioni proselitiste di ogni tipo e in ogni aspetto della vita sociale del territorio di sua influenza, costruisce Università private nelle maggiori città del paese. Solo con gli anni ’70, i dirigenti dell’organizzazione decidono di stabilire una presenza stabile e forte nella capitale, in particolare nell’Università più importante dell’America Latina, l’UNAM. Qui avrà una grande influenza nel contraarrestare i movimenti studenteschi di sinistra. Il Yunque differisce dalla politica ufficiale, centrata attorno al partito-Stato, il PRI – Partito Rivoluzionario Istituzionale – e alla debole, quasi assente opposizione. Ma dopo la decada degli anni settanta e dopo il Concilio Vaticano II, che causerà la rottura con i Tecos, i dirigenti dell’organizzazione decidono che vale la pena di provare ad entrare in politica. Il piano è semplice. I membri del Yunque si incaricano di infiltrare l’unico vero partito d’opposizione esistente, il PAN – Partito di Azione Nazionale. Ed è in questo momento che il partito, sino ad allora rappresentante degli interessi del mondo imprenditoriale conservatore, si trasforma e diventa partito contestatario e portatore delle domande di fasce più ampie di popolazione. E’ un piano strategico che cerca poco a poco di guadagnare presenza sulla scena nazionale. Ed in effetti, da metà degli anni ottanta, il PAN riesce a conquistare consensi e potere. Dall’unione tra valori cattolici ortodossi e mondo imprenditoriale nascerà il partito che vincerà il decennale potere del PRI dopo vent’anni di paziente e meticolosa lotta.
Il 2 luglio del 2000 il PRI perde il potere dopo settant’anni, trasformando il Messico per sempre. In questa data, come da previsione, le elezioni presidenziali sono vinte da Vicente Fox Quesada, uomo del PAN, imprenditore del nord, ex delegato per l’America Latina della Coca-Cola, che travolge il candidato ufficiale del PRI. La campagna elettorale si concentra su due aspetti: il primo, la speranza di un cambiamento radicale dopo settant’anni di governo del PRI; il secondo il cosidetto “voto utile”. Fox attraversa il Messico da nord a sud e da est a ovest convincendo tutti che la sua vittoria aprirà finalmente la fase dell’alternanza, segno indiscutibile di democrazia, come insegnano i vicini del nord. Tanto convincente è il candidato che a sinistra, poveri di voti e di consensi, migliaia di persone si convincono che, in effetti, meglio lui che altri sei anni di PRI. E così, la notte tra il 2 e il 3 luglio di quell’anno si consuma il trionfo: Fox è il nuovo presidente del Messico e il PAN il partito che ha messo fine alla lunghissima “dittatura morbida”.
Ma la verità, con il tempo, sempre appare. Velata, detta a metà, sempre smentita, però dà qualche segno di vita. Nel 2003, dopo tre anni di promesse non mantenute ed evidenti svarioni, il colpo di scena: un giornalista, Alvaro Delgado, per caso sente dire in giro di un’organzzazione segreta e ultra conservatrice, il Yunque, che avrebbe infiltrato le più alte sfere del potere politico messicano, oltre a importanti istituzioni del paese. Il giornalista indaga e dopo alcuni mesi di lavoro pubblica un libro, “El Yunque, la ultraderecha al poder” – Ed. Grijalbo, giugno 2003 -, nel quale non risparmia nomi eccelenti e le storie oscure che li coinvolgono. Omicidi, sparizioni, addestramenti clandestini con armi, cerimonie di iniziazione, culto integralista al Dio cristiano. Insomma, un bel po’ di cose che potrebbero far pensare alla cospirazione. Ma niente, nessuno reagisce, nessuna smentita. Eppure tra i nominati vi sono il Ministro del Lavoro, Carlos Abascal, diversi sottosegretari ai servizi sociali e all’educazione, il portavoce del Presidente, Ramón Muñoz, l’attuale e vari ex presidenti della COPARMEX – la Confindustria messicana -, il presidente del PAN, Luis Bravo Mena, diversi cardinali e vescovi della Chiesa cattolica messicana. E tra le organizzazioni, che l’autore definisce “di facciata”, quasi tutte quelle che lavorano nel campo della filantropia, prima fra tutte l’antiabortista Provida.
Alvaro Delgado, ci conferma, in intervista che ci ha concesso, l’origine di questa organizzazione. “Il Yunque nasce a Puebla, – spiega – dove è presente la più grande comunità spagnola in Messico. Sono esiliati della guerra civile perciò legati all’esilio repubblicano, ma allora apertamente franchisti. Ti dirò di più: l’Organizzazione è stata appoggiata dalla Spagna”. E continua: “Sono nel PAN, dirigenti del partito. E non vi sono entrati con desideri democratici. Al contrario, l’entrata di questi personaggi nel PAN risponde ad un progetto ideologico che prevedeva la conquista di un partito e il trasferimento di un sistema gerarchico dentro un’istituzione che per definizione dovrebbe essere democratica”. Infine aggiunge: “Qualsiasi nemico della Chiesa deve essere combattuto dai Soldati di Dio, come amano definirsi. Siano protestanti o massoni o di sinistra, sono nemici che vanno combattuti. Rispetto alla segretezza, per esempio, quando parlano della massoneria loro dicono: agiscono in segreto? Bene anche noi, dobbiamo batterli sul loro campo. Per questo disprezzano l’Opus Dei, perché è pubblica, più aperta e transparente. Per questa ragione il libro che ho scritto li debilita: perché toglie loro il vantaggio del segreto. Chi ne aveva sentito parlare credeva che l’Organizzazione fosse cosa del passato. Ma ti assicuro che non è così. Nel mio nuovo libro, che presto uscirà, dimostro che il Yunque continua a reclutare giovani”. Insomma, il Yunque esiste, è vivo e vegeto. Ed è al potere in Messico. Un fatto non da poco, se si osservano le reazioni posteriori alla rivelazione giornalistica che ne ha menzionato l’esistenza. Da un lato, come detto, tutto tace. Gli appartenenti di rilievo, coinvolti con il potere federale, non confermano ne smentiscono. Dall’altro lato, ovvero quello della base, delle organizzazioni sociali che ne promuovono i valori, che continuano a reclutare giovani, la reazione è a tratti violenta: l’omicidio-suicidio di un giovane studente, attivista in varie associazioni di solidarietà; o la durissima presa di posizione in alcuni casi di aborto per violenza – situazione legale e garantita dallo Stato – nei quali Provida ha vinto ed ha impedito l’aborto legale; o, infine, l’irrigidimento legislativo in alcuni stati del nord della federazione, governati dal PAN, dove, per legge, è proibito l’uso della minigonna o l’insulto in via pubblica. “E’ un sistema in crisi”, dice Delgado, “è stato tolto loro il segreto, la loro forza”. La speranza ora, è solo che, come dice un detto messicano, queste persone non diano i tipici “calci di chi affoga”.